L’altra faccia dell’ansia

04 dicembre 2017 12:40

Questa è l’età dell’ansia, scrivevo qualche giorno fa aggiungendo, tra le altre cose, che l’ansia è di origine ambientale (è qualcosa di esterno a noi a provocarla) che non è razionale né coerente, che è tipica delle persone oneste e sensibili, e che può anche essere uno stimolo potente a produrre soluzioni creative.

Il fatto che l’articolo sia stato assai letto e discusso mi fa pensare che sentirsi ansiosi sia una condizione familiare a molti.

Se questo è vero, può rivelarsi utile investire qualche minuto in più per indagare anche i lati positivi dell’ansia. Come quasi tutte le medaglie, infatti, anche questa ha due facce.

L’ansia ha uno scopo, scrive lo psichiatra Rollo May: in origine proteggeva l’abitante delle caverne da animali e vicini feroci. Oggi la situazione è diversa, ma l’obiettivo resta lo stesso: proteggerci. May aggiunge che l’ansia è connessa con la vita e “non può essere evitata, se non al prezzo dell’apatia o dell’intorpidimento di sensibilità e immaginazione”.

Una cosa da sapere è questa: secondo diversi studi di lungo periodo, cioè tali da seguire le persone dalla nascita all’età adulta, tra il 15 e il 20 per cento dei neonati ha una predisposizione a essere ansioso. Lo si capisce da come i piccolini reagiscono a stimoli nuovi.

Poi, crescendo, la percentuale diminuisce di circa due terzi, e gli ex neonati ansiosi si trasformano in adolescenti coscienziosi, ben preparati e dotati di grande autocontrollo anche se, da “anime ansiose” non abbassano mai la guardia. Lo racconta un lungo, bellissimo articolo sul New York Times intitolato Understanding the anxious mind (Capire la mente ansiosa).

Jerome Kagan, uno degli autori degli studi, segnala inoltre che l’esperienza soggettiva dell’ansia può variare molto da persona a persona, e che il medesimo stato fisiologico cerebrale che un individuo definirebbe (negativamente) di allarme e tensione può essere descritto positivamente da un altro come “eccitazione”.

Il modo di gestire l’ansia dipende da mille fattori: dal grado di istruzione, per esempio, e perfino dall’essere andati all’asilo da piccoli. Dal fatto di avere un lavoro interessante, o di non averlo del tutto. Dal grado di autoconsapevolezza. Il noto psicologo Steven Pinker dice che saper governare l’ansia dipende dall’intelligenza, e dalla conseguente capacità di considerare lo stato ansioso come “un problema da risolvere”.

L’ansia anticipa i problemi, si prepara ad affrontarli, impara dai propri errori

Ed è lo stesso Kagan a dire che, nei quarant’anni trascorsi ad Harvard, ha assunto circa 200 assistenti, e ha sempre prediletto le persone ansiose: controllano tutto e non fanno errori. “La nostra cultura ha quest’idea che l’ansia sia tossica”, dice Kagan, “ma senza persone riflessive, solitarie” (e perfezioniste) “dove troveremmo gli scrittori, gli artisti, gli scienziati e i programmatori di computer che mandano avanti la società?”.

Già: la cosa migliore che si può fare con l’ansia è usarla. Darle una direzione e uno scopo. Gli artisti la trasformano in produzione creativa. I non artisti, in lavoro ben fatto. Le persone ansiose – lo dimostrano altre ricerche – hanno alcuni altri punti di forza: intercettano prima degli altri le menzogne e rilevano prima le minacce. Di fatto, dunque, l’ansia può avere una ulteriore funzione positiva: anticipa i problemi, si prepara ad affrontarli, impara dai propri errori.

Per questo, quando si lavora in gruppo, è sempre un vantaggio poter contare su qualche persona ansiosa. Ed è un vantaggio quando si viaggia insieme: il bagaglio di una persona ansiosa contiene sempre quello che di necessario (indumento, farmaco, coltellino svizzero…) qualcun altro ha dimenticato di portare.

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Claudia Grisanti