La strage di Nizza

Il 14 luglio 2016 intorno alle 22.30 un uomo alla guida di un camion ha travolto la folla che festeggiava l’anniversario della presa della Bastiglia sulla promenade des Anglais, a Nizza. I morti sono 84, i feriti più di un centinaio, di cui 48 in pericolo di vita. L’autore della strage è stato ucciso. Si chiamava Mohamed Lahouaiej-Bouhlel, aveva 31 anni e dai primi accertamenti non sembra fosse legato a gruppi terroristici. Il presidente François Hollande ha chiesto un’estensione di tre mesi dello stato d’emergenza.

Una guardia repubblicana issa la bandiera francese a mezz’asta sull’Eliseo, a Parigi, il 15 luglio 2016. (Christophe Petit Tesson, Reuters/Contrasto)

La violenza ha colpito di nuovo la Francia

Una guardia repubblicana issa la bandiera francese a mezz’asta sull’Eliseo, a Parigi, il 15 luglio 2016. (Christophe Petit Tesson, Reuters/Contrasto)
15 luglio 2016 16:10

Sgomento. Tristezza. Collera. Le parole non possono spiegare il groviglio di sentimenti provocati da questo nuovo massacro compiuto in Francia. Non riescono a descrivere la sensazione di essere travolti dalla violenza, dopo gli attentati di gennaio e novembre del 2015. Il mezzo scelto, un camion che si lancia sulla folla riunita per assistere ai fuochi d’artificio del 14 luglio sulla promenade des Anglais, a Nizza, non fa che aumentare, con la sua rozza semplicità, la barbarie di questo attentato terroristico.

L’assassino aveva scelto questa data, il 14 luglio, nella quale la Francia celebra la libertà e i diritti umani, vale a dire tutto quanto spaventa i sostenitori dell’ultimo totalitarismo in ordine di tempo, quello che si fonda sull’estremismo islamico. Aveva scelto l’ora e il luogo, il punto e il momento preciso nel quale ci si ritrova in famiglia, con i bambini, per assistere alle celebrazioni che in tutta la Francia accompagnano questa ricorrenza. Più di ottanta persone sono morte, altre sono gravemente ferite. Anche se non si può escludere il gesto di un folle, si tratta di un’azione studiata, opera di un uomo che voleva effettuare un omicidio di massa, uccidendo più persone possibile, per colpire un simbolo.

La Francia era appena uscita da un mese di festa sotto il segno degli Europei di calcio. Aveva giustamente deciso di non annullare quel torneo per timore di nuovi attentati.

Aveva deciso di non lasciarsi intimidire dagli assassini di novembre e di confermare queste quattro settimane, durante le quali le persone si sono ritrovate, a decine di migliaia, da una parte all’altra del paese. Per garantire questa “normalità”, esibita con consapevolezza, c’è stato bisogno di mobilitare le donne e gli uomini di una polizia e di una gendarmeria già duramente messe alla prova. E il risultato è stato un successo.

L’obiettivo è scatenare azioni di rappresaglia contro i musulmani francesi, nella speranza di provocare una guerra civile

Più in là si discuterà delle circostanze fattuali della tragedia di Nizza. Perché e come un grosso camion ha potuto circolare a quell’ora, verso le 23, in un luogo e in un momento nei quali aveva luogo una delle più grandi manifestazioni di strada della città? La domanda è legittima, anche al di fuori di un contesto segnato dal terrorismo e anche conoscendo il principio di base che definisce un simile attentato, ovvero l’imprevedibilità.

Il 15 luglio, a metà mattinata, l’attentato di Nizza non era ancora stato rivendicato. Il presidente François Hollande ha evocato la lotta al terrorismo islamico e ha annunciato che la Francia avrebbe intensificato i suoi sforzi nella guerra al gruppo Stato islamico (Is) in Iraq e in Siria.

Ma se ci sono ancora poche certezze riguardo alle responsabilità del massacro, ce n’è una per quel che riguarda il terrorismo islamico: non ha aspettato l’intervento francese in Siria per colpire la Francia. Parigi è intervenuta in Iraq su domanda del governo di Baghdad. Ha deciso di partecipare ai bombardamenti contro l’Is in Siria solo dopo gli attentati del gennaio 2015, perché era convinta che questi fossero stati organizzati nella periferia di Raqqa, la roccaforte dei jihadisti nel paese. I vari Mohamed Merah e Mehdi Nemmouche, come poi le persone che hanno colpito la redazione di Charlie Hebdo e il supermercato Hyper Cacher a Parigi, non hanno avuto bisogno di evocare ragioni strategiche “per uccidere dei francesi”. Hanno ucciso in nome di una retorica jihadista diffusa liberamente su internet e che invita a lottare contro “gli infedeli”, “gli ebrei e i crociati” e gli “occidentali”: una retorica totalitaria che sostiene la guerra senza quartiere contro i “miscredenti” e altri non credenti.

La realtà è che esiste un “pensiero” dietro questo linguaggio confuso. L’obiettivo è scatenare azioni di rappresaglia contro i musulmani francesi, nella speranza di provocare una sorta di guerra civile. Già colpita dal terrorismo nel corso degli ultimi cinquant’anni, la Francia non ha mai ceduto a questo genere di provocazioni. François Hollande ha annunciato il prolungamento dello stato di emergenza. Il suo governo e i suoi predecessori hanno rafforzato il dispositivo poliziesco e giudiziario all’indomani di ciascuna tragedia. Non ci esprimeremo qui sull’efficacia delle misure adottate. Non dubitiamo del fatto che la caduta dei bastioni dell’Is – Mosul in Iraq e Raqqa in Siria – porterà un duro colpo a quell’aura d’invincibilità che finora ha contribuito al fascino che il gruppo è stato in grado d’esercitare. Ma esiste una verità che è necessario ribadire. Vale per la lotta al jihadismo come è valsa per la lotta ad altri movimenti terroristici: ci vorrà del tempo.

(Traduzione di Federico Ferrone)

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