08 luglio 2016 14:36

Ieri tra i commenti su Facebook al pezzo di Igiaba Scego sull’assassinio razzista di Fermo se ne potevano leggere alcuni tipo questi:

Peccato che è stato il nero ad attaccare, mentre l’italiano si è difeso. In una colluttazione del genere, poi, non sai mai come va a finire.

Senza contare che, se fossimo davvero così razzisti, ne avremmo già uccisi molti altri e facendo le ronde, come si fa in Svezia.

Ma tutte queste manfrine per i dieci italiani torturati a Dacca perche’ non conoscevano il Corano non le ho viste su questo giornale

Molto obiettivo un’articolo scritto da una italo-somala che collabora con il Manifesto…

Ma quale razzismo ???? È stata legittima difesa da un’aggressione da parte dell’italiano

Vergognoso questo articolo. Torna a casa tua se scrivi puttanate del genere

Profondo razzismo italiano? Sara un negro che l’ha scritto…

Ci sono neri come kabobo che uccidono i passanti a picconate e neri onesti. Pero’ tornassero in Negronia non ne sentiremmo la mancanza.

Venite qua a Pisa a portare un gruppo di turisti, e poi diventerete razzisti pure voi!

Quello che sorprende, forse non solo me, in questi casi è la mancanza di pudore a esprimere posizioni francamente razziste o fasciste. Era successa una cosa simile una settimana fa in diretta a Radiotre. L’aveva raccontata bene Nicola Lagioia sul suo account Facebook:

Stamattina a Radio3 è accaduto qualcosa di (non solo per me) abbastanza impressionante. Tra Prima Pagina, Pagina3 e Tutta la città ne parla, che giustamente ha dedicato all’argomento la puntata.
Durante Prima Pagina, il giornalista Gigi Riva commentava la notizia del recupero dei 700 corpi di chi è morto in mare nel corso del più grave naufragio mai registratosi nel Mediterraneo (quello della nave Ivory, inabissatasi nel canale di Sicilia il 18 aprile del 2015).
Dal recupero, il riconoscimento, e dunque la sepoltura.
Ebbene, mentre Riva parlava, son cominciati ad arrivare (via sms, mail, whatsapp, telefono) decine, forse centinaia di messaggi di ascoltatori indignati. Indignati perché il recupero dei morti ha un costo.
E quindi? ‘Lasciateli lì, il mare è una sepoltura sufficiente. Con tutti i problemi che abbiamo!’ dicevano i più moderati.
‘Basta con questi lacrimevoli sentimentalismi da politicamente corretto. Lasciateli in mare!’
E poi, evangelicamente: ‘lasciate che i morti seppelliscano i morti’.
O ancora: ‘per identificare le salme senza documenti prenderemo il dna a tutta l’Africa?’
Ovviamente a tirare in ballo i fondamenti della nostra civiltà (da Antigone al corpo di Ettore) si viene accusati (oltre che di sentimentalismo politicamente corretto) di intellettualismo. Ora. Su cosa diamine pensate mai che si fondino le civiltà, i sistemi politici, l’etica, le religioni, e la storia stessa del mondo, se non su princìpi, tradizioni, elaborazioni di pensiero, rivelazioni, idee di mondo? Senza le quali saremmo solo una landa screpolata che vive e muore sotto il sole in balia dello stato di natura.

Anche qui la ricerca di razionalità che Lagioia o Pietro Del Soldà, conduttore di Tutta la città ne parla, provavano nel reagire a quest’ondata di fascismo esibito (qui c’è il podcast di Tutta la città ne parla) era un tutt’uno con la sorpresa, se non lo sgomento: da dove viene questa ferocia? Perché ci si può così spudoratamente confessare insensibili, cattivi, razzisti, inumani?

In Who are all these Trump supporters?, un lungo e bellissimo articolo uscito qualche giorno fa sul New Yorker lo scrittore George Saunders ha provato a raccontare un sentimento molto simile, quello che propala dalle convention degli elettori di Donald Trump.

Da dove viene tutta questa rabbia? È virale, e Trump è il tifone Mary. Intellettualmente ed emotivamente indebolita da anni di discorso pubblico costantemente degradato, siamo ora due paesi ideologicamente divisi, Sinistronia e Destronia, che parlano due lingue differenti, con un confine ben segnato tra noi. Non solo è successo che queste due sottonazioni ragionino diversamente; ma si basano su sistemi di dati che non hanno nessun punto in comune, e attingono a sistemi mitologici completamente diversi. Mettiamo che io e te abbiamo a che fare con un castello. Uno di noi ha guardato solo Monty Python e il Sacro Graal, l’altro solo Game of Thrones Quale sarà il significato di castello, per un ‘noi’ collettivo? Non abbiamo alcuna base comune da cui partire per discuterne. L’altro cavaliere mi apostrofa come un confuso ignorante, uno un po’ allo sbando. Ai vecchi tempi, un liberal e un conservatore (diciamo, ‘una colomba’ e ‘un falco’) ricavavano le loro informazioni da uno dei tre telegiornali serali, un giornale locale, e una manciata di riviste nazionali, quindi avevano un background che si fondava sulle stesse premesse basilari (anche se tali premesse erano discutibili, limitate, o fallaci). Ora ognuno di noi costruisce un universo informativo personalizzato, consapevolmente (andiamo alle fonti che confermano le nostre convinzioni esistenti e così ci lusingano) o inconsapevolmente (ci guidano gli algoritmi delle nostre app). Le informazioni che otteniamo in questo modo, preconfezionate con i loro pregiudizi e i loro miti, sono profondamente monodimensionali.

È interessante come Saunders vada a cercare le ragioni morali e cognitive prima ancora di questo disastro politico che abbiamo intorno a noi. Luca Sofri commentava sul suo blog ieri lo stesso articolo, mettendo in luce proprio l’idea della débâcle interpretativa con cui abbiamo a che fare:

La distanza dei temi, delle parole, dei confronti, delle discussioni, dai fatti e dalla realtà è un tratto che emerge continuamente (siamo in una ‘democrazia post fattuale’ è il concetto diventato mainstream in queste settimane: aliena nei suoi dibattiti alla rilevanza della realtà e dei fatti).

Se sempre più noi ci informiamo esclusivamente attraverso la rete, sempre di più ci dimentichiamo anche il filtro con cui raggiungiamo le informazioni che ci servono. Facebook o Twitter o Google ci danno l’impressione di avere costantemente il mondo davanti ai nostri occhi. Ma ciò a cui accediamo invece è un profilo totalmente personalizzato, nessun altro – nemmeno un nostro amico carissimo – avrà una timeline identica alla nostra, figuriamoci qualcuno con cui non condividiamo immaginari o idee politiche. Quello che noi conosciamo ogni giorno è un mondo di informazioni a nostro uso e consumo che in realtà è una lente molto deformata, tanto deformata da essere spesso uno specchio opaco.

Queste prospettive individuali, personalizzate, customizzate sarebbe giusto dire, portano a visioni morali anche queste molto personali e radicate che non hanno bisogno di costruirsi attraverso una dialettica con la visione opposta ma che si autoconfermano nella loro giustezza ogni momento.

Perciò risulta abbastanza impressionante e agghiacciante leggere o ascoltare i commenti razzisti lasciati senza nessuna esitazione. Gli autori di quei commenti vivono in mondi morali che non condividono quelle premesse che pensavamo scontate. Per esempio che sia un dovere essere buoni.

Educati da decenni di retorica contro il fantasma del politicamente corretto, hanno introiettato un disprezzo ormai solido contro quello strana ideologia chiamata “buonismo”.

In un pezzo del 2008, ripreso e rielaborato recentemente da Loredana Lipperini, Giovanni Maria Bellu scriveva:

‘Ogni tempo ha il suo fascismo’, diceva Primo Levi, avvertendo che i nuovi fascismi si diffondono ‘in modi sottili’. ‘Basta col buonismo’ è il nuovo manganello col quale si menano i richiami alle norme costituzionali e anche all’umana pietà. È, in fondo, la sostituzione del ‘me ne frego’ (dichiarazione che almeno richiamava la propria responsabilità personale) col ‘perché non te ne freghi, babbeo?’. È il nuovo olio di ricino dello squadrismo mediatico shakerato con un po’ di analfabetismo civile.
È il momento – prima che l’accusa di ‘buonismo’ si estenda a chi conduce gli interrogatori senza applicare gli elettrodi ai testicoli del teste – di ricondurre l’aggettivo all’originario ambito definito dallo Zingarelli e rispondere per le rime a chi associa il ‘buonismo’ alla semplice rivendicazione dei diritti fondamentali.
Magari ricordando come è stata ottenuta l’affermazione di quei diritti. E spiegando che, se sono ‘buonisti’ i risultati, devono essere considerati tali anche gli autori: i famosi ‘buonisti della Resistenza’. O magari tornare anche più indietro, ai ‘buonisti’ della Rivoluzione francese. O ricordare certi atti feroci compiuti per cacciare via dall’Italia chi negava quei diritti. Per esempio, a Roma, nel 1944, da Rosario Bentivegna e Carla Capponi, i noti ‘buonisti’ di via Rasella. In definitiva – per usare un linguaggio che certamente ai ‘non buonisti’ risulterà più chiaro del ‘culturame’ costituzionalista – cominciare sempre a ricordare, ogni volta che se ne ha occasione, che anche i ‘buonisti’, a volte, nel loro piccolo, si incazzano.

L’idea sbagliata che sta dietro al concetto di “buonismo” applicato nella politica è che la bontà nel consesso civile sia un ingenuo surplus, un atto di generosità, uno slancio emotivo. Non è così. La bontà in una società è un dovere. Fa parte di un patto sociale, è sancito negli articoli della costituzione il dovere di essere antifascisti: garantire cioè quei diritti fondamentali per la convivenza, essere accoglienti, rispettare l’altro essere umano sopra ogni cosa. Il compito di ciascuno di noi, soprattutto di chi ha un ruolo educativo – che sia un genitore, un insegnante, un politico, un giornalista – è ricordare quel dovere.

Per questo era urticante ieri leggere i giornali e non trovare esplicitamente la parola razzista o fascista negli articoli sul pestaggio omicida di Fermo, sostituiti da termini che invogliavano a letture ancora più fuorvianti e ambigue, come ultrà (qui una bella intervista di qualche anno fa a Valerio Marchi che spiega in maniera cristallina la questione dei nuovi fascismi e del tifo in Europa).

Il difficile compito che si riserva sempre di più a chi, in un modo o nell’altro, può intervenire nel dibattito pubblico, non è dare voce a un caleidoscopio di opinioni, che riflettono quella frammentazione individualizzata di visioni del mondo, ma di rendere visibili e robuste le premesse del dibattito stesso.

Circa un mese fa, Donald Trump nella sua brutale campagna elettorale ha attaccato pesantemente il giudice Gonzalo Curiel, che ha reso noti i documenti di una class action per truffa contro l’ex università di Trump. Trump l’ha insultato definendolo “un messicano”, etichettandolo in modo spregiativo attraverso una caratteristica etnica.

Durante un’intervista poco successiva con la Cnn, il giornalista Jake Tapper gli ha contestato quest’affermazione razzista. Trump ha cercato di eludere la questione otto volte (attaccando per esempio Clinton o vantando i suoi buoni affari in Messico), ma Jake Tapper per otto volte ha continuato a incalzarlo chiedendogli conto del suo giudizio: “Curiel è americano”. “È di origine messicana”, “Questo cosa ha a che fare con il suo lavoro? Sta evocando una ragione razziale per giudicare il suo lavoro?”.

È davvero istruttivo vedere come Trump si arrenda alla fine e ammetta sottovoce il suo razzismo, e lo faccia non solo di fronte all’insistenza del giornalista, ma alla ineluttabilità di una premessa che non può essere messa in discussione.

Pensavamo che fosse passato il tempo in cui dover insegnare a essere buoni. Ma evidentemente siamo solo all’inizio di questa lunga età dell’infanzia.