08 ottobre 2013 07:00

I fatti stanno lì, innegabili. Eppure per qualcuno è come se non ci fossero. Spesso difesa e ancor più spesso accettata come ineluttabile, l’idea che alla primavera araba sia seguìto un “inverno islamista” si è radicata in occidente nonostante i fatti concreti la smentiscano clamorosamente.

Prendiamo la Tunisia. “Tutto è perduto, per i prossimi decenni resteranno al potere”, esclamavano alcuni tunisini e molti occidentali dopo la vittoria di Ennahda alle elezioni legislative. Da quel momento la paura ha improvvisamente preso piede e la teoria dell’inverno islamista ha cominciato a diffondersi. Sono passati due anni, e che fine ha fatto Ennahda?

Il partito conserva una maggioranza parlamentare grazie all’appoggio di due piccoli partiti laici, ma non è riuscito a inserire nel progetto della nuova costituzione nessun articolo d’ispirazione religiosa. Nonostante le divergenze, infatti, i laici tunisini di destra e di sinistra hanno arrestato l’avanzata islamista, anche perché la società, soprattutto quella femminile, ha dato vita a una mobilitazione di massa permanente.

Oggi Ennahda deve affrontare un’opposizione i cui ranghi continuano a infoltirsi, e contemporanemente registra un forte calo di sostenitori. Mese dopo mese la base del partito si è inesorabilmente prosciugata, perché i piccoli funzionari e i commercianti che ne avevano decretato il successo hanno assistito al trionfo del disordine, all’ascesa dei jihadisti e al crollo dell’economia.

Con le spalle al muro, sabato scorso Ennahda ha accettato l’apertura di una tavola rotonda con l’opposizione al termine della quale gli islamisti dovrebbero cedere il passo a un governo tecnico incaricato di traghettare il paese verso nuove elezioni. I negoziati potrebbero ancora fallire, ma sostanzialmente gli islamisti tunisini ormai preferiscono rifugiarsi all’opposizione piuttosto che continuare a sgonfiarsi.

Passiamo all’Egitto, ora. “Presto sarà uguale all’Iran, una teocrazia con l’obbligo di portare il velo”, dicevano i profeti del malaugurio dopo la vittoria dei Fratelli musulmani alle elezioni legislative e presidenziali. Ai loro occhi i musulmani (tranne i dittatori) sono intrinsecamente intolleranti, fanatici e ossessionati dalla volontà di sottomettere le donne, e soltanto i dittatori possono scongiurare il pericolo globale rappresentato dall’Islam. Ma cos’è accaduto in Egitto?

Come i loro colleghi tunisini, i Fratelli musulmani non hanno saputo gestire un paese alle prese con grandi difficoltà economiche. E così in Egitto la disoccupazione è aumentata e il tenore di vita dei più poveri è peggiorato. Gli islamisti egiziani hanno dimostrato che l’islam, come tutte le altre religioni, non può rappresentare una soluzione alle sfide socio-economiche. I Fratelli musulmani hanno talmente deluso i propri elettori (e rafforzato gli oppositori) da ritrovarsi alle prese con un malcontento popolare massiccio che ha permesso all’esercito di approfittare della situazione per destituire il presidente eletto, rientrare in gioco e provare a riprendere in mano le redini del potere.

In fondo non c’è motivo di rallegrarsi, perché questo colpo di stato (impossibile chiamarlo in altro modo) concede ai Fratelli musulmani la possibilità di ricompattarsi all’opposizione, mentre restando al potere sarebbero lentamente usciti di scena. Ma che fine ha fatto l’inverno islamista? Al Cairo l’inverno è arrivato proprio per i Fratelli musulmani, che alle prese con una feroce repressione finiranno per dividersi tra i sostenitori di un reale compromesso democratico e i difensori dell’ortodossia religiosa. Lontani da qualsivoglia trionfo, gli islamisti egiziani attraversano uno dei periodi più bui della loro storia, perché non hanno capito che il loro paese (come tutti gli stati arabi) aspira al benessere e alla democrazia, non all’affermazione di un’autorità religiosa, e che i voti ottenuti alle ultime elezioni erano dovuti al loro conservatorismo economico e sociale, non alla confusione tra politica e fede (e soprattutto non alla jihad).

“Si, certo, ma la Siria?” dirà qualcuno. È vero, in Siria gli islamisti e i jihadisti hanno approfittato del mancato appoggio degli occidentali alle forze laiche per rafforzarsi, ma in fondo non sono poi così popolari e oltretutto si abituerebbero rapidamente all’esercizio del potere come hanno fatto i loro colleghi tunisini ed egiziani. La verità è che niente nuoce all’islamismo più della democrazia. In questo momento nel mondo arabo sopravvivono il caos e le spinte estremiste, ma le democrazie devono guardare in faccia la realtà e smettere di rimpiangere dittatori che non hanno più alcuna ragione di esistere.

(Traduzione di Andrea Sparacino)