Il presidente cileno Salvador Allende con gli uomini del Gap durante l’assalto al palazzo della Moneda, l’11 settembre 1973.

Cos’è il Plan Condor e perché è finito sotto processo in Italia

Il presidente cileno Salvador Allende con gli uomini del Gap durante l’assalto al palazzo della Moneda, l’11 settembre 1973.
19 gennaio 2017 17:33

Quando, l’11 settembre del 1973, il palazzo della Moneda viene assaltato dalle forze golpiste e bombardato dagli aerei militari che scendono in picchiata su Santiago del Cile, dentro ci sono solo una settantina di uomini. Accanto a Salvador Allende, eletto presidente della repubblica tre anni prima, ci sono i fedelissimi del Gap, ovvero il Gruppo di amici del presidente, una sorta di guardia privata in abiti borghesi composta da militanti del Partito socialista. A coordinare il Gap c’è un ragazzo di appena 24 anni che viene dalle file del partito: Juan Montiglio. Ha origini piemontesi, il suo nome di battaglia è Anibal. In una delle foto celebri che ritraggono l’assalto della Moneda, Anibal è alle spalle di Allende: il presidente indossa un elmetto, ha lo sguardo preoccupato, mentre Anibal stringe qualcosa tra le mani. In privato Allende è “il dottore” (“il dottore ha detto”, “il dottore è impegnato”, “cosa fa il dottore?”…). Nessuno lo chiama “presidente”, e lo stesso Allende non si fa mai chiamare così.

Quel giorno, la difesa del “dottore”, e per estensione del palazzo presidenziale, doveva essere affidata a tre squadre. Oltre al Gap, a un corpo della polizia e a uno dei carabinieri.

Quando comincia il golpe, i carabinieri (sodali di Pinochet) se la squagliano. I poliziotti invece rimangono accanto ai ragazzi del Gap. Resistono insieme per alcune ore, con le poche armi di cui dispongono, sebbene le forze militari avverse siano superiori e il palazzo sostanzialmente indifendibile. Quando un’ala va a fuoco, “il dottore” capisce che è finita. Sa bene che saranno tutti passati per le armi. Allora li chiama e dice loro che sono sollevati dal loro incarico, sono liberi di andarsene. Ma restano tutti al loro posto. Non solo gli uomini del Gap, anche i poliziotti: ognuno di loro ribadisce che manterrà la propria posizione fino alla fine. Tanto che Juan Soane, a capo di quel manipolo di poliziotti, più tardi ricorderà, o crederà di ricordare, che il “dottore” abbia commentato quella scelta dicendogli: “Le vecchie querce muoiono in piedi”.

Poco dopo Allende si suicida con un colpo di pistola, mentre gli uomini che hanno condotto l’estrema difesa della Moneda escono in fila indiana. Vengono fatti stendere sull’asfalto, le mani dietro la nuca, poi sono trasferiti alla caserma Tacna. Qui i ragazzi del Gap sono interrogati e torturati per due giorni, al termine dei quali vengono portati a Pendehue e fucilati uno a uno. I militari accatastano i loro corpi in una fossa comune, un fossa profonda tre o quattro metri e larga 15, e vi lanciano dentro delle granate per distruggerli, per smembrarli, per renderli irriconoscibili, per cancellare le prove della mattanza. In seguito ricoprono tutto con la calce.

Da quando in Cile è tornata la democrazia, Alejandro Montiglio ha cercato di ricostruire gli eventi che hanno portato alla morte del padre

“Trent’anni dopo hanno provato a dare un nome a quei resti. Un giorno il giudice ha fatto vedere a mia madre una ciotola: conteneva dei denti, un pezzo di falange… In seguito, hanno provato a fare l’esame del dna, ma non sono riusciti a stabilire niente. Quei resti non erano di Juan Montiglio. I denti non erano di Anibal”.

Da quando in Cile è tornata la democrazia, Alejandro Montiglio non ha fatto altro che dedicarsi a ricostruire gli eventi che hanno portato alla morte del padre. Ha incontrato i suoi compagni di liceo e di università, i membri del partito socialista e di altre formazioni politiche, i pochissimi sopravvissuti del Gap, i poliziotti della Moneda. Anche grazie a questo lavoro di controstoria, svolto a tanti anni di distanza da quegli eventi, e condotto spesso in solitudine, Alejandro è stato uno dei testimoni-chiave del processo che si è tenuto a Roma contro il Plan Condor, e che ha visto imputati 33 civili e militari cileni, uruguaiani, boliviani e peruviani responsabili della repressione totalitaria e del “terrorismo di stato” nei rispettivi paesi, nel corso degli anni settanta del secolo scorso. Dopo due anni di udienze la sentenza è stata pronunciata il 17 gennaio dalla corte d’assise di Roma presso l’aula bunker di Rebibbia.

