Torneranno in Grecia. Lasceranno il loro affascinante appartamento a Manhattan per vivere in un paese dove non avranno bisogno di tre mesi di preavviso per fissare un incontro con un amico. Stanno solo aspettando di andare in pensione.
I miei due amici sono professori universitari, non certo il mestiere più comune tra gli immigrati a New York. In un giorno di pioggia ci sediamo in un caffè e pensiamo ai milioni di individui che arrivano in questa città con grandi speranze, spesso deluse. Ho capito a pieno la realtà degli immigrati grazie a uno scrittore e giornalista indiano, Suketu Mehta. Un amico comune ci ha presentati a una festa, e quando ho scoperto che ha passato l’infanzia nel Queens gli ho chiesto di indicarmi i luoghi più interessanti.
Sono stata fortunata, perché si è offerto di accompagnarmi a fare un giro a Jackson Heights, il quartiere dov’è cresciuto. Mehta sta scrivendo un libro sugli immigrati a New York e si è documentato frequentando bar, cantieri e punti d’incontro delle varie comunità. Per lui gli immigranti sono veri eroi. Non vengono per arricchirsi, ma per offrire una vita migliore alle famiglie rimaste in patria. Molti vivono in appartamenti illegali senza finestre, con la paura di essere scoperti.
L’unica consolazione sono i video spediti dalla famiglia. Le immagini mostrano i lavori per la nuova casa, pagata grazie al loro lavoro. Sui telefoni tengono le foto dei familiari rimasti a casa, che vorrebbero rivederli ma vivono grazie alla loro assenza.
Traduzione di Andrea Sparacino
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