Una manifestazione per l’indipendenza della Catalogna a Barcellona, il 17 ottobre 2017.

L’indipendenza della Catalogna è diversa da quella del Kurdistan

Una manifestazione per l’indipendenza della Catalogna a Barcellona, il 17 ottobre 2017.
19 ottobre 2017 11:48

Ci si può opporre agli indipendentisti a Barcellona e al contempo appoggiare quelli di Erbil. Sembrerebbe paradossale, perché in Catalogna come in Kurdistan la rivendicazione è la stessa e si scontra con la stessa opposizione, non solo da parte della Spagna e dell’Iraq ma anche delle grandi potenze.

Le due situazioni sembrano simili, ma in realtà non lo sono, perché il dibattito non è giuridico ma politico.

Giuridicamente parlando, a Erbil come a Barcellona, il discorso è abbastanza semplice, perché né la Catalogna né il Kurdistan sono colonie. Anche se in passato la situazione era diversa, oggi i catalani non sono perseguitati da Madrid come i curdi non lo sono da Baghdad. Nessuno dei due popoli può dunque appellarsi al diritto all’autodeterminazione, e i referendum che hanno organizzato sono chiaramente illegali.

Tuttavia dal punto di vista politico le due situazioni sono completamente diverse.

Promesse non mantenute
I curdi sono iracheni, turchi, siriani e iraniani prima di tutto a causa del crollo dell’impero ottomano, all’interno del quale costituivano un popolo unico, e in secondo luogo per via del rifiuto delle grandi potenze di offrire loro, alla fine della prima guerra mondiale, lo stato che in precedenza avevano promesso.

Il Regno Unito e la Francia, le due principali potenze coloniali dell’epoca, avevano deliberatamente disegnato frontiere che avrebbero costretto alla convivenza popoli e religioni molto diverse secondo il principio del divide et impera. Quando poi questi paesi hanno ottenuto l’indipendenza, le successive dittature si sono fatte carico di consolidare a loro vantaggio questi confini artificiali.

L’indipendentismo dei curdi iracheni è un’evoluzione storica, mentre in Spagna la situazione è diversa

Fino alle rivoluzioni arabe del 2011 e alla caduta di Saddam Hussein, otto anni prima, questi stati apparivano molto solidi, ma la ribellione in Siria della maggioranza sunnita contro un regime sciita e l’emarginazione in Iraq della minoranza sunnita da parte della maggioranza sciita (salita al potere grazie all’intervento americano) hanno cambiato le cose.

In Medio Oriente le frontiere coloniali si stanno ormai sgretolando, e a risvegliarsi non è solo l’irredentismo curdo. Ci sono maggioranze che non vogliono più farsi governare da minoranze, e in generale assistiamo allo scontro frontale tra le due grandi correnti dell’islam, sciismo e sunnismo, con i rispettivi paladini, Iran e Arabia Saudita. È uno scontro che promette di durare a lungo.

Questa regione non ritroverà una stabilità duratura senza la nascita di stati-nazione indipendenti o di vere confederazioni all’interno delle frontiere esistenti.

A prescindere dalla sua fragilità, l’indipendentismo dei curdi iracheni è in altre parole all’avanguardia di un’ineluttabile evoluzione storica, mentre in Spagna la situazione è diversa.

La specificità della Catalogna
I catalani si sentono prima di tutto catalani. Covano un risentimento storico nei confronti della Spagna, che non sempre ha rispettato (per usare un eufemismo) la loro identità, la loro lingua e la loro cultura. Questo risentimento è alimentato dalle ferite ancora aperte che risalgono alla guerra civile e al fascismo. Niente di tutto ciò può esser messo in discussione, come d’altronde la convinzione dei catalani di essere stati sempre più moderni, europei e democratici rispetto al resto della Spagna. Ma diversamente da quanto accade in Medio Oriente, il futuro dell’Europa non passa per un frazionamento.

Arriverà magari il giorno in cui l’Unione europea sarà uno stato potente grazie alla scomparsa degli stati-nazione a beneficio di una rinascita delle grandi regioni, ma oltre al fatto che non si tratta di uno sviluppo inevitabile, è comunque troppo presto. È per questo che ciò che vale per Erbil non vale necessariamente per Barcellona.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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