Per la morte di Juan Montiglio è stato condannato all’ergastolo Ahumada Valderrama, allora capitano dell’esercito cileno, responsabile dell’organizzazione del plotone di esecuzione dei membri del Gap. Ma questo è stato solo uno delle decine di casi di uccisione o desaparición forzada esaminati nel processo. Accanto a quella di Valderrama, ci sono state altre sette condanne all’ergastolo e 19 assoluzioni. Nel frattempo, sei imputati sono deceduti.

Per farsi un’idea della mole giudiziaria che un simile processo deve affrontare, è possibile ascoltare la registrazione integrale di tutte le udienze offerta da Radio Radicale. Tuttavia per capire come si è snodato in questi anni il processo contro il Plan Condor, quale sia la sua importanza storica, e quali siano i limiti della sentenza di primo grado (che ha visto comunque molte assoluzioni) occorre spiegare alcune cose.

La guerra sporca degli anni settanta
Innanzitutto il nome. Con “Piano Condor” si intende la decisione, a partire dal 1974, di alcuni paesi dell’America Latina (Cile, Argentina, Uruguay, Paraguay, Bolivia) di coordinare su scala internazionale la “guerra sporca” contro i movimenti guerriglieri, o più in generale di opposizione alle dittature. Per i vertici militari di questi paesi sarebbe stato possibile realizzare un simile piano solo attraverso la condivisione di informazioni, azioni e metodi di interrogatorio, tortura, carcerazione, sparizione.

È difficile ricondurre a unità le specificità storiche dei singoli stati, i fattori che hanno portato in un paese o nell’altro all’instaurarsi delle dittature, alla genesi dei movimenti di opposizione e alla scelta (da parte di alcuni di questi) di ricorrere alla guerriglia. Sta di fatto, però, che è possibile, nell’ideologia e nella pratica della repressione, individuare un minimo comune denominatore. A un certo punto viene bollato come “marxista”, e quindi come “terrorista”, chiunque si opponga o manifesti l’idea di farlo, anche chi appartiene a formazioni sindacali, religiose o studentesche, e non ha mai avuto intenzione di aderire alla lotta armata. La repressione si estende a macchia d’olio, nel momento in cui il concetto di “nemico” si estende a macchia d’olio. Da qui la necessità non solo di organizzare sistematicamente un vasto piano repressivo, ma anche di tenerlo il più possibile sotto silenzio, di renderlo invisibile, con il ricorso sistematico alla tortura dei sequestrati perché fornissero informazioni utili, e successivamente alla loro desaparición affinché le prove fossero cancellate.

A partire dagli anni ottanta del novecento, con il ritorno graduale della democrazia in tutti i paesi dell’America Latina, i processi per accertare la verità di quei fatti vengono bloccati. Il caso dell’Argentina e dell’Uruguay è paradigmatico: per il timore di un colpo di coda dei militari, vengono promulgate delle leggi che sanciscono un’ampia amnistia per chi ha preso parte alla pratica del “terrorismo di stato”. Così, se da una parte escono libri, inchieste, film, fumetti, spettacoli teatrali sui desaparecidos, e si intensifica il lavoro di molte associazioni per i diritti umani, dall’altra la possibilità di accertare la verità giudiziaria dei singoli eventi rimane in un limbo. A questa situazione schizofrenica viene posto fine – sia in Argentina, sia in Uruguay – solo nel nuovo secolo. In Argentina, sotto la presidenza Kirchner vengono ritenute incostituzionali quelle leggi promulgate alla metà degli anni ottanta (del punto finale e dell’obbedienza dovuta) che garantivano l’impunità e si aprono numerosi processi, il più noto dei quali riguarda l’Esma, la Scuola meccanica della marina militare trasformata in un campo di concentramento all’interno del quale sono scomparsi almeno cinquemila oppositori politici.

