Il campione sudcoreano di go Lee Se-dol (a destra) si prepara a sfidare il programma AlphaGo, a Seoul, il 10 marzo 2016.

L’intelligenza artificiale, più che “intelligente”

Il campione sudcoreano di go Lee Se-dol (a destra) si prepara a sfidare il programma AlphaGo, a Seoul, il 10 marzo 2016.
14 marzo 2016 16:36

L’intelligenza artificiale non è solo “intelligente”: se una notizia può avere fascino, questa ne ha.

Il Sole 24Ore offre un buon resoconto, anche se esordisce, secondo me in modo improprio, con un’affermazione a effetto: “Il computer potrebbe apprestarsi a vincere la sua definitiva battaglia contro l’intelligenza e la fantasia umana”. Dai, i computer non “combattono battaglie contro la fantasia umana”.

I computer, almeno per ora, offrono prestazioni, alcune delle quali risultano però superiori alle aspettative. In estrema sintesi, si tratta di questo: un programma chiamato AlphaGo e sviluppato da Google DeepMind (un’azienda britannica che si occupa di intelligenza artificiale ed è stata acquisita da Google nel 2014) riesce a battere il sudcoreano Lee Se-dol, 18 volte campione mondiale di go.

Il go è un gioco cinese di strategia, vecchio di quasi tremila anni: il gioco più antico ancora giocato. Si tratta di una griglia quadrata (goban) di 19x19 linee che si incrociano ortogonalmente. Pedine rotonde (dette pietre) sono alternativamente poste sulle intersezioni da due giocatori, che si affrontano allo scopo di controllare la maggior parte possibile della griglia.

Le pedine non sono mosse ma “catturate”, quando l’avversario le circonda con le proprie.

Le regole di base sono poche, ma le possibili configurazioni di gioco sono infinite: “un numero superiore al numero stimato degli atomi dell’universo” (ammetto di non avere la più pallida idea di come si possa fare questo calcolo) che impedisce perfino a un computer molto potente di elaborare la migliore tra tutte le mosse possibili.

Gli scacchi sono un gioco gerarchico, il cui oggetto è catturare il re. Il go è un gioco imperiale, volto alla conquista del territorio

È invece fondata sulla pura potenza la vittoria ottenuta nel 1997 da Deep Blue, il computer Ibm che batte a scacchi il campione mondiale Garry Kimovic Kasparov calcolando più di 200 milioni di mosse al secondo, e a partire da un enorme database di partite già giocate.

Anche questa storia, però, ha un risvolto curioso: lo racconta nel 2012 Nate Silver in un libro intitolato Il segnale e il rumore, arte e scienza della previsione. In sostanza, a destabilizzare davvero Kasparov fino a portarlo alla sconfitta sembra sia stato il fatto che il computer a un certo punto ha compiuto una mossa del tutto irrazionale e “troppo umana”.

Il motivo è un baco informatico che, in una situazione di estrema incertezza, porta il computer a fare una scelta casuale. Dunque, contro Kasparov, Deep Blue avrebbe vinto non a causa delle mosse giuste, ma per via di un errore. Suggestivo, no?

“Il go sta agli scacchi occidentali come la filosofia sta alla contabilità a partita doppia”, scrive negli anni ottanta Trevanian nell’affascinante Shibumi. Il ritorno delle gru: proprio su quelle pagine, in quegli anni, ho scoperto l’esistenza del go. Del resto, il gioco ricorre in molti romanzi e in molti film.

Gli scacchi sono un gioco gerarchico, il cui oggetto è catturare il re. Il go è un gioco imperiale, volto alla conquista del territorio, scrive la British go association. Nel gioco degli scacchi si tratta di vincere una battaglia, mentre nel gioco del go molti scontri interconnessi avvengono simultaneamente in diverse parti del goban, scrive Richard Bozulich.

E ancora: nel gioco del go, i dati disponibili per il calcolo sono pochi, mentre l’intuizione ha un ruolo preponderante, scrive The Verge.

Il talento di AlphaGo è fondato sull’apprendimento profondo (deep learning) e le reti neurali. In sostanza, AlphaGo impara mettendo assieme frammenti sempre maggiori di esperienza (e anche giocando contro se stesso). Ma, imparando, fa qualcos’altro.

Nei prossimi anni le conseguenze di questa sfida toccheranno la vita di tutti noi

Cerca, sembrerebbe, la bellezza. O più semplicemente la trova. Dice proprio “bellezza” (e anche “potenza e mistero”) Wired, commentando la seconda delle cinque partite programmate tra Lee Se-dol e AlphaGo, il quale fa mosse innovative e imperscrutabili “che nessun umano farebbe”. “AlphaGo può aiutarci a pensare fuori dagli schemi”, scrive l’American Go E-Journal: un’affermazione piuttosto paradossale.

Il computer si è aggiudicato le prime tre delle cinque partite in programma e il campione sudcoreano ha vinto la quarta: “finalmente l’intuizione batte l’ingegno”, commenta The Verge. Ma è proprio così? Leggendo i resoconti, sembra che il campione abbia imparato osservando il gioco del computer, e che il computer abbia commesso un errore. Anche questo è interessante.

L’ultima partita si gioca il 15 marzo alle 13, ora di Seoul. Anche se AlphaGo, aggiudicandosi tre incontri su cinque, tecnicamente ha già vinto (il premio da un milione di dollari andrà in beneficenza), sarà appassionante vedere come va a finire.

Nei prossimi anni le conseguenze di questa sfida toccheranno la vita di tutti noi, sotto forma di automobili che si guidano da sole e mille altre applicazioni capaci di essere “intuitive” in situazioni incerte, complesse e imprevedibili, le più difficili da affrontare per l’intelligenza artificiale. Dovremo ricordarci che il punto di svolta coincide con la vittoria a un gioco di tremila anni fa.

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