Il 2021 è cominciato con la speranza che la produzione di un vaccino mettesse fine alla pandemia, ma si è concluso con una nuova variante del virus e il timore crescente che il covid-19 resterà con noi per sempre. Sia sui mezzi d’informazione sia in politica, l’anno è stato dominato ancora una volta dal virus e dalla pandemia. E molto probabilmente sarà così anche l’anno prossimo. Ripercorrendo il 2021 si possono individuare almeno quattro elementi e tendenze che continueranno a influenzare la politica europea per tutto il 2022.

La mancanza di un chiaro orientamento elettorale

Negli ultimi anni sono stati pubblicati moltissimi articoli sulla “fine del populismo” e sul “ritorno della sinistra”, che nella maggior parte dei casi presentavano “prove” selezionate con cura a sostegno della propria tesi, sottolineando alcuni risultati e ignorandone altri. Se ci concentriamo sulle quattro più importanti elezioni legislative che si sono svolte nell’Unione europea – Bulgaria, Repubblica Ceca, Germania e Paesi Bassi – notiamo risultati molto diversi. La sinistra ha vinto davvero solo in Germania, mentre rimane stabile nei Paesi Bassi, perde molto in Bulgaria (su tre tornate elettorali) ed è completamente spazzata via nella Repubblica Ceca.

Allo stesso modo, la “destra moderata” (qualunque cosa questa espressione possa ancora significare nel ventunesimo secolo) è stata la grande sconfitta in Germania, ma la vera trionfatrice in Bulgaria e nella Repubblica Ceca. Analogamente, rispetto al picco del 2017 (raggiunto sulla scia della “crisi dei rifugiati”), il populismo di destra perde un po’ di consensi in tre stati, ma guadagna terreno nei Paesi Bassi. Detto questo, tranne i Paesi Bassi, gli altri tre stati citati hanno governi di coalizione inediti e primi ministri che al parlamento di Strasburgo appartengono a gruppi politici diversi.

Per il 2022 negli stati dell’Unione europea sono previste sette elezioni legislative, oltre ad alcune importanti elezioni presidenziali, in particolare in Francia. Se diamo un’occhiata ai sondaggi, il quadro resta caotico e non emerge nessuna tendenza chiara, tranne forse quella verso la continua frammentazione. In effetti, durante l’ultimo anno il sostegno ai partiti più grandi è rimasto stabile. E anche se nasceranno governi nuovi, è difficile prevedere se saranno in prevalenza di sinistra, di destra, moderati o populisti.

La polarizzazione sulle misure contro il covid-19

Mentre la maggioranza dei cittadini in tutti i paesi d’Europa sostiene i principali provvedimenti governativi contro il covid-19, le minoranze che si oppongono si stanno radicalizzando. Nei paesi dove non è al potere, l’estrema destra è diventata la principale voce dei dissidenti, che restano un gruppo molto eterogeneo, in apparenza unito solo dalla comune sfiducia verso i singoli governi. Anche se molti partiti di estrema destra sono stati tra i primi a chiedere misure restrittive all’inizio del 2020, da allora la maggior parte ha cambiato posizione ed è passata a minimizzare la minaccia del virus, a volte perfino a negarne l’esistenza. Con le misure restrittive ancora in vigore, e a volte perfino più rigorose che in passato, le proteste sono aumentate e sono diventate più frequenti. Gli attivisti e i gruppi di estrema destra sono particolarmente attivi in queste mobilitazioni, ma non sono riusciti a prenderne il controllo come con le proteste contro i rifugiati nel 2015-2016.

Vista l’attenzione sproporzionata che i mezzi d’informazione e la politica hanno dedicato a questa minoranza rumorosa, la pandemia è diventata il tema centrale delle campagne populiste dell’estrema destra. Tuttavia, l’ampio consenso su politiche migratorie più severe e la loro opposizione alle restrizioni statali gli impediscono di mobilitarsi seriamente sui loro due princìpi chiave, nativismo e autoritarismo. Poiché è molto probabile che il 2022 alimenterà la frustrazione e l’insofferenza legate alla pandemia e alle misure restrittive, si può presumere che l’estrema destra cercherà di mettere in secondo piano il filone “no-vax”, ma senza riuscire a raccogliere consensi più ampi sul tema della lotta all’immigrazione.

La pandemia non ha cambiato il mondo

Nel 2021 parecchi articoli sensazionalistici hanno presentato il covid-19 come un evento rivoluzionario, che avrebbe cambiato per sempre l’ordine mondiale, se non il mondo stesso. Tuttavia, a quasi due anni dall’inizio della pandemia, il “mondo 2.0” sembra molto simile al “mondo 1.0”, almeno per quanto riguarda la politica. Non solo sono emersi pochi partiti nuovi o coalizioni inedite, ma la maggior parte dei governi resta dominata da formazioni già esistenti prima della pandemia e di tutte le altre crisi del ventunesimo secolo. E anche se si parla un po’ di più del ruolo dello stato, non c’è stato nessun “grande reset” (come il World economic forum ha definito una sua proposta per ricostruire l’economia dopo il covid-19). Questo non significa rifiutare la possibilità teorica di un “mondo nuovo post pandemico”. Ma per il momento si tratta solo di speculazioni, senza prove di cambiamenti decisivi negli atteggiamenti, nelle politiche o nell’esito delle elezioni.

