Matteo Salvini durante le proteste davanti a Montecitorio, a Roma, il 9 settembre 2019. (Matteo Nardone, Pacific Press/LightRocket via Getty Images)

Arriva il nuovo governo, ma la destra sovranista è ancora viva

Matteo Salvini durante le proteste davanti a Montecitorio, a Roma, il 9 settembre 2019. (Matteo Nardone, Pacific Press/LightRocket via Getty Images)
10 settembre 2019 11:11

Dice Giuseppe Conte che la lingua del governo sarà “mite”. Lo dice intervenendo in una camera il cui tono si fa a tratti rabbioso al limite della gazzarra, e alla quale offre – per ottenere la fiducia – un discorso che si proclama come progetto politico. Accanto a lui, proprio lì dove sedeva Matteo Salvini, sta la neoministra dell’interno Luciana Lamorgese. Insomma, la discontinuità con il passato comincia dal linguaggio e dai simboli. Tuttavia, mentre il governo prova a costruirsi giorno dopo giorno, Salvini è ancora lì. Ora appare decisamente ammaccato, la sua propaganda si è fatta bolsa e lui si è perfino dovuto mettere a rimorchio di Giorgia Meloni. Ma è ancora lì. O meglio: il salvinismo è ancora lì, nonostante gli entusiasmi giallorossi, forse troppi. E maggior prudenza e realismo non guasterebbero.

Certo, Salvini ha perso, e ha perso malamente. La sua sconfitta, più ancora che nell’aver perso il potere, sta soprattutto nel modo con il quale ciò è successo. Sta, insomma, nell’aver dato egli stesso dimostrazione plateale della sua inadeguatezza. La definitiva emersione del bullo ha infranto l’incanto paternalista che ha sempre una presa fortissima su buona parte di questo paese. Ciò ha compromesso l’immagine di uomo forte che Salvini si era costruito e che era stata accreditata o, comunque, subita da molti, non solo a destra. Una volta incrinatasi l’integrità di quel feticcio, è difficile che si possa tornare indietro. Salvini oramai per molti è lo spaccone di Milano Marittima, è il simulacro di ciò che fu. Tuttavia, il salvinismo è un’altra cosa e prescinde, almeno in parte, dalla esistenza sulla scena dello stesso Salvini.

La percentuale di italiani che è ancora attratta dalle idee sovraniste a quanto pare si è ridotta, ma per il momento non in modo significativo. Eppure, la gran parte dei ragionamenti delle ultime settimane sembra prescindere da questa circostanza. Ci si concentra sul nuovo governo, si fanno previsioni sulla durata che potrebbe avere in base all’umore e alle convenienze delle forze politiche che lo sostengono. E, però, ci si dimentica di ciò che sta attorno a quelle forze politiche e a quel governo. Ci si dimentica, insomma, del paese nel quale quel governo dovrà lavorare, il quale è lo stesso che faceva apertamente il tifo per Salvini: cova la stessa rabbia, nutre le stesse speranze, si alimenta degli stessi desideri.

Salvini aveva cominciato a risvegliare un mostro razzista, e forse protofascista. Adesso quel mostro va reso inoffensivo

Quando il potere di Silvio Berlusconi era saldo, così come quando entrò in crisi, si fece l’errore di ritenere che, rimuovendo dalla scena politica Berlusconi, si sarebbe riusciti a chiudere con quella sorta di stato di eccezione che lo stesso potere berlusconiano rappresentava secondo una parte del paese. Alla fine, Berlusconi è stato effettivamente rimosso dalla scena, ma non il berlusconismo. Non, insomma, quell’impasto di populismo e semplificazione della realtà che Berlusconi aveva così profondamente rappresentato e inoculato fin nell’anima, o forse nella pancia, di questo paese. Ciò succede perché si è sempre dimenticato – o si è preteso di non riconoscere – che la vittoria di Berlusconi fu prima di tutto una vittoria culturale e, solo in seguito, una vittoria politica. Entrato in crisi il potere politico berlusconiano, non si è potuto rimuovere anche il berlusconismo poiché in fin dei conti gran parte del paese era da almeno venticinque anni profondamente berlusconiano, a volte perfino senza la consapevolezza di esserlo, la destra come la sinistra. L’Italia intera era cresciuta con quell’orizzonte che seppe farsi sogno e, in un certo modo, Salvini di quel sogno non solo è figlio ma ha anche provato a essere innovatore.

Al populismo berlusconiano, Salvini ha aggiunto alcuni elementi, come un nazionalismo evidentemente strumentale, accentuandone il profilo demagogico e infine incattivendolo. Ne è uscito fuori un pensiero politico piuttosto velleitario e spostato tutto sul lato della propaganda ma sufficiente, in un paese arrabbiato e confuso, per attirare una cospicua dose di consenso, tanto da consentirgli di prendere il potere.

