04 maggio 2020 16:00

Tutti noi ragioniamo e, di conseguenza, ci comportiamo, sempre nel modo che ci sembra più intelligente, giusto e adeguato alla situazione.

Dai, è ovvio: nessuno si propone di comportarsi in modo stupido, ingiusto e inadeguato, no? Se però, quando ragioniamo, dimentichiamo qualche fatto o dato rilevante, o se proprio non ne siamo a conoscenza, ragioniamo meno bene. E quindi rischiamo, anche non volendolo, di comportarci peggio di quanto potremmo e vorremmo.

Siamo appena usciti da una situazione del tutto inedita e molto drammatica. Con la riapertura che è stata battezzata “fase due” stiamo affrontando una nuova situazione inedita. Sta a ciascuno di noi far sì che non risulti anche drammatica come la precedente. O ancora di più.

Orientare le nostre percezioni
Al di là di tutti gli appelli e le prescrizioni che sono stati diffusi in questi giorni, ci sono, secondo me, tre piccole dritte che possono da subito tornar utili per orientare le nostre percezioni.

In primo luogo: stiamo attentissimi al bias dell’ottimismo (optimism bias).

I bias, lo ripeto ancora una volta, sono automatismi mentali fallaci che alterano il nostro giudizio. Di recente, diversi di questi automatismi hanno con ogni evidenza disorientato i decisori politici.

Un lungo articolo sul sito della Bbc racconta come specificamente quello dell’ottimismo abbia fuorviato le percezioni riguardanti il covid-19. Tra l’altro, questo porta regolarmente le persone a sottostimare l’impatto delle notizie negative e a sovrastimare quello delle notizie positive (per esempio: “Evviva, è fatta!, siamo nella fase 2!”).

Il bias dell’ottimismo è simpatico e perfino utile, perché ci fa sentire fiduciosi e invulnerabili, portandoci a pensare che le cose brutte capitano sempre agli altri: così ci aiuta a mitigare l’ansia e ad affrontare con maggiore serenità la nostra vita.

Ma, con questo, ci fa sottovalutare o trascurare l’importanza delle piccole cautele quotidiane che possono metterci al riparo (a segnalarlo è ancora Bbc) sia dal rischio di infettarci, sia dal rischio di trasmettere ad altri il virus. Ricordiamoci di congratularci con noi stessi ogni volta che ripetiamo un gesto di protezione. Mettiamo la mascherina al nostro personale bias dell’ottimismo, innaffiamolo di gel disinfettante, e convinciamolo a stare abbastanza lontano dai bias dell’ottimismo altrui.

Partita truccata
In secondo luogo: non lasciamoci ingannare dallo sfasamento temporale.

Con il virus, stiamo giocando una partita a ping-pong truccata. Ciascun colpo che ci arriva adesso è la risposta a un colpo che abbiamo tirato tra i sette e i quattordici giorni fa. Se fosse, invece, una infinita partita a scacchi, la mossa dell’avversario che vediamo ora è quella che lui ha fatto tempo prima, e che è stata seguita da altre mosse che ancora non conosciamo.

La nostra percezione intuitiva del tempo e dei rapporti di causa-effetto non funziona così. Siamo abituati ad aggiustare i nostri comportamenti minuti e quotidiani mano a mano che ne vediamo le conseguenze immediate.

“Noi abbiamo una fortuna: possiamo cambiare il racconto dell’uragano. Possiamo abbattere la forza dell’onda che vediamo sollevarsi”

Siamo più a nostro agio con lo sfasamento temporale, invece, quando decidiamo, per esempio, di comprare oggi un biglietto per un evento che si terrà tra due settimane.

Bene: visto che non possiamo partecipare a eventi, prendiamo un pizzico di quella capacità di gestire lo sfasamento temporale e applichiamola alla prevenzione. Ricordando che una sciocchezza fatta oggi potrebbe coincidere con l’acquisto di un biglietto per una gita in ambulanza tra quindici giorni.

Essere lungimiranti
In terzo luogo: consideriamoci tutti determinanti nel contrasto alla pandemia.

In una lunga, illuminante intervista che vi consiglio caldamente di leggere per intero, l’epidemiologo Alessandro Vespignani, uno dei maggiori esperti di previsioni al mondo, ci dice diversi fatti interessanti.

Per esempio, spiega bene qual è la differenza tra un virologo e un epidemiologo, che fanno due cose molto diverse: il primo studia i virus e cerca i vaccini. Ragiona da biologo e da medico. Osserva quel che fa un virus in un corpo umano.

Il secondo studia la diffusione delle epidemie. Ragiona da matematico, sui grandi numeri. Usa modelli previsionali. Osserva come si muovono masse di persone dentro una città o una nazione.

E ancora: il primo ragiona su una cosa che c’è (il virus) e che è ancora in parte sconosciuta. Il secondo ragiona su una cosa che non c’è ancora (le diverse estensioni possibili di un’epidemia) i cui andamenti, però, sono già noti, anche se calcolarli non è per niente semplice.

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Vespignani ricorda che un focolaio, all’inizio, coinvolge pochissime persone. “Per settimane l’epidemia galoppa nascosta, sottotraccia, invisibile. Un flagello” che poi esplode. Per questo oggi bisognerebbe fare i test, tracciare i movimenti delle persone contagiate, e poi trattare in modo adeguato chi si contagia, isolandolo.

E aggiunge che “noi abbiamo una fortuna: possiamo cambiare il racconto dell’uragano. Possiamo abbattere la forza dell’onda che vediamo sollevarsi”.

Possiamo incoraggiare chi prende le decisioni che ci coinvolgono tutti a essere lungimirante, e a non farsi distrarre da ragionamenti opportunistici e dalla ricerca di facili consensi.

Ma possiamo anche diventare consapevoli che ciascuno di noi è potenzialmente la farfalla (ce lo insegnano le teorie del caos) che può abbattere o accrescere la forza della pandemia. Dunque, cerchiamo di svolazzare qua e là il meno possibile, e stiamo bene attenti a dove andiamo a posare le zampette.