La città di Armero dopo l’eruzione del vulcano Nevado del Ruiz, il 18 novembre 1985. (Jacques Langevin, Sygma/Corbis/Contrasto)

La Colombia ricorda la città di Armero sepolta dal vulcano trent’anni fa

La città di Armero dopo l’eruzione del vulcano Nevado del Ruiz, il 18 novembre 1985. (Jacques Langevin, Sygma/Corbis/Contrasto)
13 novembre 2015 17:57

Il 13 novembre 1985, poco dopo le undici di sera, l’eruzione del Nevado del Ruiz provocò una colata di fango e cenere che seppellì la cittadina di Armero, nel dipartimento di Tolima, in Colombia. Armero si trovava a 45 chilometri dal vulcano. La mattina dopo, al risveglio, i colombiani seppero dalle radio e dalla tv che la “città bianca”, chiamata così per la sua fiorente produzione di cotone, era stata completamente distrutta.

Tuttavia la dimensione e i contorni della catastrofe presero forma poco a poco, con il passare dei giorni. Oggi si parla di più di 25mila vittime e di molte persone ancora disperse, soprattutto bambini sopravvissuti alla valanga di fango che, nella confusione delle operazioni di soccorso, furono trasferiti in alberghi e centri di accoglienza e di cui si persero le tracce.

Secondo Francisco González, sopravvissuto alla catastrofe e oggi direttore della fondazione Armando Armero, “l’affronto peggiore per i superstiti è stato la mancanza di volontà da parte delle autorità di condurre un’indagine seria sull’accaduto”. Da oltre dieci anni la sua fondazione si occupa di cercare centinaia di bambini scomparsi, separati dalle loro famiglie nelle ore e nei giorni immediatamente successivi al 13 novembre.

Gli avvertimenti dei geologi e della comunità scientifica internazionale non furono ascoltati

“Quando organizzavamo le giornate della memoria”, ha raccontato González, “arrivava sempre qualcuno che ci chiedeva aiuto per ritrovare il figlio o la figlia. Così abbiamo cominciato a raccogliere delle informazioni e a costruire una base di dati, e abbiamo scoperto che molti bambini si erano messi in salvo ma poi, per vie legali e non, erano stati dati in adozione a famiglie residenti all’estero”.

All’inizio tutta l’attenzione dei mezzi d’informazione si concentrò su una ragazzina di 13 anni, Omayra Sánchez Garzón, la cui agonia fu ripresa per 72 ore dai cameramen arrivati sul posto. Si discusse poco della gestione fallimentare dei soccorsi e ancora oggi si parla poco dei sopravvissuti, che in pochi minuti si trovarono senza casa, senza beni, senza lavoro, senza niente. Non si parla neanche della ricostruzione né di quello che si sarebbe potuto fare per evitare il disastro o almeno per ridurne i danni e i costi in termini di vite umane.

Nel 1985 al governo c’era il presidente Belisario Betancur, che da tre anni stava portando avanti un processo di pace con le guerriglie nella speranza di arrivare a una soluzione negoziata del conflitto.

Le scuse di Santos

Pochi giorni prima dell’eruzione del Nevado del Ruiz, il 6 novembre 1985, trentacinque guerriglieri del gruppo Movimiento 19 de abril assalirono il palazzo di giustizia, sede della corte suprema e del consiglio di stato. Uccisero due guardie all’ingresso e presero come ostaggi tutti quelli che si trovavano all’interno.

Armero, il 16 novembre 1985. (Gamma-Rapho/Getty Images)

Sembra che l’esercito fosse entrato nell’edificio prima di ricevere indicazioni dal presidente. Gli scontri durarono più di 24 ore e si conclusero con un bilancio di quasi cento morti e undici magistrati assassinati. In questo clima politico, con la democrazia colombiana ferita a morte e le speranze di pace distrutte, né Betancur né le autorità locali prestarono ascolto ai segnali di allarme che da settimane arrivavano da Armero.

Il vulcano, alto più di cinquemila metri, sovrastava la città ed era soprannominato il “leone addormentato”. Nei libri di storia si ricordavano due grandi eruzioni, nel 1595 e nel 1845. Da allora il Nevado del Ruiz sembrava essere entrato in letargo.

Ma nel 1985 le scosse sismiche e le piogge di cenere avevano indicato che il leone si era svegliato e aveva ripreso la sua attività. I geologi e la comunità scientifica internazionale lanciarono l’allarme sulla possibilità di un’imminente eruzione, che avrebbe sciolto la neve sulle pendici della montagna. I loro avvertimenti non furono presi sul serio, la popolazione non fu avvisata, non si organizzò nessuna evacuazione e la notte del 13 novembre una valanga di fango, neve e detriti vulcanici travolse l’intera cittadina.

Sono passati trent’anni da quella catastrofe annunciata e da una delle vicende più terribili della storia colombiana recente, l’assalto al palazzo di giustizia. Oggi la Colombia si prepara a voltare pagina, la pace con la guerriglia delle Farc sembra più vicina e il paese è pronto a lasciarsi alle spalle il conflitto armato interno più lungo dell’America Latina.

Il 5 novembre per la prima volta un presidente colombiano, Juan Manuel Santos, ha ammesso pubblicamente le responsabilità dello stato e dell’esercito colombiano per la gestione dei fatti del 6 novembre 1985 e ha chiesto scusa alle famiglie delle vittime. Oggi, nel trentesimo anniversario dell’eruzione che cancellò Armero, Santos parteciperà a una serie di eventi per ricordare una tragedia che forse lo stato avrebbe potuto prevenire. Due segnali positivi per il futuro della Colombia.

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