Cresce del 5 per cento il pil negli Stati Uniti, non accadeva dal 2003

Secondo le stime ufficiali, il pil statunitense sarebbe cresciuto del 5 per cento nel terzo trimestre del 2014. Il tasso di crescita più alto degli ultimi undici anni

Perché il dollaro forte è un pericolo per l’economia globale

23 dicembre 2014 16:36

Negli ultimi mesi il dollaro statunitense si è fortemente rivalutato rispetto alle altre monete. Secondo l’Us Dollar index, un indice che misura il valore del dollaro rispetto a un paniere di valute straniere, dalla metà del 2014 c’è stato un apprezzamento del 12 per cento. Molti economisti sottolineano allarmati che questo fatto è un grave rischio per l’economia globale. Perché? Lo spiega l’ultimo rapporto trimestrale della Banca dei regolamenti internazionali (Bri), un’organizzazione con sede in Svizzera che promuove la cooperazione tra le banche centrali.

Il problema riguarda soprattutto le economie emergenti, cioè paesi come il Brasile, la Cina o la Russia, dove numerose aziende hanno contratto debiti in dollari ma registrano entrate nella moneta nazionale. Come spiega il Financial Times, “la Bri calcola che nei paesi emergenti ci siano debiti esteri per 2.600 miliardi di dollari, di cui tre quarti emessi nella moneta statunitense. Una buona fetta di questi debiti viene rimborsata con entrate guadagnate nelle monete locali, anche se non c’è un dato preciso al riguardo”. Di conseguenza, se il dollaro dovesse rafforzarsi ancora, molte aziende potrebbero essere schiacciate da debiti diventati ormai insostenibili.

La Bri mette in evidenza un altro aspetto preoccupante. Tra il 2009 e il 2013 circa la metà dei debiti emessi dai paesi emergenti è passata attraverso “entità offshore” che convertono i dollari presi in prestito in monete locali e poi li rimpatriano verso la casa madre sotto forma di “investimenti diretti stranieri”. Secondo alcune stime, “solo nel primo trimestre del 2013 le aziende brasiliane, cinesi e russe hanno fatto circolare in questo modo flussi finanziari per 35mila miliardi di dollari”. Il rischio è che le aziende possano essere esposte al peso di questi debiti quando sarà difficile intervenire.

Il problema è stato “largamente ignorato”, osserva il Financial Times, soprattutto dagli investitori occidentali che per anni, alla ricerca disperata di ottimi ritorni per i loro capitali, hanno inondato di liquidità i paesi emergenti. Ma ora, anche alla luce della tempesta monetaria in Russia, sarebbe il caso di intervenire, promuovendo una maggiore trasparenza dei flussi finanziari, in particolare di quelli offshore. Prima che sia troppo tardi. Perché, come dice Warren Buffett, solo “con la bassa marea si vede chi non indossa il costume da bagno”.

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