Una manifestazione contro l’annuncio di tremila licenziamenti da parte dell’azienda Almaviva, Roma, il 27 maggio 2016. (Andrea Ronchini, Pacific Press/LightRocket/Getty Images)

Per capire la crisi dei call center in Italia bisogna andare in Albania

Una manifestazione contro l’annuncio di tremila licenziamenti da parte dell’azienda Almaviva, Roma, il 27 maggio 2016. (Andrea Ronchini, Pacific Press/LightRocket/Getty Images)
30 ottobre 2016 10:58

Prima o poi il punto di rottura doveva arrivare. Il colosso dei call center Almaviva annuncia l’esubero di 2.500 lavoratori tra Roma e Napoli, e gli stessi sindacati Slc-Cgil, Fistel-Cisl e Uilcom stimano che “se non risolve la questione entro breve, nel giro di qualche mese ci saranno 70-80mila posti a rischio”.

Insomma la slavina del settore è dietro l’angolo, e il ministro dello sviluppo Carlo Calenda prova a correre ai ripari con la convocazione dei rappresentanti delle aziende committenti dei servizi di call center. Ma per capire come essa si è generata, bisogna decifrare lo schema che si è riprodotto su larga scala negli ultimi anni.

Da una parte si sono intensificate le aste al ribasso per la fornitura dei servizi outbound (chi chiama per proporre offerte e contratti) e inbound (chi riceve telefonate per ascoltare i reclami e risolvere problemi). Per cui i committenti (praticamente tutte le grandi aziende, italiane e non, che ricorrono ai call center per interloquire con i propri utenti) finiscono per strappare prezzi ben al di sotto dei livelli di retribuzione indicati dai contratti nazionali di lavoro. Dall’altra il meccanismo non è stato arginato per tempo, e a quel punto, quando i prezzi scendono sempre di più, la soluzione non è più la flessibilità o il trasferimento dei propri uffici da Roma o Milano in qualche città di provincia meridionale. L’unica soluzione plausibile è la delocalizzazione: chiudere in Italia e aprire in Albania.

I fattori della slavina
Perché poi proprio in Albania (e in misura minore in Romania), è evidente. L’Albania è un paese a poche decine di miglia da noi, sull’altra sponda dell’Adriatico, in cui si parla correntemente l’italiano e in cui le retribuzioni sono molto più basse, benché cresciute negli ultimi anni di risalita economica. Un lavoratore di call center a Tirana guadagna in media 300 euro, al massimo 500 euro al mese. E questo è un posto di lavoro infinitamente più ambito di altri.

Per capire cosa si agita alle spalle della vertenza Almaviva, è utile ricordare un’altra vertenza che ha riguardato un altro colosso dei call center, la multinazionale francese Teleperformance, un paio di anni fa, quando annunciò “di trasferire in Albania un’attività del back office di un importante committente legato al mondo dell’energia, di piano nazionale”, mettendo in quel caso a repentaglio i livelli occupazionali della grande sede di Taranto. Al di là della vertenza contrattuale, e delle strategie adottate in seguito dall’azienda, quella vicenda rivelò appieno il formarsi della slavina, e perché a questo formarsi contribuivano (e tuttora contribuiscono) più fattori.

In quel caso, da una parte c’era la sede di Taranto, che con i suoi tremila dipendenti costituisce un polmone occupazionale importantissimo in un’area che vive la crisi dell’Ilva e ha un esercito imponente di disoccupati e inoccupati (oltre centomila persone, secondo i sindacati). Dall’altra, la sede di Teleperformance Tirana, un palazzone sinistro che sorge nel centro della capitale albanese, alle spalle del Blok, l’ex cittadella del potere staliniano. Si tratta della più grande concentrazione di quei 25mila operatori di call center che, nel “paese di fronte”, lavorano per il mercato italiano, parlando per otto e più ore al giorno in perfetto italiano.

‘Possiamo offrire la vicinanza geografica dei nostri due paesi e costi di lavoro molto bassi’

Tra Taranto e Tirana ci sono duecento chilometri in linea d’aria. In entrambe le sedi, a ridosso del confine dell’Unione europea, ci sono giovani operatori che ogni giorno parlano in italiano con clienti italiani, ascoltando reclami e offrendo promozioni.

Unica differenza: quelli di Tirana sono pagati meno della metà, eppure quei 300 euro al mese (che in alcuni casi, come detto, possono arrivare a 500) costituiscono una cifra ben più alta della retribuzione media di un dipendente pubblico. Per fare un confronto, un alto dirigente in un ministero non guadagna più di 900-1.000 euro al mese. Se questo è il piano inclinato che muove le delocalizzazioni, molto più complesso è il piano sociale e politico intorno alla loro realizzazione.

Perché, se da una parte ci sono i sindacati di categoria Cigl, Cisl e Uil che lamentano come pratiche del genere rendano poi “inevitabile” l’annuncio periodico di esuberi, dall’altra c’è un paese che vuole entrare nell’Unione europea e che per farlo chiede alle aziende occidentali (italiane e non solo) di intensificare la loro presenza in Albania. Lo stesso premier socialista Edi Rama lo ha più volte ribadito: “Quello che abbiamo da offrire è la vicinanza geografica dei nostri due paesi e costi di lavoro molto bassi per le vostre imprese”. Non solo.

A questo va aggiunto l’assenza di sindacati combattivi e una tassazione al 15 per cento, esattamente la soglia che in Italia costituirebbe il sogno fiscale evocato da Matteo Salvini.

Arginare i contratti al ribasso
In quel caso, così come oggi, la frattura tra lavoratori era netta. Da una parte c’erano gli operatori di Taranto, che volevano tenersi stretto il proprio lavoro, sia pure di 900-1.000 euro al mese. Dall’altra gli operatori di Tirana (studenti o giovani alla prima assunzione lavorativa, spesso provenienti dalla provincia) che parlano italiano tanto quanto i lavoratori al di là del mare e che soprattutto – in quelle condizioni, almeno per ora – non si sentono affatto sfruttati. Nel mezzo si sta costruendo un nuovo scenario adriatico, con aspettative e ambizioni diverse, non solo intorno al mondo del lavoro.

Per questo, il punto, ben oltre la stessa pratica della delocalizzazione, e dei vantaggi economici che essa offre, è in realtà un altro. Valeva per il caso Teleperformance, vale per la slavina preannunciata dagli esuberi di Almaviva: come far parlare tra loro i lavoratori delle due sponde dell’Adriatico? È possibile pensare a una strategia sindacale, e politica, che includa i diritti e le richieste di entrambe le parti? È possibile parlare la stessa lingua?

È possibile, soprattutto, che da un comune riconoscersi tra lavoratori così simili e così distanti possa scaturire un argine alle aste al ribasso? In caso contrario, ogni sanzione varata dall’alto, ogni “tolleranza zero” evocata contro le delocalizzazioni, rischia di apparire un’arma spuntata.

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