11 giugno 2014 07:00

Il calcio in Brasile è una passione nazionale. Da decenni domina l’identità collettiva di questo paese che ha più di 200 milioni di abitanti e si trova nel cuore dell’America Latina, una terra dove le razze si mescolano e le grandi ricchezze convivono con la miseria più nera. Eppure, alla vigilia del calcio d’inizio della ventesima Coppa del mondo, il Brasile è travolto dalla rabbia popolare, dagli scioperi e dalle manifestazioni di protesta.

Sette anni fa i brasiliani avevano festeggiato quando al loro paese è stato assegnato il più grande evento sportivo del mondo. Oggi solo il 51 per cento della popolazione è felice di ospitare le partite, e appena un terzo pensa che i Mondiali favoriranno l’economia nazionale.

A cosa è dovuto questo straordinario voltafaccia?

È dovuto al costo della manifestazione (nove miliardi di euro in un paese segnato da grandi mancanze), agli standard di comfort, infrastrutture e trasporti che la Fifa impone ai paesi ospitanti indipendentemente dal loro livello di sviluppo, in poche parole al contrasto tra il lusso dell’evento e la povertà in cui vive un gran numero di brasiliani.

Siamo di fronte a una sorta di scontro di civiltà, al quale si aggiunge la rabbia popolare per i budget sforati, alimentata anche dalle accuse di corruzione che hanno travolto la Fifa. Il calcio è diventato troppo commerciale e neanche in Brasile è riuscito a restare popolare, intoccabile, e al di sopra delle parti. Eppure, nemmeno questa somma di motivi basta a spiegare la recente avversione brasiliana per una coppa che è stata tanto amata.

La vera spiegazione è che a trent’anni dalla fine della dittatura il Brasile ha fatto enormi progressi. I miliardi investiti nei programmi sociali hanno allargato i ranghi della classe media. La democrazia è salda. Gli esuli di ieri sono passati dalle torture agli incarichi governativi, e il paese figura ormai tra gli stati emergenti che avranno un ruolo di primo piano in questo secolo.

Il Brasile, insomma, non è più un paese che può accontentarsi di panem et circenses. Il calore del tifo non compensa più la durezza della quotidianità, e il calcio non è più “l’oppio dei popoli”, poiché sono ormai molti gli abitanti capaci di leggere mezzi d’informazione liberi, di capire le statistiche sulla disuguaglianza e di sapere cos’è un bilancio nazionale e quali dovrebbero essere le priorità di un governo.

Pacifiche o violente, le rivoluzioni si verificano raramente quando la popolazione non ha motivi di sperare. Al contrario, il più delle volte scoppiano dove i programmi economici e sociali sono stati abbastanza efficaci da creare una società che pretende un futuro migliore ed è disposta a protestare per far sentire la sua voce.

Tutto questo sta accadendo oggi in Brasile, ma anche in Turchia e in tutti i paesi dove la classe media si è affermata negli ultimi anni. Presto o tardi accadrà anche in Cina, e il risveglio dei popoli usciti dalla miseria sarà uno dei grandi fenomeni del XXI secolo.

(Traduzione di Andrea Sparacino)