19 gennaio 2021 16:39

È qualcosa che gli anglofoni chiamano awe.

Tradurre in italiano il termine inglese non è semplice. Secondo i contesti, infatti, awe indica, in proporzioni variabili, una condizione emozionale complessa, che unisce timore e sorpresa, ammirazione e reverenza, incantamento e meraviglia.

La cosa certa è che si tratta di un’emozione misteriosa, potente, antica, inconfondibile. È universale, ma non è frequente.

Per capirci bene: è l’emozione che (beninteso, a patto di sollevare lo sguardo dallo schermo del telefono) può capitarci di provare davanti a un panorama sconfinato. O quando ci perdiamo a guardare le stelle in una notte limpida. A evocarla può essere anche qualcosa di diverso dalla natura nelle sue manifestazioni più imponenti. Per esempio, può trattarsi di una musica. Della maestosità di una cattedrale. Dei versi vibranti di un poeta. Di un profumo.

Una pausa prima continuare
Per parlare di awe, qui userò la singola parola meraviglia. Ma vi prego di conferire a questo termine un senso più denso e più ampio di quello che gli appartiene nel linguaggio corrente. Insomma: siamo più dalle parti di “le meraviglie dell’universo” che di quelle di “questo golfino ti sta una meraviglia”.

Ora, fermatevi un attimo, prima di continuare a leggere. Riuscite a ricordare l’ultima volta in cui vi siete sentiti rapiti dalla meraviglia?

Se vi va, provate per un momento a ripercorrere quel ricordo. E osservate come vi sentite.

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Torniamo al punto.

Anche se, tra poesia, filosofia e religione, il senso di meraviglia è stato sempre ampiamente evocato, gli psicologi cominciano a occuparsene, e a progettare studi empirici sull’argomento, solo attorno al 2000. Dunque, in tempi piuttosto recenti.

Le evidenze emerse sono da subito notevoli.

Già nel 2003, una ricerca delle università di Berkeley e della Virginia definisce la meraviglia come “emozione morale, spirituale ed estetica”. Segnala che è connessa con il senso di una vastità che trascende il sé quotidiano. E che può risultare, secondo i casi, disorientante e destabilizzante, oppure appagante e incantevole. È una cosa che di rado capita con le emozioni, che sono di norma o chiaramente positive, come la gioia e la serenità, o altrettanto chiaramente negative come la rabbia, la noia o la tristezza.

Non è sorprendente che le persone narcisiste siano poco propense a provare meraviglia

E ancora: sperimentare la meraviglia può essere un’esperienza illuminante, nella misura in cui obbliga chi la sperimenta a ristrutturare i propri schemi mentali e cognitivi – è il processo che Piaget definisce “accomodamento”. E ancora: la meraviglia può essere suscitata da un’ampia varietà di stimoli la cui unica caratteristica comune è portarci a distogliere l’attenzione da noi stessi, e a farci sentire parte di “qualcosa di più grande”.

Negli anni successivi a quella ricerca sono stati acquisiti altri elementi. Per esempio, il fatto che non tutti proviamo meraviglia alla stessa maniera. Sperimentano più facilmente questa emozione gli individui che, secondo il modello dei big five, (uno dei più accreditati e usati modelli della personalità) sono più aperti all’esperienza, che hanno maggiore tolleranza per l’ambiguità, e che sono più propensi ad apprezzare la bellezza, a esprimere gratitudine e ad avere un atteggiamento creativo. Non è sorprendente che le persone narcisiste siano, invece, poco propense a provare meraviglia.

Il senso di meraviglia è anche connesso con importanti cambiamenti fisici. La frequenza del battito cardiaco si modifica. Ci sono brividi e pelle d’oca. Uno studio del 2015 dice che c’è anche una visibile riduzione dei marcatori di infiammazione cronica.

Sotto il profilo psicologico, si registrano cambiamenti ugualmente rilevanti. Un ampio studio del 2012 dimostra che la percezione del tempo cambia, e che il tempo stesso sembra fluire più lentamente (conseguenza: diminuiscono impazienza e ansia). Inoltre cambiano le gerarchie di valori (conseguenza: si è più propensi ad aiutare gli altri). Infine: la sensazione di benessere risulta accresciuta, e perdura. Così come risulta accresciuta la capacità di tollerare stimoli negativi.

