Il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi durante una conferenza stampa a Francoforte, in Germania, il 3 dicembre 2015.

Mario Draghi continua a sostenere l’euro, ma potrebbe non bastare

Il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi durante una conferenza stampa a Francoforte, in Germania, il 3 dicembre 2015.
04 dicembre 2015 15:22

Il 3 dicembre Mario Draghi, il presidente della Banca centrale europea (Bce), ha annunciato nuove misure per far ripartire l’economia dell’eurozona. C’era molta attesa intorno alla riunione del consiglio direttivo della Bce, il principale organo decisionale dell’istituto di Francoforte di cui fanno parte i governatori delle banche centrali dei 19 paesi dell’euro.

Gli osservatori, complici le dichiarazioni rilasciate dallo stesso Draghi nei giorni scorsi, si aspettavano un concreto rafforzamento del piano di quantitative easing (alleggerimento quantitativo), il programma della Bce partito lo scorso marzo che prevede l’acquisto di titoli di stato e altre attività finanziarie per sessanta miliardi di euro al mese fino al settembre del 2016.

L’inflazione così bassa fa temere che l’eurozona sia colpita dalla deflazione

Il quantitative easing è uno strumento con cui le banche centrali stampano denaro e lo immettono nell’economia attraverso l’acquisto di titoli in possesso degli operatori finanziari. La speranza è che questi soldi favoriscano l’aumento del credito alle imprese e alla famiglie e quindi la ripresa economica.

Nel caso della Bce, inoltre, il piano è stato lanciato per far ripartire l’inflazione, che nell’eurozona è praticamente vicina allo zero, cioè ben lontana dall’obiettivo del 2 per cento perseguito dall’istituto. L’inflazione così bassa fa temere che l’eurozona sia colpita dalla deflazione – la diminuzione generalizzata dei prezzi dovuta per lo più al fatto che le aziende non vendono e i consumatori che hanno la possibilità di spendere non lo fanno, in attesa che i prezzi scendano ancora.

Uno scenario tutt’altro che favorevole alla ripresa dall’economia europea, che fa temere al quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung “una giapponesizzazione dell’Europa”. Il quantitative easing, inoltre, tende a far scendere il valore della moneta nazionale (l’euro in questo caso) e quindi dovrebbe favorire le esportazioni.

La Bce ha deciso di estendere il programma fino al marzo del 2017 ma, al contrario di quanto ci si aspettava, ha lasciato invariato l’ammontare mensile degli acquisti. Draghi ha spiegato il prolungamento con il fatto che il quantitative easing sta funzionando bene. Inoltre ha precisato che gli acquisti potrebbero continuare anche dopo il marzo del 2017 e non ha detto che la cifra di sessanta miliardi al mese resterà invariata per sempre. La Bce, infine, ha esteso le categorie di titoli acquistabili alle obbligazioni delle amministrazioni e degli enti locali.

Un’altra misura importante è l’abbassamento dal -0,2 al -0,3 per cento del tasso applicato alle banche che depositano liquidità presso la Bce: in sostanza gli istituti di credito dovranno pagare ancora di più per poter tenere i loro soldi presso l’istituto di Francoforte. Resta invece invariato, allo 0,05 per cento, il costo del denaro, cioè il principale tasso d’interesse con cui le banche prendono in prestito soldi dalla Bce. L’obiettivo dei tassi negativi è disincentivare gli operatori finanziari che preferiscono “parcheggiare” la loro liquidità presso la Bce e spingerli invece a usarla in prestiti alle famiglie e alle imprese.

Nella zona euro molti paesi sono immobilizzati dall’austerità e altri dalla paura di accumulare debiti eccessivi

Anche in questo caso gli esperti si aspettavano di più ma, come osserva il Financial Times, probabilmente un’azione più forte “avrebbe inasprito i contrasti all’interno del comitato direttivo – dove la Germania guida una minoranza piuttosto agguerrita – mettendo in una posizione difficile il presidente della Bce e i suoi collaboratori. Insomma, mentre nel 2012 Draghi disse che avrebbe fatto “whatever it takes” (tutto il necessario) per salvare l’euro, in questa occasione potrebbe dire di aver fatto “whatever I can”, tutto il possibile.

Il vero nodo della crisi dell’euro, scrive il settimanale tedesco Die Zeit, è che “finora nella sua gestione ci si è affidati quasi per intero alle misure della Bce e molto meno alle politiche economiche dei governi. Se ora la situazione si invertisse, sarebbe una buona notizia”.

I miliardi di euro del quantitative easing spesso non diventano investimenti ma, quando non sono depositati dalle banche presso la stessa Bce, rischiano di alimentare bolle finanziarie. Come ha spiegato in un’intervista alla Tageszeitung l’economista Helge Peukert, “sono già visibili i rischi di una bolla. Basta guardare all’andamento della borsa tedesca. Investimenti e patrimoni sono gonfiati sempre di più, e i ricchi diventano sempre più ricchi”.

Insomma, la Bce non potrà reggere a lungo le sorti dell’euro, è necessario che la politica si prenda le sue responsabilità. “Il quantitative easing era ed è indispensabile”, dice l’economista Paul De Grauwe, “ma non può bastare senza le politiche economiche dei governi”.

Nell’eurozona, purtroppo, molti paesi sono immobilizzati dall’austerità, mentre altri, come la Germania, potrebbero fare di più promuovendo investimenti pubblici, ma sono frenati dal timore di accumulare debiti eccessivi. “Spesso si dice che i governi non dovrebbero indebitarsi troppo per non lasciare pesi insostenibili ai più giovani”, conclude De Grauwe. “La verità è che un giorno i nostri nipoti ci chiederanno perché non abbiamo investito nelle energie rinnovabili o nei trasporti pubblici quando potevamo farlo a condizioni molto favorevoli”.

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