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Salvini non si può certo paragonare a Berlusconi. Non è paragonabile la forza politica della quale hanno potuto disporre, non il carisma personale e neppure la capacità strategica. Non è paragonabile, infine, l’impronta che hanno lasciato sulla società italiana. Eppure, Salvini era comunque riuscito a mettere in moto un processo nella società italiana. Salvini aveva anche cominciato a risvegliare un mostro razzista, e forse protofascista, che ci si augurava dovesse dormire per sempre. Adesso quel mostro va riportato alla ragione e reso inoffensivo. Occorre farlo con gli strumenti della politica, con le idee, dando risposte ai bisogni del paese. Affidarsi all’idea che il potere logora chi non ce l’ha non è sufficiente. Perché sì, è vero: il potere consolida il potere stesso e indebolisce chi dal potere è escluso. Ma prima o poi, come si è visto in questi anni, qualcuno il conto lo deve pagare.

Insomma, immaginare che il processo che la destra sovranista ha messo in moto nella società possa svanire solo perché manca dalla ribalta – peraltro, forse solo temporaneamente – colui che lo ha evocato, è una clamorosa ingenuità, così come fu piuttosto ingenuo immaginare che l’avvento di Mario Monti potesse chiudere i conti anche con la cultura berlusconiana. Al contrario, ciò sarebbe forse potuto accadere se si fosse andati allora al voto. Dunque, usando gli strumenti della politica.

Forse c’è ancora una possibilità di riportare la politica sulla scena. L’esordio del nuovo governo non è stato però incoraggiante. Nel suo discorso alla camera dei deputati in occasione del dibattito sulla fiducia, Giuseppe Conte ha infatti infilato una lunga serie di affermazioni inevitabilmente troppo vaghe su ciò che il governo vuole fare. Alla fine, il suo è apparso un discorso necessario soprattutto per coprire uno spazio quanto mai ampio in modo da consentire capacità di manovra alle forze politiche che lo sostengono, e poter così anche giustificare qualche cedimento o mascherare la necessità di ingoiare qualche rospo.

Un inizio debole
In questo contesto, sono emersi comunque alcuni elementi politicamente non trascurabili. Innanzitutto i simboli, come si diceva. “Fate che il volto di questa Repubblica sia un volto umano”, ha detto Conte citando Giuseppe Saragat. Poi, dai simboli si è passati alle cose da fare subito. “La sfida più rilevante per quest’anno sarà evitare l’aumento automatico dell’Iva e avviare un alleggerimento del cuneo fiscale”. Poi, naturalmente il taglio dei parlamentari e la modifica della legge elettorale. Politicamente significative, almeno sul piano dei rapporti tra le forze politiche, sono state alcune osservazioni su temi cari ai sovranisti: saranno riviste le norme sulla sicurezza in base ai rilievi del Quirinale e si abbandonerà l’approccio emergenziale nell’affrontare la questione dell’immigrazione. Ci sarebbe da dire della spregiudicatezza del Conte di oggi, che è lo stesso Conte nel cui governo Matteo Salvini era ministro dell’interno, ma la cosa è davvero sotto gli occhi di tutti. Per il resto, come detto, si ascolta soprattutto un lungo elenco di annunci piuttosto evanescente e che però, nel racconto di Conte, si trasfigura in ambizione: “Questo progetto politico segna l’inizio di una nuova, che confidiamo risolutiva, stagione riformatrice”. Si vedrà, ma non sarà facile.

Il fatto è che il fronte che oggi intende contrapporsi al sovranismo non appare molto solido e anzi si manifesta come il combinato di numerose debolezze. Appaiono deboli i due leader del Partito democratico (Pd) e del Movimento 5 stelle (M5s), che hanno dato la sensazione di aver subìto più che condotto la trattativa politica. Luigi Di Maio appare debole dentro e fuori il suo partito. Nicola Zingaretti dovrà ancora fare i conti con gli umori dell’ala renziana del Pd. L’accordo trovato dai due partiti non sembra al sicuro da ogni scossone. Perfino la maggioranza parlamentare, dal punto di vista numerico, non appare solidissima. Infine, nonostante l’ottimismo del presidente del consiglio, appaiono fumosi gli obiettivi. L’unico vero scopo politico riconoscibile di questa alleanza è l’elezione del nuovo capo dello stato. Al di là di questo, c’è solo l’antisalvinismo a tenere in piedi un governo che, al di là di ogni proclama, resta soprattutto un governo di decantazione.

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Insomma, c’è sì un elenco di provvedimenti ma manca un’idea complessiva di società. E la mancanza di idee e di una propria identità politica può certamente essere mascherata per qualche tempo dalla chiamata alle armi contro il nemico, ma a lungo andare questa dinamica rivela platealmente l’insussistenza politica di chi la innesca e la cavalca. E gli elettori alla fine lo capiscono. La destra lo sa bene e non solo è lì che attende ma indica continuamente questa criticità, avendo per ora gioco facile anche a causa di una certa inconsapevolezza della compagine giallorossa.

La destra sovranista e populista, insomma, è ancora in grado di raccogliere consenso nel paese, anche se non è detto che sarà ancora Salvini a guidarla. Anzi, dopo aver incrinato l’immagine di capo che si era costruito, dopo aver compromesso speranze e forse qualche carriera, dopo essersi rivelato piuttosto inadeguato per il ruolo che intendeva svolgere, è più facile che l’ex ministro dell’interno da oggi debba guardarsi da qualche fronda interna alla Lega piuttosto che temere d’esser logorato dalla lontananza dal potere o dall’azione politica del centrosinistra. Ma, a oggi, quest’ultima resta comunque una ipotesi ancora piuttosto remota.

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