In Uruguay, invece, dove è stata promulgata nel 1986 la legge sulla caducità, con l’intento di garantire un’ampia impunità per i crimini commessi durante la dittatura, il percorso di abrogazione è stato molto più accidentato. Pertanto nell’ultimo decennio è stato possibile istituire i primi processi (sotto i governi del Frente amplio, che ha raccolto in parte l’esperienza dell’opposizione alla dittatura militare) lavorando sugli spiragli lasciati aperti dalla legge. Per esempio, come racconta Mario Occhinero dell’Osservatorio Uruguay, “è stato possibile rinviare a giudizio alcuni dei militari implicati nel terrorismo di stato, perché proprio in funzione del Plan Condor avevano compiuto dell’azioni all’estero, e tali azioni non erano contemplate nell’amnistia”.

Il processo riconduce i casi singoli al piano di repressione coordinato su scala internazionale: il Plan Condor

Ma perché istituire un processo contro il terrorismo di stato anche in Italia? È stato possibile farlo per due motivi. Il primo è che non pochi tra i morti e gli scomparsi avevano origini italiane, erano figli di emigrati italiani o erano nati addirittura in Italia. C’è un precedente in tal senso. Nel 2000 è stato istituito a Roma un processo contro l’uccisione di due sindacalisti di origine sarda, Martino Mastinu e Mario Marras, che lavoravano nei cantieri navali di Tigre, vicino a Buenos Aires. Il procedimento si è concluso, in un’epoca in cui i processi in Argentina non erano stati ancora aperti, con la condanna dei responsabili: sei militari e un prefetto argentino. La loro storia è stata ricostruita in un bel libro del giornalista Carlo Figari, El Tano. Desaparecidos italiani in Argentina (AM&D Edizioni).

Rispetto al processo per Mastinu e Marras, quello contro il Plan Condor costituisce un passo avanti. Non solo perché in due anni di udienze sono state sentite decine di testimoni (ex militanti politici, familiari di desaparecidos, esperti di vario genere), ma perché alla base del procedimento giudiziario c’era un’idea molto semplice. Non analizzare i singoli casi come fatti a se stanti, ma ricondurli al piano di repressione coordinato su scala internazionale. Il Plan Condor, appunto. È con tale intento che il 31 gennaio 2013 sono stati rinviati a giudizio 32 militari o poliziotti di Bolivia, Cile, Perù e Uruguay, più l’allora ministro degli esteri uruguaiano Juan Carlos Blanco.

Soldati cileni posizionati su un tetto sparano sul palazzo della Moneda, l’11 settembre 1973.

Un processo simile, sulle responsabilità di alcuni militari argentini nell’elaborazione del Plan Condor, si è aperto anche a Buenos Aires, e si è concluso nel maggio 2016 con la condanna di 15 dei 17 imputati. Ed è questo l’unico motivo per cui, nel processo romano, non erano presenti imputati di nazionalità argentina.

Tuttavia c’è anche un altro motivo per cui il processo, o quanto meno un suo ramo relativo all’Uruguay, è stato istituito in Italia. Tra gli imputati figura anche Jorge Nestor Troccoli, negli anni settanta giovane ufficiale ai vertici dell’S2, il servizio di intelligence della Marina militare uruguaiana che “interrogava” i sequestrati del Fusna, un centro di detenzione speculare all’Esma argentina.

Troccoli era l’unico dei 33 rinviati a giudizio a non essere processato in contumacia. Di origini campane, si era trasferito in Italia nel 2007 avvalendosi della doppia cittadinanza, non appena il magistrato Mirtha Guianze aveva provato a istruire a Montevideo un processo contro lui e contro Juan Carlos Larcebeau e i responsabili di alcune operazioni che avevano portato all’eliminazione, tra la fine del 1977 e l’inizio del 1978, dei membri del Gau (Grupos de acción unificadora), un gruppo di militanti politici uruguaiani riparato in clandestinità a Buenos Aires.

Per evitare di farsi processare in patria, Troccoli ha lasciato l’Uruguay attraverso il Brasile meridionale e da qui ha preso un volo verso quella che considera “la terra degli avi”. Poiché secondo la legge uruguaiana non è possibile processare nessuno in contumacia, il tribunale italiano ha potuto procedere anche per quelle presunte vittime, di cui Troccoli sarebbe stato responsabile, che non avevano origine italiana. In particolare, proprio gli appartenenti al Gau scomparsi a Buenos Aires.

Pertanto il processo Condor ha riguardato complessivamente 43 vittime: sei italoargentini, quattro italocileni (tra cui Juan Montiglio), 13 italouruguaiani e venti uruguaiani (cioè i membri del Gau).

