22 gennaio 2016 12:14

All’inizio di Va’, metti una sentinella, il libro di Harper Lee ambientato vent’anni dopo Il buio oltre la siepe, Jean Louise Finch torna a Maycomb, in Alabama, dopo un periodo di studio a New York, e trova una cittadina all’altezza dei suoi bellissimi ricordi d’infanzia: solare, autentica, cordiale.

La sensazione di trovarsi finalmente in un posto che le somiglia è così piacevole che la ragazza comincia a pensare di tornare a Maycomb e rimanerci per sempre, di dare retta agli anziani del luogo e mettere la testa a posto, farsi una famiglia, organizzare il tè con le amiche il sabato pomeriggio e andare a messa con il cappello in testa come una qualsiasi rispettabile signora bianca dell’Alabama degli anni cinquanta.

Un po’ alla volta, però, comincia ad accorgersi che sotto la superficie prevedibile e rassicurante c’è una comunità corrosa dalle fratture economiche e dai pregiudizi sociali. Il primo segnale d’allerta suona quando Jean Louise confida alla zia Alexandra di aver cominciato seriamente a valutare la possibilità di sposare Henry Clinton, il suo amico d’infanzia che è cresciuto sotto l’ala di Atticus Finch, il padre della ragazza, ed è diventato un uomo rispettato e ben voluto da tutta la città.
Scandalizzata, la zia Alexandra cerca di spiegare alla nipote perché non deve – non può – sposare Henry:

Henry non è e non sarà mai l’uomo giusto per te. Noi Finch non sposiamo i figli dei bianchi socialmente inferiori e razzisti, che è esattamente quello che erano i genitori di Henry quando sono nati e per tutta la vita. L’unica ragione per cui Henry è come è oggi è che tuo padre l’ha preso sotto la sua protezione quando era un ragazzo. Hai notato come si lecca le dita quando mangia una fetta di torta? Come un bianco di bassa condizione. L’hai mai visto tossire senza coprirsi la bocca? Come un bianco di bassa condizione. Sapevi che all’università ha messo nei guai una ragazza? Come un bianco di bassa condizione. L’hai mai visto mettersi le dita nel naso quando crede che nessuno lo veda? Come un bianco di bassa…

Ho pensato a questo passaggio del libro di Harper Lee quando ho cominciato a guardare Making a murderer, il documentario in dieci puntate prodotto da Netflix che racconta la storia di Steven Avery, un uomo condannato nel 1985 per violenza sessuale, scagionato da questa accusa dopo 18 anni, nel 2003, grazie a un test del dna e nel 2007 processato di nuovo, stavolta per omicidio. Attenzione, da questo momento in poi potrebbe esserci qualche spoiler.

Il primo episodio di Making a murderer


Anche questo è un processo in cui gli avvocati di Avery, apparentemente le uniche due persone ragionevoli di tutta la storia, dimostrano una serie di abusi commessi dagli investigatori e dalla procura così palesi e inquietanti da lasciare lo spettatore con la certezza che la polizia voglia incastrare Avery per la seconda volta.

Il documentario parte piano ma dalla terza puntata, cioè dall’entrata in scena di Brendan Dassey, il nipote di Avery, si trasforma in una storia tremenda e inquietante, e non si riesce a fare a meno di seguirla. Un fatto non scontato se si considera che la storia è costruita soprattutto con materiale girato durante i processi.

Questo ovviamente è dovuto in buona parte alla fascinazione che proviamo per le storie di cronaca nera – soprattutto per quelle dove vanno in scena un omicidio irrisolto e uno stato evidentemente incapace e corrotto – e al fatto che mentre la storia procede e diventa sempre più complessa e inquietante tendiamo a prendere posizione e vogliamo assolutamente sapere come va a finire. La sensazione alla fine della decima puntata è un misto di incredulità, rabbia e senso di impotenza che porta ad alzarsi e a vagare per la stanza ripetendo “non ci posso credere”.

E in questo probabilmente risiede uno dei principali limiti del documentario.

Scontro di classe

Il merito principale di Laura Ricciardi e Moira Demos, le due autrici e registe che hanno seguito la storia per più di dieci anni, è quello di essere riuscite a costruire, sullo sfondo della vicenda giudiziaria, un ritratto dettagliato di una cittadina della provincia statunitense. Una comunità, come quella che abita nella Maycomb di Harper Lee, apparentemente tranquilla e coesa ma in realtà piena di paure e rancore.

