Quello che è successo con #dilloinitaliano

25 febbraio 2015 15:07

A una settimana dal lancio sulle pagine di Internazionale e di Nuovoeutile la petizione #dilloinitaliano ha raccolto più di 55mila adesioni. Prima di tutto, grazie a chi ha firmato e condiviso.

Hanno firmato persone di tutti i tipi: traduttori e poliglotti, molti insegnanti d’inglese e d’italiano, italiani all’estero e stranieri residenti in Italia. E molte persone semplici. Hanno firmato studenti e anziani, compreso uno straordinario signore di 85 anni.


E poi: avvocati e giornalisti, medici, economisti, persone che lavorano nelle multinazionali o nella pubblica amministrazione.

Hanno firmato cittadini che pretendono di capire bene quel che si dice nei telegiornali o nei discorsi dei politici. Hanno firmato tantissimi che dicono “amo la mia lingua”. Hanno firmato da Tenerife e da Lima, da San Francisco, da Gerusalemme, da Cipro e da Stoccolma, dall’Australia, dal Canada. E da tutta Italia, dall’Alto Adige alla Sicilia.


Tra mezzi d’informazione e rete, la notizia è uscita su tantissime testate. Massimo Gramellini su La Stampa e Michele Serra su la Repubblica hanno pubblicato un’inedita forma di articolo speculare, sostenendo la petizione (grazie!). E la notizia è uscita su tantissime testate, da La Nazione, Il Resto del Carlino e Il Giorno a Famiglia Cristiana e a Wired. Da Vanity Fair e L’Huffington Post al sito dell’Indire, l’Istituto nazionale per la scuola e la didattica, e su molte altre. Ma la cosa più confortante è che tutti dicono, nei modi più vari, bene, benissimo! Era ora.

Certo, c’è stata anche qualche voce contro, in rete, che se l’è presa non tanto con la petizione quanto con la sottoscritta, accusata da una parte di essere asservita alle multinazionali perché non invoca sanzioni militari contro qualsiasi parola straniera, dall’altra di essere una vecchia befana passatista, stolta e ostile alla modernità. C’è anche chi ha individuato una contraddizione nel fatto che la piattaforma internazionale su cui ho pubblicato la petizione si chiami Change.org e non Cambia.it. Peccato che un “Cambia.it”, in Italia, non ci sia.

Sono andata al convegno dell’Accademia della Crusca che si è tenuto a Firenze lunedì 23 e martedì 24 febbraio per presentare formalmente la petizione che è stata, da diversi relatori, definita “il fatto nuovo” nel panorama delle vicende linguistiche nazionali.

Nonostante quel che molti pensano, i linguisti della Crusca studiano l’evolversi della lingua, ma non sono per niente propensi a intervenire sul linguaggio in maniera normativa e dirigistica (leggete quel che dice Luca Serianni). Del resto, quando qualcuno ci ha provato, sia nel secolo scorso sia in tempi ancora precedenti, i risultati sono stati scarsi e mediamente effimeri.

Claudio Marazzini, il presidente della Crusca, elenca alcuni motivi: in Italia abbiamo poco senso di identità collettiva, e poca conoscenza della storia e della lingua. E poi (a dirlo è Michele Cortelazzo) spesso accettiamo parole straniere per inerzia, e anche chi è contrario non fa la fatica di produrre proposte efficaci. Però, da noi, la situazione sta diventando preoccupante: per esempio, secondo Claudio Giovanardi la lingua italiana potrebbe ritrovarsi mutilata di tutti i nuovi termini della scienza, e quindi, nel giro di pochi anni, potrebbe diventare inadatta a trasmettere sapere scientifico.

Un esempio al contrario, e confortante, è quello dei neuroni–specchio che mi fa Maria Luisa Villa, docente di patologia generale e accademica della Crusca: la scoperta è italiana, e quindi è il nome italiano, che poi è ricalcato in altre lingue, ad andare in giro per il mondo.

Nella Svizzera italiana, che deve fare i conti con il trilinguismo elvetico, alla questione della lingua stanno più attenti, soprattutto per tutelare la chiarezza delle leggi. Anche i francesi ci stanno attenti: se pensiamo che il francese è lingua ufficiale (e quindi legislativa) in 38 paesi, forse capiamo che non è solo una faccenda di sciovinismo, e che avere qualche certezza su come dire le cose può essere importante.

Lo stesso problema ce l’hanno gli spagnoli, complicato dalla faccenda del catalano e del castigliano. A proposito: sapevate che l’italiano è lingua ufficiale di sei paesi? Oltre all’Italia ci sono il Vaticano (non sottovalutatelo: la Chiesa parla in italiano nel mondo), San Marino, la Svizzera italiana, la Slovenia e la Croazia.

Torniamo a #dilloinitaliano. La Crusca non si è limitata a esprimere apprezzamento e soddisfazione. Ha preso tre posizioni importanti.

1) Attiverà a breve termine – solo il tempo necessario per organizzare tutto quanto – un esperimento innovativo di analisi e discussione condivisa in rete delle parole inglesi usate nell’italiano corrente. Vuole farvi domande e chiedere risposte a tutti voi e, a partire da queste, proporre, se serve e se siete voi a chiederlo, alternative accettabili.

2) Prima dell’estate la Crusca, con le istituzioni della Svizzera italiana che si occupano della nostra lingua, intende organizzare un incontro con i mezzi d’informazione nazionali (tv, radio, giornali) per promuovere le istanze proposte da #dilloinitaliano e trovare, insieme, soluzioni efficaci, sensate, accettabili e realistiche. Questo è solo il primo passo di un lavoro di sensibilizzazione a un uso consapevole della lingua, da svolgere presso chi ha ruoli pubblici e la responsabilità di farsi capire.

3) La Crusca sta anche creando un gruppo di monitoraggio di quelli che i linguisti chiamano “anglicismi incipienti”: sono le parole inglesi nuove di zecca continuamente introdotte da politici, tecnici e amministratori. Anche per queste si possono immaginare e proporre alternative condivise.

Sto finendo di scrivere questo resoconto alle due e tre quarti di notte, e sul computer ci sono 454 messaggi che non aprirò (o, almeno: non nelle prossime ore). Ma mi sembra che ne sia valsa la pena. Sarebbe splendido se, all’appuntamento con i mezzi d’informazione, si arrivasse con un numero di firme davvero importante. Quindi, se siete d’accordo con #dilloinitaliano, potreste dare una mano e far girare la petizione.

Un’ultima cosa da ricordare: stiamo parlando di sensibilizzazione e di consapevolezza, non di imposizioni, prescrizioni e divieti. La lingua è un bene comune e appartiene a tutti noi. Chi vuole, può scegliere di averne cura.

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