Leopoli, Ucraina, marzo 2014. (Yurko Dyachyshyn, The New York Times/Contrasto)

Nella Galizia sconosciuta tra scrittori e luoghi dimenticati

Leopoli, Ucraina, marzo 2014. (Yurko Dyachyshyn, The New York Times/Contrasto)
28 maggio 2017 09:46

A venticinque anni dal crollo del muro di Berlino, la cortina di ferro continua a proiettare la sua ombra su mezza Europa. La conferma l’ho avuta qualche giorno fa parlando con un gruppo di amici per cui il termine Galizia indica esclusivamente la regione del nordovest della Spagna. Santiago di Compostela, le Rías baixas, La Coruña e la sua squadra di calcio, le cornamuse: tutto molto bello e ormai molto familiare. Al punto da far dimenticare che al confine tra la Polonia e l’Ucraina esiste un’altra Galizia, che ha una storia infinitamente più tragica e più ricca di quella vissuta da quell’angolo di Spagna verde e piovoso.

Questa Galizia sconosciuta, la cui memoria nell’Europa occidentale è andata perduta negli ultimi cinquant’anni, la racconta l’austriaco Martin Pollack in un libro rivelatore e straordinario: Galizia. Viaggio nel cuore scomparso della Mitteleuropa.

Difficile definirne la natura: è un reportage, una guida, un resoconto storico, ma è soprattutto un omaggio a quel pezzo d’Europa che tra la fine del settecento e il 1919 ha fatto parte del regno di Galizia e Lodomiria, terra di confine dell’impero asburgico.

La forma è quella di un romanzo di viaggio composto da frammenti di racconti, memoir e poesie di autori che scrivevano soprattutto in polacco e in tedesco. C’è il simbolo stesso della letteratura asburgica (Joseph Roth), ci sono grandi nomi oggi in parte dimenticati (Bruno Schulz), altri poco conosciuti e poco tradotti (Józef Wittlin e Karl Emil Franzos), e altri ancora mai approdati in Italia (Ivan Franko).

Condotti per mano
Pollack, che è polonista, traduttore di Kapuściński e figlio di un gerarca nazista morto quando lui era ancora bambino, conosce perfettamente la materia letteraria che maneggia e altrettanto bene i luoghi che le fanno da sfondo, ma rimane sempre volutamente nell’ombra.

Porta per mano il lettore alla scoperta di testi, autori e spazi con una discrezione che è segno di profonda sensibilità e che è anche una delle caratteristiche del grande giornalismo narrativo, quello dove c’è poco racconto in prima persona e dove lo scrittore sa che il suo compito è soprattutto far parlare le fonti.

È così che la storia viene fuori, che i dettagli diventano protagonisti, che le atmosfere, i colori, le voci, i rumori prendono forma e rimangono impressi mentre leggiamo.

A contenere tutte queste storie più o meno piccole c’è la grande storia

E in Galizia le storie sono infinite: c’è il boom petrolifero di Boryslav, una lunga strada polverosa costeggiata dalle baracche costruite dai cercatori di nafta attirati, scrive Roth, dal “puzzolente miracolo del petrolio”; il lussuoso palazzo del rabbino taumaturgo di Sadhora, meta di pellegrinaggi perfino per gli ebrei di Odessa e Mosca; i poveri contadini ruteni di Naguyevici, che sognavano di emigrare in Brasile; gli shtetl ebraici, dove regnava la povertà più nera, con le loro misere casette di legno, l’osteria, le propination di acquavite, i venditori ambulanti, i tessitori di tallit, i sarti, i fornai, i calzolai, tutti con un’unica idea in testa: scappare e raggiungere l’America per fare fortuna.

A contenere tutte queste storie più o meno piccole c’è la grande storia, quella di un universo che era un crogiolo di popoli, lingue e religioni e che è stato annichilito, cancellato, ridotto a uno scheletro dalla guerra e dal nazismo.

“Quando irruppe in Polonia l’orda barbarica tedesca il popolo yiddish ha lasciato le sue città e i suoi villaggi, un bimbo nella culla non è rimasto, nessun vecchio abitante è restato al suo posto”, si legge nel Canto del popolo yiddish messo a morte di ItzakKatznelson. Gli shtetl si svuotarono, nelle città furono costruiti i muri dei ghetti, le sinagoghe furono profanate e distrutte. E la cultura degli ebrei dell’Europa orientale scomparve per sempre.