Troccoli non ha mai lasciato l’Italia durante le udienze, benché il suo legale, Paolo Guzzo, abbia lamentato un clima di “odio” nei suoi confronti. Durante il lungo processo, si è presentato in aula solo due volte. Nella prima è rimasto in silenzio, nella seconda – il 13 ottobre 2016 – ha rilasciato delle dichiarazioni spontanee, dicendosi innocente.

Ma davvero è possibile tracciare una chiara linea di divisione tra il torturatore buono e il torturatore cattivo?

La sentenza per il processo del Plan Condor viene pronunciata nell’aula bunker di Rebibbia la sera del 17 gennaio 2017 dal presidente della corte Evelina Canale. Sfogliando le tre pagine che raccolgono il dispositivo della sentenza, si evince che sono condannati all’ergastolo i cileni Hernán Jerónimo Ramírez Ramírez e Rafael Ahumada Valderrama, l’uruguaiano Juan Carlos Blanco, i boliviani Luis García Meza Tejada e Luis Arce Gómez, i peruviani Francisco Morales-Bermúdez Cerruti, Pedro Richter Prada, Germán Ruiz Figueroa. A parte sei imputati nel frattempo deceduti, tutti gli altri vengono assolti perché il fatto non sussiste. Tra loro, viene assolto anche Jorge Nestor Troccoli.

In attesa che vengano depositate le motivazioni della sentenza, è possibile fare due osservazioni. La prima è che risultano condannati gli imputati che, nei singoli paesi, occupavano una posizione al vertice della macchina repressiva. Come se, a quarant’anni di distanza, il tentativo di riavvolgere il nastro della storia non avesse potuto depositare prove certe e inequivocabili, in grado di attestare il funzionamento della catena di comando. Del resto, se il fine è quello di stabilire le responsabilità di una serie di omicidi (peraltro in assenza, in molti casi, dei corpi delle vittime), è difficile evincere le singole responsabilità individuali all’interno della macchina del terrorismo di stato. Facciamo un esempio: chi raccoglie informazioni “utili” per l’eliminazione di un presunto dissidente è senza dubbio corresponsabile della sua morte, anche se non lo sequestra con le proprie mani. Ma in che modo stabilire un nesso tra i due eventi, quando la raccolta delle prove è lacunosa?

Sembra essere questo il motivo per cui è stato condannato all’ergastolo solo l’allora ministro degli esteri Juan Carlos Blanco, mentre tutti gli altri imputati uruguaiani sono stati assolti. Se da una parte, quindi, la sentenza conferma l’esistenza del Plan Condor, e il coordinamento internazionale che l’ha sostenuto, dall’altra non è in grado di stabilire il nesso tra i vertici e i quadri intermedi. Se non nel caso del capitano Ahumada Valderrama, responsabile dell’uccisione di Anibal Montiglio e degli uomini del Gap.

Tuttavia è possibile avanzare anche una seconda considerazione.

Poiché in Italia non è ancora stato istituito il reato di tortura e non c’è una normativa certa che inquadri i casi specifici di desaparición forzada, l’unico reato contestato nel processo Condor è stato quello di omicidio plurimo aggravato, mentre quello di sequestro, dopo quarant’anni, è già caduto in prescrizione. Pertanto il processo è stato sottoposto da subito a una evidente forbice giudiziaria. Laddove non è stato possibile provare la collaborazione diretta negli omicidi, le accuse sono cadute. Anche quando gli imputati erano evidentemente responsabili di casi di tortura. E anche quando, come nel caso del capitano di vascello Jorge Nestor Troccoli, il ricorso alla tortura è stato ideologicamente argomentato.

Poiché in tal senso costituisce un caso di manuale, Jorge Troccoli merita ancora qualche parola.

In guerra ogni mezzo è lecito
Troccoli è l’unico militare appartenente a una delle forze armate coinvolte nella “guerra sporca” ad aver scritto un libro in cui ha raccontato di suo pugno quanto è accaduto. Quel libro, intitolato La ira de Leviatán, è uscito in Uruguay alla metà degli anni novanta, quando l’impunità garantita per i crimini commessi era ben lungi dall’essere messa in discussione.

Dopo la pubblicazione del libro, l’ex responsabile dell’intelligence al Fusna, è diventato un personaggio noto. La tesi storico-politica alla base de La ira de Leviatán è molto semplice: a un certo punto le istituzioni sono state attaccate dai terroristi; così ne è nata una guerra, in cui sono state coinvolte anche le forze armate, la spina dorsale dello stato uruguaiano. Secondo Troccoli, in guerra ogni mezzo è lecito per il raggiungimento della vittoria finale, specie se l’alternativa è quella della “morte dello stato” o dell’instaurazione di una “dittatura cubana”. Soprattutto, in una guerra asimmetrica come quella condotta contro i Tupamaros e le altre formazioni guerrigliere, ogni metodo è lecito pur di ottenere informazioni utili.