Una comunità attraversata da squilibri economici e sociali che si intrecciano a vecchi pregiudizi culturali. Come nell’Alabama degli anni cinquanta, anche nella contea di Manitowok, Wisconsin, ci sono dei “bianchi di bassa condizione”, per usare le parole della zia Alexandra, che vivono ai margini della società, che sono considerati strani, brutti, sporchi, ignoranti e cattivi. Sono gli Avery, e su di loro la comunità è pronta a riversare le sue paure e i suoi rancori. All’inizio della prima puntata Reesa Evans, avvocata di Steven Avery nel processo del 1985, introduce così la famiglia:

Nella contea di Manitowoc abitano principalmente agricoltori. Ma la famiglia Avery era diversa. Loro si occupavano di demolizioni di automobili. Avevano uno sfasciacarrozze in Avery road (la strada si chiamava come loro). Non vestivano come gli altri, non avevano la loro stessa istruzione, non partecipavano alle attività sociali della comunità. Non credo che abbiano mai voluto integrarsi nella comunità. Avevano la comunità che si erano costruiti e questo bastava.

Durante lo stesso processo è riportata una dichiarazione di Judy Dvorak, la prima agente a suggerire il nome di Steven Avery come sospettato per lo stupro di Penny Beerntsen, nel 1985: “In seguito Dvorak descrive Avery come un uomo così sporco che ogni volta che veniva portato in prigione gli assistenti dello sceriffo dovevano costringerlo a farsi una doccia”. Quando l’avvocata di Avery chiede a Dvorak se abbia veramente espresso quel concetto, lei prende le distanze dalla forma ma non dalla sostanza: “È possibile, ma di sicuro non con quelle parole. Non sono abituata a parlare con quel tipo di linguaggio”.

La separazione fisica e psicologica tra la mostruosa famiglia Avery e il resto della rispettabile contea di Manitowoc cresce durante il secondo processo, quello per l’omicidio di Teresa Halbach, una giovane fotografa. Formalmente gli imputati sono Steven Avery e suo nipote Brendan, un ragazzo di 17 anni con evidenti problemi di apprendimento, ma in realtà alla sbarra c’è l’intera famiglia Avery; a sostenere l’accusa non c’è solo lo sgradevole procuratore Ken Kratz ma un’intera comunità che non vede l’ora di trovare un colpevole e di voltare pagina; e a emettere il verdetto finale saranno dodici cittadini di quella stessa comunità che per mesi sono rimasti immersi in un clima di giustizialismo selvaggio alimentato da false notizie, testimonianze manipolate e conferenze stampa agghiaccianti.

Lo scontro di classe diventa ancora più esplicito nell’ultima puntata

La frattura è evidente già dalle udienze dei processi: la famiglia di Teresa Halbach arriva in tribunale vestita in modo elegante. Il fratello, un ragazzo dall’aria pulita e rassicurante, indossa spesso un completo scuro e camicia bianca. Alla fine di ogni udienza risponde pazientemente alle domande dei giornalisti che gli chiedono di commentare gli ultimi sviluppi del processo.

I familiari di Steven Avery, invece, arrivano in aula con i vestiti da casa o da lavoro: la madre in maglietta e pantaloni, il padre con la solita salopette di jeans. Dopo l’udienza escono di corsa dal tribunale senza rispondere alle domande dei giornalisti che li inseguono fino al parcheggio chiedendo una dichiarazione. L’unica persona della famiglia a parlare con i giornalisti è Barb, sorella di Steven e madre di Brendan, che davanti alle telecamere urla, piange, si scaglia prima contro suo fratello, poi contro gli stessi giornalisti e alla fine contro la famiglia della vittima.

Lo scontro di classe diventa ancora più esplicito nell’ultima puntata, quando viene presentato in aula un rapporto sulla famiglia Avery preparato da Michael O’Kelly, un investigatore privato. In teoria O’Kelly lavora per l’avvocato di Brendan Dassey, ma in realtà (e questa forse è la scoperta giuridicamente più inquietante di tutto il documentario) fa il gioco dell’accusa:

La famiglia Avery è senza dubbio il luogo in cui il diavolo ha trovato una confortevole dimora. Non riesco a trovare niente di buono in nessuno dei suoi membri. Queste persone rappresentano la malvagità pura. Un mio amico mi ha suggerito: ‘Questo è un albero familiare con un unico ramo. Bisogna abbattere quest’albero. Dobbiamo mettere fine a questo pool genetico’.

Oltre a questo, Making a murderer ha il merito di sollevare domande sui limiti del sistema penale statunitense, evidenziando lo strapotere dei procuratori e degli investigatori, i pregiudizi di giurie popolari facilmente manipolabili dall’accusa e i rischi della spettacolarizzazione della giustizia da parte dei mezzi d’informazione. E allo stesso tempo non perde mai di vista la dimensione umana della vicenda, raccontando in modo empatico ma non stucchevole la commovente ostinazione di una famiglia che cerca di conservare un briciolo di ottimismo e di dignità mentre tutto intorno va rotoli.

