A Sanremo non si parla italiano

13 febbraio 2015 12:32

Valletta e co-conduttrice: termini impiegati in questa edizione per Arisa, Emma Marrone e Rocío Muñoz Morales. I media a Sanremo hanno linee editoriali e sensibilità giornalistiche molto diverse e quindi si trova una grande varietà nell’uso.

Per alcune testate co-conduttrice e valletta sono intercambiabili, un po’ come artista e cantante, una volta metti l’una, una volta l’altra, non c’è problema e non c’è polemica. In altri giornali uno dei due può essere bandito: i progressisti faticano con il “sessismo” della valletta, i tradizionalisti rifiutano l‘“ipocrisia” e il “politicamente corretto” della co-conduttrice. In altri casi ancora si mettono le virgolette, pure un po’ a piacere.

Carlo Conti scandisce sempre co-conduttrice, con un doppio marziale “co”, e finge di crederci. Preferiscono valletta Arisa e i titolisti che vanno per le spicce.

Carlo Conti e Rocío Muñoz Morales sul palco di Sanremo, il 12 febbraio 2015. (Venturelli, Getty Images)

Inglese: il linguaggio dello spettacolo, tra tv musica e moda, parla inglese con un accento fortissimo e senza troppa precisione. Gli svelti automatismi giornalistici, gli “intraducibili” vocaboli tecnici, i cari ricordi di vacanze studio a Londra e i famosi complessi di inferiorità danno fiera battaglia all’italiano.

Il Festival della Canzone Italiana è quindi al top, ma i comici sono un flop (pessime gag). Non deludono i big, benissimo la band che viene dal talent (show), la musica è molto pop (mainstream ma smart), mancano forse i sapori più indie (ammette Carlo Conti). Live, è tutto rigorosamente live.

Sono troppo casual i look delle star? Piace poco il brand scelto da Grandi, ma è perfetta Tatangelo in longdress black&white. Charlize Theron incanta nell’outfit più glamour e sexy.

Lo share parla da solo, il top con la performance della drag queen Conchita, il boom di ascolti alle 22, la Rai vince tutto il prime time, per la gioia degli sponsor e del loro sponsor time. Sul web il festival è sempre nei trending topics del social network Twitter (che va in tilt e segna gli hashtag ufficiali come spam). Bene anche il Dopofestival in streaming, e il direttore di Rai1 Leone: “Penseremo all’on air televisivo”.

Le cover hanno una serata tutta per loro (il terzo round del giovedì), mentre il medley delle hit e la standing ovation delle fan spettano solo ai superospiti… ma come mai per questo non c’è una parola inglese migliore?

Il claim dello spot – insomma lo slogan – per la città del festival è “Tutti amano Sanremo”. E il sindaco di Sanremo, pur misurato e affabile, viene un poco deriso dai giornalisti perché, in due conferenze stampa di seguito, gli scappa qualcosa come “i fiori sono il motivlive del festival”. Al posto di leitmotiv che, a essere pedanti, viene dal tedesco ma oggi è inglese, naturalmente.

Kermesse: è l’espressione più bella per Sanremo, nell’automatismo che ne ignora la perfetta verità. Kermesse, spiega la Treccani, è un prestito dal francese ed etimologicamente deriva dall’olandese kerkmisse, “festa del patrono”, propriamente “messa di chiesa” (church mass, per capirci con un pezzo ancora di finto inglese). E a illustrazione dell’uso estensivo di “raduno, esibizione o manifestazione pubblica di notevole importanza” la Treccani non può che citare Sanremo.

La kermesse festivaliera è, infatti, una grande messa laica. Ma come dimostrano le parole del capofamiglia Anania all’Ariston e soprattutto la forza persuasiva di chi ce l’ha fatto arrivare su quel palco, la religiosa kerkmisse fa sempre valere i suoi diritti su Rai1.

Mollicare: tutti commentano Sanremo e i confini estremi di questo parlarsi sopra sono da una parte i cattivoni di Twitter, tristemente costretti alla stroncatura irriverente, e Vincenzo Mollica, che esalta il festival come un’opera d’arte totale.

Mollica è il principale esponente della scuola critica capolavorista e ha sempre il pedale del giudizio pigiato sulla bontà, ma qui a Sanremo, nel suo collegamento con il Tg1 subito prima del festival, tiene il volume dei complimenti fisso sopra il sublime. E pare perfino sincero nel suo mollicare, nel perenne entusiasmo linguistico, mentre i cattivoni in rete mostrano già grande stanchezza alla terza serata di sarcasmi contro gli abiti di Emma e Arisa.