Personale monumento
Considerato che al rapporto con la figura del padre nazista Pollack ha dedicato un intero libro, Il morto nel bunker, si può anche pensare che Galizia sia la seconda tappa del percorso di ricostruzione della propria identità cominciato con il parricidio.

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Il libro potrebbe così essere il personale monumento che Pollack ha voluto dedicare a un universo che fu devastato anche con il contributo dell’uomo che lo aveva messo al mondo. Ma se pure è vero che scrivendo Galizia l’autore ha cercato in qualche modo di espiare una specie di colpa paterna o collettiva, quello che risalta dalle sue pagine non è tanto la ricerca di un’assoluzione, quanto un sincero amore per queste terre di confine e per il loro fascino polveroso.

Come aveva fatto prima di lui Alfred Döblin nel suo Viaggio in Polonia, per scoprire città e villaggi Pollack segue i binari delle ferrovie, che ancora oggi innervano queste terre e che allora erano il simbolo della presenza e della modernità del potere imperiale.

Bucovina, Romania, agosto 2014. (Oliver Bolch, Anzenberger/Contrasto)

Come i teatri, anch’essi spesso costruiti sui modelli viennesi, nelle città della provincia del mondo austroungarico le stazioni erano spazi essenziali: si visitavano come monumenti, spesso ospitavano i ristoranti migliori ed erano il cordone ombelicale che manteneva aperto il rapporto con la capitale Vienna. Le ferrovie che Pollack percorre nel suo viaggio non si fermano però alle frontiere della Galizia storica, ma sconfinano in angoli ancora più remoti dell’impero, terre oggi divise tra Romania e Ucraina.

Diverse pagine sono dedicate al massiccio di Čërnohora, la montagna nera, e agli hutsuli, la popolazione di montanari nomadi “in cui alcuni ravvisavano i resti slavizzati di goti e sciti. Altri li ritenevano discendenti dei mongoli e altri ancora attribuivano loro origini romene e rutene”. Insofferenti a ogni tipo di autorità, cavalieri provetti, briganti nobili con l’ascia sempre in pugno, gli hutsuli hanno incarnato il mito della libertà incondizionata e quando l’imperatore ha cercato di arruolarli per mandarli a fare i soldati hanno preferito nascondersi nei boschi.

La loro cultura è stata celebrata magistralmente dal regista armeno Sergej Paradžanov nel film del 1964 Le ombre degli avi dimenticati, che racconta la storia d’amore tra due giovani, Ivan e Marička, fondendo il bianco accecante dei Carpazi innevati con il rosso del sangue di omicidi e vendette e rappresentando con grande forza poetica il rapporto simbiotico tra queste popolazioni e la natura. Nel villaggio di Verkhovyna si può ancora visitare la casa di legno dove Paradžanov visse durante la lavorazione del film, nel quale recitarono solo persone del posto, mentre nella cittadina di Kolomya il museo della cultura hutsul custodisce degli straordinari oggetti lignei intagliati con un raffinatezza quasi sorprendente per un isolato popolo di montanari.

Il piacere di farsi turista
Viaggiando ancora un po’ verso sud, si arriva tra i boschi di faggi della Bucovina. Il centro principale di questa regione, avamposto sudorientale dell’impero fino al 1919, proprio ai confini con la Bessarabia un tempo ottomana, è una delle grandi città letterarie d’Europa e nel tempo ha avuto tanti nomi quante anime linguistiche e culturali: è stata la tedesca Czernowitz, l’ebraica Tschernowitz, anche Gerusalemme dei Carpazi, la romena Cernăuți, poi la sovietica Černovci, e infine l’ucraina Černivcy.

È stata la città del poeta Paul Celan, ebreo che scriveva in tedesco, e di Gregor von Rezzori, che l’ha racconta in Memorie di un antisemita e l’ha trasformata nella protagonista del suo romanzo più celebre, Un ermellino a Černopol. E anche di Aharon Appelfeld e di Karl Emil Franzos.

Prima della guerra era abitata da tedeschi, romeni, polacchi, ucraini, armeni e rom. Ma soprattutto da ebrei: nel 1919 erano più di 47mila, la metà della popolazione, e avevano a disposizione 78 sinagoghe. Oggi nel vecchio tempio riformato c’è un cinema, il cimitero ebraico alla periferia della città è la testimonianza di un’epoca ormai chiusa, con pochissime sepolture posteriori al 1945, e in città ci sono non più di 300 ebrei.