Persone vere

Ma alla fine, passata l’angoscia e la rabbia, viene da farsi anche qualche domanda su come il documentario è stato costruito, su quale fosse l’obiettivo di Riccardi e Demos, su quale sia in generale l’obiettivo di registi che decidono di raccontare fatti di cronaca con prodotti di qualità (lo stesso vale per The jinx, il documentario di Andrew Jarecki sulla storia di Robert Durst) e sull’effetto che producono nello spettatore.

La prima: le autrici hanno esposto i fatti in modo completo? È una domanda importante, considerando che il documentario lascia lo spettatore con la certezza di aver capito cosa sia successo a Steven Avery, e che da queste certezze è nata una campagna popolare molto appassionata per chiedere giustizia per Avery (su change.org c’è una petizione firmata da 450mila persone). Nel documentario i “cattivi” della storia (gli investigatori, il procuratore Kratz, i poliziotti) non danno la loro versione dei fatti, ma alcuni di loro hanno criticato le autrici per aver omesso aspetti importanti della storia, come alcune testimonianze e atti, che avrebbero fatto apparire molto meno limpido il passato di Avery. Qualcun altro ha fatto notare che elementi emersi durante il processo a proposito della dinamica degli eventi non trovano spazio nel documentario.

Questo forse è dovuto in parte al fatto che le registe, alle prese con una montagna di materiale e dovendo raccontare in dieci puntate almeno quindici anni di storia, hanno necessariamente dovuto semplificare i personaggi (l’avvocato eroe, il poliziotto cattivo, la vittima) e sacrificare alcuni elementi per evitare che la narrazione si disperdesse. Detto questo, però, sembra evidente che Ricciardi e Demos abbiano volutamente scelto un percorso narrativo che porta lo spettatore in un’unica direzione.

È una scelta responsabile dal punto di vista etico? È giusto sacrificare una porzione della storia – di una storia vera – per costruire una narrazione più appassionante? Cercando di rispondere a queste domande si finisce per sollevarne altre e si rischia di aumentare la confusione, forse perché documentari come Making a murderer e The jinx sono prodotti relativamente nuovi.

Sono scritti e girati con una qualità che è all’altezza delle migliori serie tv e creano lo stesso tipo di legame tra lo spettatore e i personaggi della storia (ci sono l’eroe, il cattivo e la vittima). Ma in questo caso i personaggi sono persone vere, e i documentari di questo tipo sono destinati ad avere conseguenze sulle vite vere di queste persone. Poco dopo che la serie è andata online su Netflix, centinaia di persone hanno cominciato a postare commenti rabbiosi sulla pagina Yelp del procuratore Kratz. Il paradosso, cioè, è che dopo aver denunciato abilmente (e giustamente) la sbornia di giustizialismo contro Steven Avery, Making a murderer rischia di innescarne un’altra tra i suoi stessi spettatori.

Verità contro giustizia

Il documentarista Errol Morris, uno dei primi a realizzare documentari su storie di cronaca, ha detto che gli appassionati del true crime sono attratti dall’idea che “attraverso l’indagine e la riflessione possiamo arrivare a capire il mondo”. Nel 1988 Morris ha realizzato il documentario The thin blue line, che raccontava la storia di Randall Dale Adams, un uomo incriminato e condannato per l’omicidio di un poliziotto in Texas. Il documentario scoprì una serie di incongruenze nella versione dell’accusa e portò alla luce nuovi elementi, e dopo la messa in onda il caso di Adams fu rivisto e l’uomo fu rimesso in libertà.

In un’intervista a Vulture, Morris ha spiegato che all’inizio The thin blue line voleva solo essere un ritratto di James Grigson, lo psichiatra della procura soprannominato dottor Morte per via del fatto che la sue deposizioni avevano contribuito ad assegnare più di cento condanne a morte.

Ma con il passare del tempo il documentario è diventato una minuziosa inchiesta giornalistica su un terribile errore giudiziario. “Sono molto orgoglioso di quel documentario, ma sono orgoglioso soprattutto del lavoro d’investigazione che c’è sotto”. In Making a murderer questo lavoro d’inchiesta non c’è. Le autrici non provano a fare luce sui tanti aspetti poco chiari della vicenda. Decidono di raccontare in ordine cronologico l’intera storia da un unico punto di vista, quello degli avvocati e dei familiari dell’imputato. Invece di cercare la verità, come ha fatto Morris in The thin blue line, sembrano voler consegnare allo spettatore un’idea preconfezionata di giustizia.