20 novembre 2014 08:03

C’è ancora una speranza, anche se fragile, di evitare il fallimento del negoziato sul nucleare iraniano. Entrate nella fase finale, le trattative si sono arenate su due punti.

Il primo è il limite da imporre alle capacità nucleari dell’Iran in modo che a Teheran sia necessario un lasso di tempo consistente (un anno o più) per passare dalla possibilità di dotarsi della bomba atomica alla sua effettiva fabbricazione.

Si tratta di un punto molto importante, perché questo intervallo servirebbe alle potenze internazionali per organizzare una reazione nel caso gli iraniani decidessero di diventare una potenza nucleare anziché restare una potenza “di soglia” come il Giappone, capace di costruire la bomba ma deciso a non seguire questa strada.

La faccenda è complessa, ma il punto cruciale è un altro. Il presidente iraniano Hassan Rouhani vorrebbe che il compromesso fosse immediatamente seguito dalla cancellazione delle sanzioni contro il suo paese. Per Rouhani è una questione essenziale, perché ottenendo la cancellazione manterrebbe la promessa fatta agli elettori nel 2013 e potrebbe creare un movimento d’opinione a Teheran abbastanza forte da impedire ai falchi del regime di bocciare l’accordo, perché temono che possa portare al trionfo dell’ala riformatrice.

Il problema è che anche Barack Obama ha i suoi falchi da gestire, ovvero la maggioranza repubblicana al congresso che non accetterebbe mai una cancellazione immediata delle sanzioni, a prescindere dal compromesso raggiunto. Per questo la Casa Bianca offre una cancellazione provvisoria, ma il presidente iraniano non può accontentarsi per ragioni legate alla politica interna.

Questa è la ragione principale dello stallo ma anche l’origine della speranza, perché ora gli europei propongono una cancellazione provvisoria delle sanzioni da cui però le grandi potenze potrebbero tirarsi indietro solo all’unanimità e solo se gli iraniani dovessero decidere di costruire la bomba. L’Europa potrebbe garantire agli iraniani che a prescindere dal nome del successore di Barack Obama avranno la garanzia di un non ritorno alle sanzioni, perché queste ultime non potrebbero essere imposte senza il consenso del vecchio continente.

Il momento è cruciale, perché la democrazia europea ha giocato le sue carte come mai prima d’ora. Il suo intervento potrebbe liberare la Casa Bianca dalle pressioni e forse, ma solo forse, portare a un compromesso che per il momento resta improbabile.

(Traduzione di Andrea Sparacino)