23 dicembre 2020 16:44

C’è un curioso fenomeno che potrebbe aiutarci a capire qualcosa di più sul funzionamento della percezione, del dibattito politico, dei mezzi di comunicazione di massa, dei social network e del web.

Insomma: sto per offrirvi un piccolo grimaldello che vi apre molte porte, le quali conducono a innumerevoli stanze, enormi o minuscole, dove c’è un sacco di gente che si accusa a vicenda di essere fuorviata da pregiudizi. È uno spettacolo interessante. È ancora più interessante perché, almeno in parte, le reciproche accuse sono espresse in buona fede.

Ecco di che si tratta: chiunque abbia un’opinione radicata vorrebbe che il mondo intero la condividesse. Anzi più l’opinione, quale essa sia, è radicata, più chi la coltiva ritiene giusto, necessario e doveroso che tutti la condividano, anche quando dati e fatti non sono incontrovertibili come vorrebbe credere.

La tesi avversa
Quando questo non succede, la prima reazione di chi ha un’opinione forte è quella di pensare che sia il mondo ad avere torto.

La seconda reazione è ipotizzare che il mondo stia tramando consapevolmente per sostenere e favorire la causa dei suoi nemici, i suoi antagonisti, cioè coloro che promuovono la tesi contraria.

Ed ecco che ci imbattiamo nell’hostile media effect, o phenomenon: l’effetto, o fenomeno, dei mezzi d’informazione ostili. Questa sindrome è stata messa a in luce nel 1985 da Robert P. Vallone, Lee Ross, e Mark R. Lepper, psicologi sociali dell’università di Stanford (qui l’articolo originale).

Vallone e soci partono da una constatazione apparentemente ingenua:

Ogni giorno abbiamo l’occasione di meravigliarci per la capacità di chi è schierato con una parte politica, sociale e perfino scientifica nel trovare un forte sostegno alla sua opinione in dati che osservatori più spassionati e neutrali trovano contraddittori, poco chiari e per niente determinanti.

Così, quella meraviglia si trasforma in esperimento.

I ricercatori mostrano i medesimi spezzoni di cronaca televisiva, riguardanti un fatto storico cruento e divisivo, a esponenti dei due gruppi antagonisti coinvolti in quel fatto. Si tratta di spezzoni che gli osservatori neutrali considerano equilibrati e obiettivi. Dopo la visione succedono due cose sorprendenti: primo, entrambi i gruppi giudicano che il fatto sia presentato in modo parziale (e, implicitamente, troppo favorevole alla parte avversa). Secondo, ognuno dei due gruppi nota di più gli spezzoni di cronaca che sostengono la posizione avversa, deducendone che quella cronaca, nel complesso, è anche tale da far aumentare il dissenso e l’ostilità dell’opinione pubblica nei confronti della propria fazione di riferimento.

Scioperi e partite
Dal 1985 l’esperimento è stato riprodotto più volte, usando cronache riguardanti le situazioni conflittuali più diverse: contrasti tra stati o etnie, sfide elettorali, scelte legislative controverse, dilemmi etici, scioperi e conflitti sindacali, grandi sfide epocali come il cambiamento climatico, e perfino partite di football (in questo caso, ognuno sostiene che i falli degli avversari sono regolarmente sottostimati). Qui una bibliografia sul tema.

In realtà, l’hostile media effect è per certi versi controintuitivo.

Il concetto del bias di conferma ci dice che davanti a una serie di dati controversi, di norma le persone tendono a dare retta alle evidenze che confermano e rafforzano le loro opinioni, ignorando del tutto le evidenze discordanti. Perché allora nel caso dell’hostile media effect succede il contrario? E perché, nel caso dei mezzi d’informazione, le persone sono più attente alla parte della comunicazione che contrasta con le loro convinzioni?

Lo si capisce considerando due elementi ulteriori. A parità di contenuti, la percezione (distorta) di ostilità cresce e peggiora quanto più il medium ritenuto “ostile” è accreditato e gode di un pubblico ampio. Quindi, quanto più la presunta ostilità appare pericolosa, perché tale da influenzare un gran numero di persone. Il focus, dunque, non è tanto su ciò che viene affermato, quanto sulla capacità del medium di veicolare informazioni partigiane e fuorviate, potenzialmente convincendo (anzi, manipolando!) la massa degli osservatori neutrali. Inoltre, la percezione (distorta) di ostilità cresce e peggiora quanto più ciascuna parte ritiene che il medium, o i media, siano già a priori favorevoli alla parte avversa.

Infine: posta di fronte a una cronaca palesemente squilibrata in favore di una sola tra due parti avverse, quella avvantaggiata tenderà a considerare “equilibrata e oggettiva” quella cronaca, che non solo conferma le sue opinioni e critica il gruppo antagonista, ma contribuisce anche a rafforzare, ed eventualmente a radicalizzare, le posizioni della parte favorita.

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Dicevo che l’hostile media effect è stato intercettato e descritto per la prima volta alla metà degli anni ottanta, quando i social network non esistevano ancora.

Ora, provate a considerare cosa viene fuori dal cortocircuito tra questa consistente distorsione percettiva e l’emotività, la velocità, la superficialità, la faziosità e, ahimè, l’aggressività tipiche dei social network, applicandolo anche all’attestata difficoltà di dibattere in modo articolato, e di distinguere, in quelle sedi, le notizie vere dalle fake news.

Il risultato è la produzione di dosi crescenti di astio, diffidenza e accuse di partigianeria che piovono quando mezzi d’informazione accreditati e autorevoli tentano (ehi, ho scritto tentano, non è detto che sempre ci riescano) di fornire un’informazione completa ed equilibrata su argomenti divisivi. E, come si diceva prima, questi sentimenti crescono quanto più i mass media appaiono accreditati e autorevoli.

Il risultato ulteriore è che viene osteggiata e scoraggiata la produzione d’informazione completa, equilibrata ed equidistante su argomenti controversi.

Chi offre un’informazione di parte, infatti, avrà almeno il sostegno e il consenso della fazione favorita. Chi cerca faticosamente l’equilibrio e la completezza rischia di ritrovarsi, invece, sotto attacco a opera di entrambe le fazioni.