18 giugno 2020 11:23

Ci sono due immagini che spiegano bene le contraddizioni del momento che stiamo vivendo. Il 16 giugno dentro una villa romana sono in corso da tre giorni gli Stati generali, un evento convocato dal governo Conte per discutere del futuro dell’economia del paese dopo la pandemia di coronavirus. Una foto diffusa dall’ufficio stampa mostra un lungo tavolo dentro villa Pamphilij intorno al quale sono seduti i ministri e i rappresentanti delle regioni e delle organizzazioni sociali, tra loro solo quattro donne e nessun italiano di origine straniera.

Tra le molte questioni all’ordine del giorno per il rilancio dell’economia non compaiono né misure per sostenere la parità tra uomini e donne – in un paese in cui ancora il 50 per cento delle donne non lavora – né un piano per superare leggi sull’immigrazione e sulla cittadinanza che impediscono ad almeno un milione di bambini che frequentano le scuole italiane di poter chiedere di diventare italiani e a 600mila lavoratori di origine straniera che vivono come fantasmi di ottenere un permesso di soggiorno regolare.

C’è un’altra immagine che fa da contrappunto a quella degli Stati generali e viene dai giardini intorno alla villa, d0ve intanto il sindacalista dell’Usb, Aboubakar Soumahoro, nato in Costa d’Avorio e naturalizzato italiano, ha proclamato lo sciopero della fame e della sete per chiedere di essere ascoltato dal governo su alcune questioni: la riforma della filiera agricola, un piano di emergenza per il lavoro dopo la pandemia e la riforma delle leggi sull’immigrazione.

I diritti e il lavoro
Nelle ultime settimane in tutto il mondo il movimento Black lives matter ha portato in piazza migliaia di persone, che hanno chiesto giustizia per l’omicidio di George Floyd, un afroamericano ucciso brutalmente da un agente durante un controllo di polizia a Minneapolis. Il movimento si è espanso rapidamente in tutto il mondo ed è arrivato anche in Europa, dove in ogni paese ha sollevato questioni nazionali nel quadro più largo della lotta al razzismo e alla disuguaglianza strutturale a cui sono sottoposti i neri e le minoranze. In Italia ci sono state manifestazioni in tutte le principali città, in cui sono emerse le rivendicazioni di un movimento eterogeneo che tiene insieme diverse istanze.

Parlando in una piazza del Popolo piena di giovanissimi, il 7 giugno Aboubakar Soumahoro aveva chiesto di superare anche la questione razziale e di porre una questione più generale di giustizia sociale. Così il 16 giugno la sua protesta ha provato proprio a spingere il discorso in questa direzione: da una parte il sindacalista ha chiesto che siano riformate le leggi che regolano l’immigrazione in Italia, che sia estesa la sanatoria a tutte le categorie di lavoratori (e non solo a quelli che lavorano nell’agricoltura e nell’attività di cura), ma ha posto anche altre questioni di accesso ai diritti nel quadro di una più vasta riforma del sistema produttivo, per esempio della filiera agricola che si regge sullo sfruttamento dei braccianti, spesso di origine straniera.

Il suo gesto di incatenarsi è stato individuale, ma molte associazioni e organizzazioni si sono unite alle sue richieste: il cartello di organizzazioni riunite intorno alla campagna Ero straniero ha chiesto al governo di estendere la sanatoria ai lavoratori stranieri dell’edilizia, della logistica, dell’attività manifatturiera e di tutti gli altri ambiti lavorativi, gli Italiani senza cittadinanza hanno chiesto che sia ripensata da subito una riforma della legge sulla cittadinanza che è del 1992, l’Associazione studi giuridici sull’immigrazione ha chiesto l’immediata abrogazione dei cosiddetti decreti sicurezza e il rilascio temporaneo di un permesso di soggiorno per tutti gli irregolari, svincolato dalle volontà dei datori di lavoro.

Dopo otto ore di protesta nei giardini di villa Pamphilij, Soumahoro è stato ricevuto dal presidente del consiglio Giuseppe Conte, dal ministro dell’economia Roberto Gualtieri e della ministra del lavoro Nunzia Catalfo. Il colloquio è durato circa mezz’ora. Uscendo, Soumahoro ha detto di aver raccolto segnali di apertura da parte del governo e ha promesso di convocare degli “Stati popolari” nelle prossime settimane a Roma, per dare voce ai giovani, ai disoccupati e ai lavoratori precari.

Gli invisibili
Da quando il movimento antirazzista internazionale è sceso in piazza nel mondo, in Italia sono morti tre immigrati, tutti per ragioni legate all’assenza di diritti e alle condizioni di lavoro. Il 1 giugno è morto Thomas Daniel, quarant’anni, un muratore originario della Liberia che viveva a Castelvolturno, travolto da un crollo mentre lavorava in nero in un cantiere abusivo di Pianura, in provincia di Napoli. Daniel, a causa dei decreti sicurezza, era diventato irregolare dopo essere stato dieci anni in Italia con un regolare permesso di soggiorno e non avrebbe potuto accedere alla regolarizzazione prevista dal decreto rilancio perché era un muratore (il decreto riguarda solo chi lavora nell’agricoltura e nei lavori di cura alla persona).

Secondo l’Ispi, dall’approvazione del primo decreto sicurezza, nel novembre del 2018, centomila persone sono diventate irregolari in Italia. Thomas Daniel ha lasciato una moglie in Italia, Cinthia, e tre figli in Ghana che non vedeva dal 2002. Insieme al muratore liberiano è morto anche un operaio italiano, Ciro Perrucci, di 61 anni. “È come se Thomas non fosse mai esistito”, ha dichiarato la moglie, parlando alla stampa. “Non ho avuto sue notizie per un giorno intero. Trattato come un fantasma. Ma era un uomo, era mio marito. Il padre dei nostri tre figli”.

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A Bella Farnia, vicino Sabaudia, in provincia di Latina, il 6 giugno si è tolto la vita Joban Singh, un bracciante indiano di 25 anni. Prima di lui altri dodici lavoratori stranieri si sono tolti la vita in tre anni. La sua storia è stata raccontata dal ricercatore e sociologo Marco Omizzolo, che da anni si occupa della situazione di semischiavitù dei braccianti stranieri della zona. Per il ricercatore l’uomo si è suicidato per sottrarsi a un sistema di “sfruttamento, emarginazione, ricatti, indifferenza e speculazione”.

Infine nella baraccopoli di Borgo Mezzanone, in provincia di Foggia, in un incendio il 12 giugno è morto Mohamed Ben Ali, soprannominato Bayfall, un uomo di 37 anni di origine senegalese. Lavorava nei campi di pomodori della Capitanata e faceva l’ambulante. La sua è l’ennesima morte dovuta a un incendio spontaneo o doloso in una delle baraccopoli più degradate d’Italia, in cui vivono i braccianti stagionali del Meridione. A 31 anni dall’omicidio di Jerry Masslo, avvenuto in una baracca a Villa Literno nel 1989, in Italia molti stranieri continuano a essere invisibili: la loro vita e la loro morte è strettamente legata alle condizioni di lavoro a cui sono costretti e alla mancanza di politiche strutturali che li riconoscano come lavoratori e come persone.