10 settembre 2009 00:00

Sven Ouzman, 39 anni, insegna archeologia all’università di Pretoria e nelle carceri sudafricane. Già da studente aveva lasciato l’ambiente protettivo e isolato dei bianchi privilegiati per confrontarsi con la realtà dell’apartheid, ormai agli sgoccioli.

La sua esperienza in carcere gli è tornata in mente quando si è trovato al varco di frontiera di Alenby Bridge, tra la Cisgiordania e la Giordania, controllato dagli israeliani ma attraversato principalmente da palestinesi. Ouzman mi ha raccontato che le autorità carcerarie si sforzano di rompere la routine per confondere i detenuti, e per lo stesso motivo alzano la voce e offendono. Ouzman ha ritrovato tutto questo ad Alenby Bridge. Giovani addetti alla sicurezza urlavano e facevano domande offensive, mentre i palestinesi erano costretti ad attese interminabili.

Come se non bastasse, la politica di assegnazione dei visti turistici è del tutto insensata. Da luglio molti turisti diretti in Cisgiordania ottengono un visto “Solo Autorità Palestinese”. Sono in maggioranza cittadini occidentali in contatto con dei palestinesi per motivi vari. Ouzman, invitato a una conferenza a Ramallah, ha ricevuto un visto di questo tipo, come altri due partecipanti (da Turchia e Portogallo), mentre gli altri invitati hanno ricevuto visti meno restrittivi.

In quattro giorni Ouzman ha violato sei volte i termini del suo visto, quando ha percorso in automobile delle strade controllate dall’esercito israeliano in Cisgiordania. Ma non ha potuto seguire i colleghi in una visita a Gerusalemme Est e meno che mai in Israele. Il nuovo regolamento vìola gli accordi di Oslo (che consentono ai cittadini degli stati con cui Israele ha relazioni diplomatiche di visitare l’intero paese con un unico visto).

Gli Stati Uniti sono stati l’unico paese a protestare, mentre quelli europei non hanno mosso un dito. Alcuni diplomatici europei hanno espresso la loro solidarietà alle persone coinvolte, ma i governi si sono guardati bene dal prendere posizione.