A Leopoli è come se Pollack decidesse abbandonarsi al piacere di fare il turista

Eppure, come scrive Karl Schlögel in Arcipelago Europa, certi “paesaggi visti finora solo in foto vecchie e ingiallite esistono davvero” e “Czernowitz è un nome che non fa solo parte della letteratura, ma riguarda una città che esiste davvero e che si può visitare”. Certo, fino a qualche anno fa era difficile trovare qualcuno che sapesse indicare al turista l’indirizzo della casa natale di Celan, ma se si accetta di trovarsi in una città ormai quasi interamente ucraina, solo un simulacro della vecchia Czernowitz cosmopolita, allora può diventare molto appagante andare in cerca delle tracce del passato, dal palazzo dei metropoliti, oggi convertito in università, alle insegne delle vecchie botteghe ebraiche.

Dopo una deviazione a Brody – dove sono nati Joseph Roth e Israel Zoller, che fu rabbino capo a Roma durante la seconda guerra mondiale, prima di convertirsi al cattolicesimo con il nome di Eugenio Zolli nel 1945 – il percorso di Pollack non può che concludersi nel cuore della regione, in quella piccola Vienna che rappresenta l’essenza stessa delle terre asburgiche di confine. L’ultima tappa del viaggio è Leopoli, dal 1772 al 1919 capitale culturale e amministrativa del regno di Galizia e Lodomiria, poi appartenuta alla Repubblica polacca, in seguito annessa all’Unione Sovietica, occupata dai tedeschi, di nuovo sovietica e infine ucraina dal 1991.

Verkhovyna, Ucraina, ottobre 2008. (Kathrin Harms, Laif/Contrasto)

Qui è come se Pollack finalmente decidesse abbandonarsi al piacere di fare il turista. E il libro diventa anche quasi un baedeker per viaggiatori curiosi di andare a scoprire cosa resta della città del passato, che la guerra ha trasformato, uccidendone la ricchezza religiosa e linguistica, e che cinquant’anni di comunismo hanno sommerso sotto la stessa coltre omogenea e grigiastra calata su tutta l’Europa dell’est, fatta dei medesimi baracchini di alimentari con la scritta produkty e dell’odore del gasolio a buon mercato che impregna l’aria.

Da una parte questa patina è dura da scrostare, dall’altra bisogna ammettere che è riuscita a preservare certe specificità locali che rendono città come Leopoli ancora un po’ diverse da altri centri dell’Europa ex comunista che hanno vissuto transizioni più profonde e incisive, Budapest e Praga, per esempio.

Nella Leopoli ucraina, che oggi si chiama Lviv, è ancora possibile affittare per poche grivne un camera senza bagno nello storico hotel George, sbirciare dall’esterno le decorazioni e le guglie moresche del vecchio ospedale israelitico, che oggi è un comune nosocomio pubblico, spingersi fino al cimitero monumentale di Lyčakiv, ammirare gli affreschi in stile secessionista nella cattedrale armena, andare in cerca di decorazioni jugendstil negli androni dei palazzi e delle ultime insegne in yiddish sopravvissute nelle viuzze nei pressi nel mercato.

Una città indefinibile
Tuttavia Leopoli – o meglio Lemberg, il suo nome imperiale – non è mai stata una città solo ebraica, polacca o ucraina. È stata tutte queste cose cose insieme. Poi ha cambiato anima, e ha vissuto quel fenomeno che Schlögel chiama urbicidio e che alla metà del novecento ha trasformato centri vitali e ricchi di complessità culturale e sociale in niente più che agglomerati di strade e palazzi. Nella sua forma più drammatica questa mutazione si osserva nella città russa di Kaliningrad, la vecchia Königsberg prussiana, devastata anche sotto il profilo architettonico.

Leopoli, invece, è riuscita a conservare la sua ricchezza artistica, ma con la guerra ha dovuto rinunciare a quella etnica e linguistica: la shoah l’ha privata della componente ebraica, mentre nel 1939, con il patto Molotov-Ribbentrop, aveva cominciato a perdere la sua popolazione polacca (la quale, per ironia della sorte, è in gran parte andata a sostituire i tedeschi cacciati da Breslavia, nel frattempo passata sotto la sovranità di Varsavia).

Oltre che di Galizia di Pollack, il ricordo di Leopoli è protagonista anche di Moj Lwów del poeta polacco Józef Wittlin, un testo uscito per la prima volta a New York nel 1946 e appena ripubblicato in inglese dalla casa editrice londinese Pushkin Press nel libro City of lions.

Innamorato della sua città d’adozione, dove visse gli anni dell’adolescenza e di cui si definisce “figliol prodigo”, Wittlin è consapevole dei cambiamenti che ha vissuto e la osserva, dall’altro lato dell’oceano, con disincanto e malinconia: “Dove siete finite, panchine di Leopoli, annerite dal tempo e dalla pioggia, ruvide e scheggiate come la corteccia di vecchi olivi medievali? Chi, e in quale lingua, oggi sta incidendo il nome delle propria amata su di voi?”.

Come il capitolo di Galizia dedicato alla città, anche Moj Lwów può essere letto come una guida turistica: ci sono le chiese, i palazzi, i parchi di Leopoli, le sue figure mitiche, come il piccolo borghese bonario e un po’ zotico, il kołtun, o il monello di strada, chiamato batiar con un termine magiaro. E c’è una brillante descrizione del carattere stesso della sue gente: “La sua essenza è una mistura unica di nobiltà e furfanteria, di saggezza e stupidità, di poesia e volgarità”.

Alla fine la città rimane indefinibile, priva di una forma ben delineata e infinitamente affascinante: esattamente le stesse peculiarità che il poeta polacco Czesław Miłosz attribuisce al carattere tipico degli europei dell’est, la cui “differentia specifica si potrebbe ricondurre a un’assenza di forma, sia esteriore che interiore. Le sue qualità – avidità intellettuale, passione nel discutere, senso dell’ironia, freschezza di sentimenti, immaginazione spaziale o geografica – derivano da un difetto fondamentale: egli non diventa mai adulto ed è governato dall’improvviso flusso e deflusso del caos interno.

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Ci si conquista una forma soltanto in una società consolidata”. Chi ha avuto la fortuna di incontrare dei viaggiatori polacchi in qualche località sperduta – e magari si è sentito raccontare di un viaggio in auto organizzato in solitaria appena dopo il crollo dell’Unione Sovietica alla scoperta della Siberia sulle tracce dei decabristi – sa ben in cosa consiste questa mescolanza di curiosità, incoscienza, immaginazione e apertura.

Imposture lampanti
Ma torniamo a Pollack. La natura plurale dei luoghi e delle città descritti in Galizia e negli altri testi citati ci aiuta svelare l’impostura che è alla base dell’attuale narrazione politica scelta dai governi nazionalisti di due paesi di questa parte d’Europa – la Polonia e l’Ungheria – e fondata sul mito della loro omogeneità etnica e culturale. La mistificazione non potrebbe essere più lampante. L’accento sull’appartenenza etnica nella nuova costituzione ungherese, approvata nel 2011, il rifiuto totale dell’accoglienza di profughi e immigrati, considerati una minaccia per la nazione, l’insistenza sui valori cristiani come fattore identitario: queste posizioni sono in netta contraddizione con la storia passata degli ungheresi e dei polacchi.

Prima della guerra a Varsavia il 40 per cento della popolazione era di religione ebraica, e percentuali di poco inferiori si registravano a Łódź, a Cracovia, aLublino e in molte altre città. Vilnius fu un grande centro dell’ebraismo europeo, e nel paese vivevano rom, ucraini, armeni, tedeschi e perfino una piccola minoranza tatara, di fede islamica. Anche a Budapest prima della guerra gli ebrei erano un quarto della popolazione totale. E nei centri della “grande Ungheria” la varietà linguistica e religiosa era ancora più spiccata: la Kassa raccontata da Sandor Marai (lui stesso di origini tedesche) in Confessioni di un borghese (oggi la slovacca Košice) custodisce ancora le spoglie dell’eroe magiaro Ferenc Rákóczi, ma fino al 1945 ospitava anche una grande minoranza ebraica, oltre a cittadini slovacchi, rom, ucraini e tedeschi.

Lo stesso discorso vale per le città della Transilvania oggi in Romania, come Nagyvárad (Oradea in romeno), Temesvár (Timișoara) o Kolozsvár (Cluj Napocaj): anche lì c’erano romeni, rom, tedeschi, ebrei, serbi. Com’è possibile venerare il mito della grande Ungheria e allo stesso tempo cavalcare la leggenda di un paese etnicamente e puramente magiaro, se non ricorrendo sfacciatamente ai ragionamenti del razzismo e del colonialismo?

Oltre a farci scoprire scrittori e luoghi ingiustamente dimenticati, Galizia di Martin Pollack in qualche modo ci parla anche dell’Europa centrorientale di oggi. E ha il merito di aiutarci a smascherare le manipolazioni del nazionalismo, ovunque si manifestino.

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