18 settembre 2017 17:40

Due chiamate perse, due sms e due messaggi su WhatsApp, tutti mandati da due amici. Non avevo altra scelta che aprirli: Fawzi è morto.

Fawzi Ibrahim aveva 62 anni ma ne dimostrava 80. Era un agricoltore del villaggio di Jalud, a sudest di Nablus, in Cisgiordania. Lottava da quarant’anni contro i coloni che gli avevano rubato la terra. Sono convinta che i suoi problemi di salute dipendessero almeno per il 60 per cento da tutto quello che ha passato. “Ho un peso sul cuore”, ha scritto la mia amica Qamar Mishraqi Asad. Avvocata di Fawzi negli ultimi dieci anni, ha combattuto come una leonessa per ogni ettaro di terra, restituito o meno. Il 14 settembre Fawzi sarebbe dovuto comparire davanti a una corte d’appello in un caso che riguardava la creazione di un nuovo insediamento israeliano sui suoi terreni.

Le ho risposto con un sms mentre Ikehara Hideaki, sull’isola di Okinawa, raccontava in giapponese la sua lotta per recuperare la terra che l’esercito statunitense ha rubato alla sua famiglia settant’anni fa. Ikehara ha 70 anni e ne dimostra 55. Comunista, è riuscito a recuperare gran parte dei terreni che si trovano nella base aerea di Kaneda. Tra una conferenza e l’altra qui in Giappone, sto conoscendo attivisti che lottano per far trasferire le basi statunitensi. All’inizio pensavo che la maggioranza degli abitanti dell’isola sostenesse la causa, ma comincio a sospettare che non sia così, e che sia solo un’illusione dei miei conoscenti di sinistra.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questa rubrica è stata pubblicata il 15 settembre 2017 a pagina 26 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati