13 maggio 2015 12:50
Roma, dopo lo sgombero di Scup, il 7 maggio 2015. (Andrea Ronchini, Demotix/Corbis/Contrasto)

E così qualche giorno fa a Roma hanno sgomberato Scup. Ossia un palazzo in via Nola, tra San Giovanni e Pigneto, che era stato occupato tre anni fa e riqualificato, fino a diventare uno spazio multifunzionale (cucina, biblioteca, palestra popolare, cinema, ludoteca, anche luogo di incontro per l’associazionismo). A dire la verità, Scup non è stato solo sgomberato: sono arrivate le ruspe alle 6 del mattino e hanno distrutto quello che c’era, raso al suolo le mura.

Nonostante la violenza dell’azione di sgombero, c’è da dire che per molti versi non è stata una sorpresa. Sono almeno un paio d’anni che la questione degli spazi pubblici a Roma viene considerata un mero problema di ordine pubblico. Per esempio, a febbraio scorso le ordinanze e i sigilli erano toccati al Rialto, e nel 2014 all’Angelo Mai, al Valle, al cinema America. Certo, ognuno di questi spazi ha una storia a sé (in alcuni casi ci sono delle trattative in corso, in altri il posto è stato riassegnato), ma che ci sia una tendenza a considerare la questione solo dal punto di vista dell’ordine pubblico è chiaro anche dalla notizia di un altro sgombero, quello di un insediamento di migranti, tra cui vari rifugiati eritrei, a Ponte Mammolo.

A essere costante è anche l’imbarazzo dell’amministrazione comunale, o almeno di parte di essa. Ogni volta il vicesindaco Luigi Nieri (Sel) rilascia sconfortate dichiarazioni del tipo: “Non voglio entrare nel merito delle decisioni della magistratura, ma queste realtà vanno difese”. Il che lo fa sembrare più un simpatizzante o addirittura un attivista che un uomo di governo. E lascia capire, quanto meno, che questa ondata di sgomberi sia l’espressione di una tensione tra poteri, in cui la giunta comunale di Ignazio Marino o è connivente o è imbelle.

Gli occupanti di Scup, mentre le ruspe ancora erano in azione, hanno trovato un altro luogo abbandonato, un vecchio deposito molto malmesso in via della Stazione Tuscolana, e da una settimana sono all’opera per ricostruire, con molta fatica, l’esperienza di Scup. Tre giorni fa sono stato a un’assemblea molto partecipata (duecento persone) in cui ci si chiedeva come riorganizzarsi, controllare che non ci siano strutture pericolanti, rimuovere i calcinacci, eliminare la polvere, programmare attività.

Quando si ha a che fare con le occupazioni ci si accorge che mostrano sia un’esigenza sia una proposta e che le amministrazioni non sono in grado di capire.

In un’intervista che feci qualche mese fa all’assessora alla cultura Giovanna Marinelli a proposito della disastrosa – non per colpa sua – situazione dei teatri a Roma (sì, agli sgomberi vanno aggiunte le chiusure del Palladium e dell’Eliseo, per dire, il taglio dei fondi al festival RomaEuropa, il collasso di molti piccoli teatri), lei distingueva giustamente le diverse situazioni e poi difendeva una politica capace di far interagire il pubblico e il privato, a seconda dei casi (“Il teatro del Lido a Ostia l’abbiamo pensato con una gestione diversa da quella del Quarticciolo”).

Ma su una questione sembrava impreparata: l’idea che la gestione del teatro Valle si potesse trasformare in una fondazione dei beni comuni, ossia in quel progetto politico-amministrativo che era nato e cresciuto nei tre anni di occupazione del teatro. “Mi sembrano immaturi”, disse, e più che un’affermazione ingenerosa e liquidatoria, mi parve riflettere un pregiudizio culturale e un deficit politico.

Quello che non viene riconosciuto da amministratori pur abili come Marinelli è che né il pubblico né il privato intercettano alcuni bisogni della città sempre più pressanti, né riescono a valorizzare una vitalità artistica e immaginativa.

Parliamo ancora di teatri. Non c’è bisogno di ricordare come dal Rialto, per esempio, o dal Valle, o dal Kollatino Underground, siano venute fuori tra le compagnie più interessanti della scena romana degli ultimi dieci anni, e come di fatto uno spazio occupato come il Nuovo Cinema Palazzo sia uno dei pochi posti dove poter vedere spettacoli interessanti oggi.

La polizia davanti a Scup dopo lo sgombero, il 7 maggio 2015. (Patrizia Cortellessa, Demotix/Corbis/Contrasto)

E che se è vero che per fortuna ci sono direttori capaci di gestire spazi pubblici (Antonio Calbi al Teatro di Roma) o spazi privati (Fabio Morgan al Teatro dell’Orologio), la maggior parte dei teatri a Roma è in mano a dei locatari, a gente che affitta la sala e guadagna in questo modo, senza nessuna progettualità artistica, spesso senza nemmeno sensibilità teatrale: cercando di far cassa sull’economia dell’offerta, invece di provare a far crescere la domanda.

Per questo negli ultimi anni, gli attori, i registi, gli scenografi, i tecnici hanno cominciato a occupare. Non in nome di una libertà artistica, come poteva essere nelle cantine degli anni settanta, ma semplicemente per poter fare teatro, per incontrare un pubblico. Con una concezione delle politiche culturali che, anche nei casi in cui è spontanea, mostra un che di rivoluzionario.

Questa rivoluzione è quella descritta in un libro importante uscito qualche settimana fa per Derive Approdi, Del comune, o della rivoluzione nel XX secolo di Pierre Dardot e Christian Laval: ed è la sfida di rivendicare un diritto d’uso che vada a sostituire il diritto di proprietà.

Facciamo un esempio: il processo costituente avviato durante l’occupazione del Valle – la scrittura dello statuto della fondazione – andava proprio in questa direzione. Tentare di fare tesoro del fatto che decine di migliaia di persone sono entrate nel teatro non solo per vedere gli spettacoli, ma per partecipare ad assemblee, per tenere puliti gli spazi, per dare e ricevere formazione, per progettare spettacoli.

Quello che non è stato compreso in quel caso è che gli occupanti, e anche i semplici utenti, non erano semplicemente contro la privatizzazione o per il recupero del teatro alla gestione pubblica, ma ambivano a governare direttamente quel luogo. In nome del fatto che lo “usavano” (il che vuol dire anche lo custodivano, lo volevano trasformare, l’avevano imparato a vivere veramente come loro), volevano ripensare delle regole che fossero adatte al reale uso che le persone richiedevano. Biglietti accessibili, per esempio, aperture lunghe, gestione partecipata, ampliamento delle funzioni.

I critici delle esperienze di occupazione, che sia quella del Valle o quella di Scup, le stigmatizzano accusandole di essere delle privatizzazioni di fatto, che operano nell’illegalità. Questi critici non notano che queste esperienze incarnano delle forme di cittadinanza molto matura, studiata e presa a modello da studiosi dei beni comuni come Elinor Ostrom, che Dardot e Laval citano spesso per sottolineare soprattutto “le pratiche del comune”, piuttosto che i beni comuni. Non si tratta di appropriarsi di qualcosa, ma di renderlo utilizzabile, e vivo.

All’interno della società esistono delle modalità collettive di accordarsi e di creare regole di cooperazione non riconducibili al mercato e allo stato. E questo può essere empiricamente dimostrato in quei numerosi casi in cui dei gruppi hanno fatto a meno della coercizione statale o della proprietà privata.

Il punto è questo: che fare della qualità dell’organizzazione espressa dalle occupazioni? E delle relazioni che si creano? Le buttiamo? Le riduciamo a un problema di ordine pubblico?

Ecco che anche senza studiarsi Dardot e Laval, per leggere quello che accade a Roma basta l’evidenza. Chiunque può riconoscere che viviamo in una città asfittica, provinciale, governata come si può o da una gestione pubblica che ha sempre meno fondi o da società private che erodono pezzi sempre più significanti di amministrazione (come ben racconta per esempio Tomaso Montanari nel suo ultimo Privati del patrimonio). O ancora: una città perduta tra le retoriche dell’indignazione (quelle incarnate da siti tipo romafaschifo, prese in giro da Zerocalcare domenica scorsa su Repubblica e criticate da dinamopress) e un’invasione commerciale che sta trasformando in pochi anni una presunta e potenziale metropoli in una fiera.

In un giorno qualunque, andate a farvi un giro in una qualunque delle periferie vecchie e nuove – Ponte Mammolo, Casalotti, Spinaceto, Palmarola – per vedere come sono luoghi che vivono solo del riflesso di quello che non possono essere, senza nessun progetto se non quello di una sempre più evanescente “riqualificazione”.

Oppure, andate a farvi una passeggiata nel centro storico: la “grande bellezza” è solo una proiezione, che si dissolve nel fumo di decine di nuovi negozi di patatine olandesi o delle costose apericene di sedicenti wine bar. Non esiste uno spazio in cui non si debba pagare per entrare: e quest’economia quasi mai produce relazioni, cultura, e alla fin fine sicurezza (cos’altro è la cosiddetta movida con le risse di Campo de’ Fiori se non un rituale riot del consumo?). Così il tentativo meritorio di Andrea Valeri, l’assessore alla cultura del primo municipio, di censire per poi riassegnare gli spazi abbandonati del centro, ha incontrato di fatto solo ostacoli.

Roma – e non è un caso isolato – è una città logora, che viene abusata invece di essere usata. Il mancato decoro è l’evidente riflesso di una città non vissuta dai suoi stessi abitanti. Le casse comunali si riempiono grazie alle licenze commerciali e alle multe di chi cerca di accedere agli spazi comuni senza riuscirci: varchi elettronici e strisce blu finiscono per diventare il dispositivo di un’amministrazione classista della città.

Quarant’anni fa un assessore alla cultura, Renato Nicolini, portava alla luce, con l’estate romana e la politica dell’effimero, l’ambizione di far sentire i cittadini parte di un vissuto comune.

E per questo è ovvio che se quest’idea di città non parte da un desiderio di appartenenza, ma di consumo, non si potrà mai pensare di modificarne la cultura del governo, e sarà sempre una città amministrata sul filo dell’emergenza o sull’orlo del tracollo.