Una “passeggiata della meraviglia” riduce il senso di insoddisfazione, ansietà e tristezza

Tutti i ricercatori che si apprestano a studiare il senso di meraviglia devono in primo luogo affrontare una bella sfida. Si tratta di evocare esattamente quell’emozione in un contesto di laboratorio e guidare le persone a sperimentarla. E di fare tutto questo solo con una parte delle persone che vanno sottoposte a test, mentre il gruppo di controllo va lasciato in condizioni certe di non meraviglia.

Le soluzioni impiegate sono ingegnose (a raccontarlo è la fondazione John Templeton): in un caso, i soggetti sono posti di fronte all’impressionante scheletro di un Tyrannosaurus rex a grandezza naturale. In un altro, sono accompagnati in un odoroso bosco di eucalipti. In altri casi ancora, sono esposti a strepitose immagini di natura, o immersi in simulazioni di realtà virtuale (per esempio, la simulazione di un viaggio nello spazio). In un ulteriore caso, un gruppo vede un video che mostra la nascita di un bimbo, mentre il gruppo di controllo ne vede uno sulla fabbricazione della birra.

Nel 2018 la Templeton e e l’università della California Berkeley pubblicano una importante sintesi dei risultati di ricerca, intitolata The science of awe (se volete leggervi una singola fonte, suggerisco questa). Un capitolo è dedicato alla funzione evolutiva dell’emozione di meraviglia che, obbligandoci a ristrutturare i nostri schemi mentali, ci induce ad attivare il nostro pensiero critico e ci aiuta ad adattarci più agevolmente a nuovi scenari e a nuovi contesti complessi. Per inciso: suscitare meraviglia nei bambini li rende più aperti e più disposti a imparare.

Un altro punto notevole è questo, che cito testualmente: “Alcune intense esperienze di meraviglia possono provocare un cambiamento cognitivo così profondo da dare origine a mutamenti durevoli (life-lasting changes) nel modo in cui le persone considerano se stesse e il mondo”.

Una finestra verso l’infinito
Diversi studi recenti si stanno concentrando sugli effetti benefici delle “passeggiate della meraviglia” (awe walks). Una ricerca pubblicata alla fine del 2020 dimostra che una quotidiana “passeggiata della meraviglia” riduce il senso di insoddisfazione, ansietà e tristezza negli anziani in buona salute. La cosa non succede nel gruppo di controllo, che pure passeggia, ma in contesti differenti, senza guardarsi attorno e pensando ai fatti suoi. Una cosa curiosa: alle persone di entrambi i gruppi viene chiesto di scattare foto. È ricorrente il fatto che chi sperimenta la meraviglia scatti immagini in cui è dominante il contesto e l’essere umano appare significativamente più piccolo.

È in fase di completamento, ma non ancora pubblicata, una ricerca condotta dal Northbay hospital con l’università di Berkeley sugli effetti della meraviglia in termini di riduzione dello stress, dell’ansia, della depressione e perfino del dolore ai tempi della pandemia. La ricerca ha coinvolto 128 esponenti del personale medico e 221 pazienti. È stata progettata per aiutare tutti a provare un senso di meraviglia per 10-15 secondi, da tre a cinque volte al giorno, per un minimo di 21 giorni.

Il metodo impiegato è elementare e facile da praticare (traduco letteralmente).

“Focalizzate pienamente la vostra attenzione, concentrandovi su qualcosa che apprezzate, che per voi ha un valore o che trovate meraviglioso. Aspettate. Rallentate e fate una pausa. Espirate. Amplificate la sensazione che state provando, quale essa sia”.

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La meraviglia è intorno a noi. Perfino focalizzarci osservando come la nostra mano può aprirsi e chiudersi a un nostro comando può essere meraviglioso. Così come può essere meraviglioso scovare uno squarcio di tramonto tra i tetti, o (lo dico per personale, inattesa e indimenticabile esperienza di meraviglia) chiudere gli occhi e annusare il buonissimo profumo di un limone appena tagliato.

La meraviglia è, insomma, una finestra verso l’infinito, che possiamo spalancare per trovare un po’ di sollievo in questi tempi cupi e claustrofobici. Se davvero basta una pausa di 15 secondi per incontrarla, forse vale davvero la pena di andarla a cercare.