Al contrario, sembra esserci un gruppo sempre più nutrito di persone che si è lasciato alle spalle la pandemia, o che non vede l’ora di dimenticarla. E questo indebolirà ulteriormente l’efficacia delle politiche dei governi. La questione principale sul breve e medio periodo è capire se la pandemia avrà ancora conseguenze economiche significative e, cosa ancora più importante, come risponderanno i governi nazionali e l’Unione europea. Per adesso sono pochi i leader politici che hanno chiesto misure di austerità, ma la situazione potrebbe cambiare nel futuro prossimo. Tuttavia, dato che anche la grande crisi del 2008 ebbe effetti piuttosto modesti sulla politica europea (per lo più un rilancio temporaneo dei partiti populisti e un indebolimento strutturale del centrosinistra), non è detto che le ripercussioni economiche della pandemia trasformeranno in modo profondo il continente.

L’Unione europea: dalla Brexit alla democrazia illiberale

Dopo il 2016 la Brexit ha dominato a lungo le preoccupazioni dell’Unione europea. Anche se il processo sembrava essersi concluso con l’accordo commerciale e di cooperazione tra Ue e Regno Unito del dicembre 2020, i recenti problemi sul transito delle merci tra Irlanda del Nord e Gran Bretagna hanno riportato il tema nell’agenda politica. Ma ormai Bruxelles sembra aver capito che la vera minaccia alla sua esistenza arriva da est. L’offensiva contro la democrazia liberale in Ungheria e in Polonia ha finalmente portato a provvedimenti concreti, dall’espulsione de facto dal Partito popolare europeo (Ppe) del partito Fidesz del premier ungherese Viktor Orbán (anche se, tecnicamente, è stato Orbán a ritirare Fidesz dal Ppe a marzo) fino alla più recente decisione di bloccare decine di miliardi di euro di fondi destinati a Budapest e Varsavia. Inoltre, i nuovi governi di Germania e Paesi Bassi hanno incluso nei loro programmi un riferimento esplicito all’importanza del rispetto dello stato di diritto nei paesi dell’Unione.

Anche se i partiti illiberali non hanno perso troppo terreno nel 2021, due importanti politici di quell’area hanno lasciato la ribalta. Nella Repubblica Ceca, a ottobre Andrej Babiš, sempre più in difficoltà e quindi su posizioni sempre più radicali, ha perso le elezioni e la guida del paese. In Austria, l’ex enfant prodige Sebastian Kurz si è dimesso dalla carica di cancelliere e, in un secondo momento, ha annunciato il suo ritiro dalla politica, mentre si accumulavano le indagini a suo carico per corruzione. Nel 2022 potrebbero cadere altri populisti. In questo senso saranno molto importanti le elezioni in Francia, Ungheria e Slovenia.

Gran parte dell’attenzione sarà di nuovo monopolizzata dalla Francia, dove lo scenario più probabile è un altro ballottaggio tra l’attuale presidente della repubblica Emmanuel Macron e la leader della destra radicale Marine Le Pen. Potrebbe esserci una nuova vittoria di Macron, anche se con un margine minore rispetto al 2017. Tuttavia, l’ascesa del nuovo candidato di estrema destra Eric Zemmour al primo turno indebolirà necessariamente Marine Le Pen, che potrebbe anche finire esclusa al ballottaggio visto il recente successo nei sondaggi di Valérie Pécresse, leader e candidata del partito di centrodestra Les Républicains. E se è improbabile che in Europa il 2022 porti al potere un nuovo populista di destra – a meno di elezioni anticipate in Italia – due leader illiberali attualmente in carica dovranno affrontare la sfida delle urne. In Slovenia Janez Janša, una specie di Orbán in miniatura, potrebbe seguire la stessa traiettoria di Babiš ed essere estromesso dal potere da una coalizione ampia ma determinata. In Ungheria, invece, Orbán ha di fronte un’opposizione finalmente unita e pronta a mobilitarsi, con tutte le carte in regola per vincere. Molto dipenderà da quanto “libere e corrette” saranno le elezioni.

Se questi due leader saranno spodestati, l’ultimo governo illiberale nell’Unione europea resterà quello polacco, guidato dal partito Diritto e giustizia. E a proteggerlo con il diritto di veto non ci sarà più nessuno nel Consiglio europeo. Con la fine dell’era della “grande pacificatrice” Angela Merkel, e con un asse franco-tedesco apertamente ostile alle democrazie illiberali, il 2022 potrebbe essere un anno fatale per l’illiberalismo in Europa.

(Traduzione di Davide Musso)

In collaborazione con Voxeurop.

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