27 marzo 2014 07:00

Era previsto da mesi, e negli ultimi giorni le voci in proposito si sono susseguite senza sosta. Ora finalmente ci siamo: mercoledì il maresciallo Abdel Fattah al Sisi, artefice a luglio del rovesciamento del presidente islamista Mohammed Morsi, primo capo di stato egiziano estraneo all’esercito ed eletto regolarmente, ha annunciato in un discorso televisivo la sua candidatura alle presidenziali che si terranno prima dell’estate.

“Mi presento davanti a voi per l’ultima volta in uniforme militare”, ha dichiarato Al Sisi, impegnandosi a “proseguire la lotta quotidiana per un Egitto libero dal terrorismo” e ad affrontare “con coraggio” le difficoltà economiche e la disoccupazione che colpisce “milioni di giovani”.

Allo stato attuale è legittimo dubitare della regolarità del prossimo scrutinio, perché grazie al colpo di stato il maresciallo controlla l’esercito, la polizia, la televisione, la stampa e la magistratura. La sua dittatura si è instaurata prima ancora della sua elezione a presidente, ma a prescindere da eventuali irregolarità il nuovo uomo forte dell’Egitto è incontestabilmente popolare, perché un’ampia maggioranza degli egiziani vuole il ritorno dell’ordine dopo tre anni di traversie rivoluzionarie che hanno spinto il paese sull’orlo del fallimento.

È cominciato tutto con il rovesciamento di Hosni Mubarak, causato dalla combinazione tra gli scioperi dei lavoratori e le manifestazioni organizzate su internet dai giovani delle città. Poi sono arrivati i Fratelli musulmani, che sono rimasti estranei alla rivoluzione ma hanno vinto le elezioni perché la parte più tradizionalista del paese ha creduto nella loro onestà e si è riconosciuta nel loro conservatorismo sociale e nel loro liberismo economico.

I Fratelli musulmani hanno conquistato la maggioranza dei seggi in parlamento e hanno fatto eleggere alla presidenza Mohammed Morsi, ma erano totalmente impreparati a gestire il potere e incapaci di dialogare con altre forze. Di conseguenza hanno rapidamente perso popolarità e si sono attirati il disprezzo della popolazione, spingendo gli egiziani di nuovo in piazza. Approfittando del malcontento popolare, l’esercito ha ripreso in mano le redini del paese con una violenza inaudita, arrestando, picchiando e torturando gli oppositori, sia islamisti che democratici.

Più di 500 esponenti e simpatizzanti dei Fratelli musulmani sono stati condannati a morte con un processo sommario, e mercoledì altri 900 sono stati deferiti davanti a quella che non possiamo più chiamare giustizia. Oggi il potere vuole seminare il terrore e spazzare via ogni forma di opposizione, a cominciare dai Fratelli musulmani. La rivoluzione egiziana è sopraffatta da una violentissima restaurazione, ma questo significa che è ormai morta e sepolta?

Non ancora. La situazione attuale durerà a lungo, ma la nuova generazione di piazza Tahrir costituisce l’élite del nuovo Egitto. I Fratelli impareranno dai loro errori, mentre i militari non saranno in grado di combattere la miseria. Un giorno, magari tra dieci o quindici anni, la rivoluzione rialzerà la testa, perché il mondo arabo è affamato di democrazia e libertà.

(Traduzione di Andrea Sparacino)