22 settembre 2020 13:13

“Ghemm de purtà pasiensa”, diceva mia nonna (curriculum: spedita a lavorare al termine della seconda elementare, epidemia di spagnola, due guerre mondiali, in occasione della seconda guerra casa bombardata e coincidente perdita del lavoro, perché lei e mio nonno facevano i portinai in una cà de sciuri, dalle parti di via Mascheroni a Milano).

La pazienza è una cosa che si porta con sé. Non è una condizione passiva ma, come avrebbe spiegato mia nonna con parole migliori delle mie, anche se in milanese, è una condizione dinamica e operativa.

Porti pazienza quando continui a fare quello che devi fare, anche in condizioni avverse. E anche se ti pesa.

Resistere e modificarsi
Mi sono domandata perché mai, quando ho pensato a questo articolo, la nonna mi è subito tornata in mente, e la risposta è semplice. La pazienza ci sembra qualcosa di antico e del tutto fuori moda. Oggi (e anch’io l’ho fatto) si usa più volentieri il termine resilienza, più tosto – almeno in apparenza – e tecnologico, perché in origine rimanda al mondo dei metalli, e alla loro capacità di resistere ai colpi. Nella sua estensione alle discipline biologiche e all’ecologia, “resilienza” indica anche la capacità di un sistema di resistere alle aggressioni esterne, modificandosi e autoriparandosi.

Eppure.

“La pazienza è potere, altro che dote vittoriana fatta di passività!”, scrive senza mezzi termini Judith Orloff, psichiatra all’Università della California di Los Angeles. Che aggiunge: dobbiamo riportare l’idea di pazienza nel ventunesimo secolo, ristrutturandola. La pazienza è uno stato attivo, che aiuta a gestire lo stress e la frustrazione, a mantenere il controllo anche nelle situazioni sfavorevoli e a rimanere centrati.

La pazienza, insomma, non coincide con un atteggiamento remissivo e rassegnato. Non esprime una vocazione alla mediocrità o all’essere docili. E non è un automatismo, ma una scelta consapevole. “La pazienza è la virtù dei forti”, recita il proverbio, che ha, con patience is a virtue, anche un corrispondente inglese. È Giacomo Leopardi, nello Zibaldone, a sviluppare il concetto: “La pazienza è la più eroica delle virtù, giusto perché non ha nessuna apparenza d’eroico”.

Non è solo questo: la pazienza è la dote dei grandi condottieri. È quella che, durante la campagna di Russia, guida il conte Fëdor Vasilevič Rostopčin a pianificare una guerra fatta di ritirate strategiche, in attesa che sia il generale inverno a piegare, e a sconfiggere, le truppe napoleoniche francesi.

Ed ecco Gandhi: “Perdere la pazienza significa perdere la battaglia”, diceva. E Sun Tzu, nell’Arte della guerra, il più antico trattato di arte militare, e ancor oggi uno dei più influenti testi di strategia: “Chi è prudente e aspetta con pazienza chi non lo è, sarà vittorioso”.

I bambini che imparano a essere pazienti hanno maggiore autocontrollo da adulti

Un lungo articolo su Medium indaga il senso, le implicazioni e i vantaggi dell’essere pazienti nel lavoro creativo (l’autore è un musicista). Di mio, vorrei aggiungere che, per esempio, sono una questione di pazienza anche il lavoro della scrittura – con il suo ineliminabile corredo di incertezza, frustrazione e solitudine – e soprattutto la qualità del lavoro di scrittura.

Viviamo in tempi accelerati e vogliamo ottenere qualsiasi cosa subito. Cerchiamo gratificazioni istantanee, soluzioni e risultati immediati. E l’urgenza di consumare (sì, di consumare) non solo beni, ma anche le gratificazioni, le soluzioni e i risultati, ci porta da un lato a trascurare la qualità di quello che otteniamo (basta che arrivi in fretta) dall’altro a esaurire in un battibaleno anche la soddisfazione per quanto abbiamo ottenuto.

Dicevo: vogliamo tutto subito, come se non esistesse un futuro. E comincio a sospettare che il maggior dono dell’essere pazienti, più ancora dell’evitare errori dovuti a fretta e superficialità, più ancora della calma, sia proprio quello di riconsegnarci un futuro.

Di fatto, la pazienza è intrinsecamente ottimistica e proiettata nel futuro. Si nutre di speranza, di lungimiranza e di fiducia. Ci permette di darci obiettivi a lungo termine e di conseguirli (ecco perché è una virtù strategica).

A denti stretti
Volendo cominciare a essere (almeno un po’) più pazienti, potremmo, per esempio, considerare che insegnare o imparare qualcosa, ricordare qualcosa, riparare qualcosa, produrre qualcosa che ha valore, e perfino apprezzare qualcosa (si tratti di un ottimo pranzo, un bel paesaggio, un buon libro o una solida amicizia) chiede tempo. Potremmo anche considerare che, quando siamo in una oggettiva situazione di disagio, l’impazienza brucia energie, accrescendo ulteriormente lo stress e quindi il disagio medesimo.

Un bell’articolo su Avvenire ci dice che non sempre la pazienza è “buona: c’è anche la pazienza a denti stretti, quella che si esercita contro voglia e che lascia trasparire il fastidio che nasce dal non potersi sottrarre; è una sorta di pazienza sacrificale, estorta, che mette sgradevolmente in debito l’altro… Il fatto è che la vera pazienza, quella ‘buona’, è legata alla passione per la vita. Quello che rende buona la pazienza (e dunque utile, talvolta anche allegra) è legato allo scopo per il quale la si esercita; è, ancora una volta, avere lo sguardo puntato fuori di sé, su una meta, su un obiettivo che ha valore per chi lo persegue”.

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È accertato che l’essere pazienti è correlato positivamente con lo stato soggettivo di benessere, con la capacità di essere empatici, con il grado di apertura mentale, con l’autocontrollo.

È anche accertato che l’essere pazienti è un tratto appreso, che i bambini che imparano a essere pazienti hanno maggiore autocontrollo da adulti, e che tutto ciò è a sua volta correlato con minori difficoltà scolastiche e poi con una vita più sana, più piena e più soddisfacente. Per questo, e perfino se pesa un po’, portarci appresso una dose di pazienza può risultare assai utile. Perfino, o forse specialmente, nel turbine del ventunesimo secolo.