Da questo punto di vista, La ira de Lieviatán costituisce un’interessante anticipazione di alcune tesi sulla legittimazione della tortura nella lotta al terrorismo, divenute piuttosto popolari sotto l’amministrazione di George Bush.
Troccoli scrive chiaramente: “L’informazione si otteneva principalmente dagli interrogatori, e in questi, la tortura, anche se non si può considerare sistematica, era normale. Il fatto anormale era che un detenuto ci raccontasse tutto di sua spontanea volontà. All’interno di quest’ambito, io ho visto di tutto, tanto nella marina come nelle altre forze, ho visto l’interrogatore che cercava l’informazione, come Pedro, come Joaquín, come ho agito io, e ho visto l’altro, quello che portando la lotta sul piano personale, cercava di punire il detenuto. Si riconosceva facilmente perché glielo diceva palesemente: ‘Ci avete fatto tale o quale cosa, avete ucciso Tizio’ e, allora, lo picchiava. Ho visto anche gli altri, i sadici. Ma tra le centinaia di persone che interrogavano i detenuti, erano la minoranza, li si può trovare in qualsiasi altra attività o ruolo, il fatto che si trovassero lì, si doveva soltanto al fatto che si trovavano nella circostanza adatta a sviluppare il loro sadismo e al fatto che il numero di persone coinvolte negli interrogatori faceva inevitabilmente che apparissero in una determinata percentuale. Ho anche visto come erano fortemente disprezzati e censurati dai loro compagni, e ho visto come si prendevano informazioni sul loro conto ed erano rimossi dalle loro cariche. Sono sicuro che qualche irresponsabile proverà a estrarre soltanto questo paragrafo, con interessi sensazionalistici e commerciali, mutilando apposta, tutto quello che è un contesto storico e una linea di pensiero. Spero che includa anche questa frase”.

E noi, in questa lunga citazione, smentendo i timori di Troccoli, la includiamo. Ma davvero è possibile tracciare una chiara linea di divisione tra il torturatore buono e il torturatore cattivo? È troppo facile confrontare questa pagina del libro di Troccoli con le testimonianze raccolte nel processo in cui si elencano le sevizie perpetrate sui corpi dei sequestrati: ani sfondati, arti spezzati, carni segnate dall’uso delle corde o dalle lacerazioni inflitte.

Come ha detto lo stesso pm Tiziana Cugini nella requisitoria finale, le torture subite sono state descritte nei minimi particolari dai testi ascoltati: “A un certo punto talmente erano frequenti queste deposizioni che spesso e volentieri si è cercato, sia per rispetto delle vittime che le avevano subite, sia soprattutto per le orecchie di tutti noi che le ascoltavamo, e che le vivevamo attraverso i loro racconti, di andare oltre nella descrizione. Io in questo momento chiedo invece alla corte tutta di ricordare il tipo di tortura ai fini di prova. Ai fini di prova perché se andiamo a vedere le tecniche di tortura che ci raccontano i cittadini uruguaiani ascoltati, i cittadini argentini ascoltati, i cittadini che hanno subìto queste torture in Bolivia, in Uruguay, in Paraguay e in Cile, sono identiche. Questo vuole dire che un altro modo di realizzare operazioni congiunte era quello di seguire lo stesso insegnamento nella tecnica di tortura. Quindi le tecniche di tortura sono un ulteriore elemento di prova nella identità della programmazione delle stesse e nella identità del piano di sterminio, di annichilimento per tutti gli oppositori del regime”.

Le carte del processo Condor non sono solo un’enciclopedia aperta sulla storia recente dell’America Latina. Non sono solo un catalogo di orrori perpetrati e di eroismi dimenticati, come quello degli uomini che tentarono l’estrema difesa del palazzo della Moneda. Non sono solo uno spunto utile per l’ennesimo confronto tra giudizio penale e giudizio storico, né per dissertare sul senso della verità e della giustizia a quattro decenni di distanza dagli eventi accertati. Quelle carte sono anche una finestra aperta sul presente. E, come nel caso dell’assenza del reato di tortura, mostrano la vulnerabilità del nostro ordinamento nel fare i conti con ciò che è stato.

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