Nazionalpopolare: termine in netto declino, cascame dell’era sanremese di Pippo Baudo che nel 1996 affermò trionfante: “Il festival è uno spettacolo nazionalpopolare nel senso gramsciano del termine”. Il richiamo a Gramsci non era solo un’esibizione di cultura, nazionalpopolare nel 1987 era stato, infatti, usato in senso spregiativo dall’allora presidente della Rai Enrico Manca per un intervento di Beppe Grillo al Fantastico di Baudo (la famosa battuta sulla Cina dove tutti sono socialisti: “Ma allora a chi rubano?”).

Baudo non è più sul palco e Grillo non è fuori dell’Ariston come l’anno scorso a fare comizi, denunciando la casta dei politici che rubano e difendendo la gente che lavora. Quest’anno si preferisce semplicemente dire: è il festival della gente, che è sempre normale, comune, buona (Grillo non c’ha mica il copyright sopra). È il Sanremo del pubblico, che ha sempre ragione. E sopra tutto è il festival della famiglia.

Dopo il successo di martedì la Rai ha tenuto a diramare un brevissimo comunicato stampa con il primo commento di Carlo Conti: “Questo è un festival per la gente, per il pubblico. E soprattutto è un festival pensato per la famiglia” tradizionale, con qualche piccola concessione passate le 24.

Regolamento di voto: straordinario esempio di bizantinismo concettuale e linguistico. Se non siete tra i venti campioni e le otto nuove proposte potete leggerlo come il più originale pezzo comico del festival.

Semplificando molto e guardando solo ai campioni: nelle prime due serate vengono votati, 10 per serata, dai telespettatori con il televoto e dalla giuria dei giornalisti in sala stampa. Ognuna della due componenti pesa per un 50 per cento e si stila quindi una classifica totale dei 20.

Sin qui si capisce bene, poi arriva la terza serata a sparigliare. Compaiono non 10 campioni con una canzone inedita bensì tutti e 20 con una cover. La composizione della giuria rimane invariata, ma la classifica dei due giorni precedenti non conta nulla. E il primo classificato di questa serata, uscito fuori da una gara a cinque gironi, vince il premio Cover, che a propria volta non conta nulla per la vittoria al festival. Nek ha accolto lo scherzo con bello spirito.

Nella quarta serata cantano di nuovo i venti campioni, cambia però il meccanismo di voto: via i giornalisti, abbassato al 40 per cento il peso del televoto, dentro la giuria degli esperti e la giuria demoscopica, con un 30 per cento ciascuno. Gli esperti sono otto (tra essi Cecchetto e Beldì). I demoscopici sono “trecento persone selezionate tra abituali fruitori di musica”, il sondaggista del festival Nando Pagnoncelli li conosce e ci fidiamo di lui.

A questo punto nella documentazione ufficiale della Rai sulla quarta serata compare un agile paragrafo che i giornalisti ormai esasperati – per l’esclusione dal voto e soprattutto per il dover riferire su di esso – copiaincollano brutalmente: “La media ponderata tra le percentuali di voto ottenute dalle canzoni-artisti in serata e tra le percentuali di voto ottenute dalla classifica congiunta elaborata sulla base delle percentuali ottenute nel corso della prima e seconda serata, darà luogo a una classifica totale delle venti canzoni-artisti in competizione. Le ultime quattro canzoni-artisti in graduatoria verranno eliminate, le restanti 16 accederanno alla serata finale.” Insomma ne fanno fuori quattro.

Nella quinta e ultima serata gareggiano le 16 canzoni rimaste, la giuria rimane uguale alla quarta serata, ma “i risultati delle votazioni precedenti verranno azzerati.” Cioè i 16 campioni cantano e ripartono da zero. Le tre giurie votano, si fa una classifica totale ma, sorpresa sorpresa, non viene proclamato il vincitore del festival bensì i tre finalisti.

A questo punto, come avrete facilmente immaginato, “i risultati della precedente votazione in serata verranno azzerati”, i tre sopravvissuti ricantano e la giuria (sempre la stessa) rivota. E di lì, dice il regolamento Rai, esce il vincitore, salvo sorprese…

Ritmo: per il conduttore è la parola che sintetizza meglio il suo festival e la caratteristica fondamentale del suo modo di fare televisione. Ritmo, ritmo, ritmo, radiofonico, pimpante, veloce. Nella leggenda personale di Carlo Conti grande spazio trovano gli esordi anni ottanta, con i riccioli lunghi che ora non ci sono più e le trasmissioni in una radio privata di Firenze che gli hanno insegnato tanto e prima di tutto il ritmo.

Anche la Rai è molto orgogliosa del rimanere dentro i tempi previsti con questo Sanremo: Conti finisce giusto, Conti non sfora, Conti è puntuale. E s’immaginano già i nostalgici, tra qualche anno: “Quando c’era Lui il festival arrivava in orario”.

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