L’assessora alle politiche sociali del comune di Roma Laura Baldassarre (a sinistra) incontra gli occupanti dell’ex scuola don Calabria di via Cardinal Capranica a Primavalle, 15 luglio 2019. (Alessandro Serranò, Agf)

Lo sgombero di Primavalle fotografa il vuoto della politica

L’assessora alle politiche sociali del comune di Roma Laura Baldassarre (a sinistra) incontra gli occupanti dell’ex scuola don Calabria di via Cardinal Capranica a Primavalle, 15 luglio 2019. (Alessandro Serranò, Agf)
17 luglio 2019 13:07

Lo sgombero dell’occupazione di via Cardinal Capranica nel quartiere di Primavalle, a Roma, era annunciato. Da diversi mesi il ministro dell’interno Matteo Salvini aveva indicato l’ex scuola media don Calabria – occupazione abitativa dalla fine degli anni novanta – come il primo degli obiettivi di una stagione di sgomberi. Gli occupanti si erano preparati a resistere, sperando se non in una soluzione, almeno in un rinvio o in una trattativa; molti attivisti si erano dati appuntamento per le prime ore della notte tra il 14 e il 15 luglio.

In realtà alle 23.30 del 14 luglio l’entrata di via Cardinal Capranica su piazza Sacconi era già presidiata da circa un’ora da alcune camionette della polizia, così come tutte le altre vie d’accesso allo stabile occupato. Nessuno poteva avvicinarsi a più di duecento metri; poliziotti con le torce già perlustravano i prati e i giardini dei lotti vicini. Un dirigente della polizia mi ha intimato di mettermi dietro al cordone delle forze dell’ordine che si stava allestendo su un lato di piazza Sacconi, altrimenti mi avrebbe fermato o denunciato, perché quella era zona rossa.

C’era anche Paolo Di Vetta, storico militante delle lotte per la casa romane, ex Action, attualmente in Blocchi precari metropolitani. Fino alle quattro di mattina siamo rimasti lì, in un rialzo di pochi metri quadri sotto a un cartello stradale in mezzo alla piazza. Nel frattempo, la presenza della polizia diventava sempre più massiccia; mentre su via Pietro Bembo si assembravano i manifestanti a sostegno dell’occupazione.

La situazione era paradossale, tesa, a tratti sinistramente comica. Alle cinque di mattina sono arrivati i dirigenti della Digos, con il direttore di quella romana Giampietro Lionetti che da lì in poi è stato l’uomo che ha coordinato le forze dell’ordine in piazza. Alle sei finalmente si è vista l’assessora al sociale del comune di Roma, Laura Baldassarre. La quantità di uomini e mezzi delle forze dell’ordine a quell’ora rispecchiava in maniera plastica l’idea di zona rossa ribadita nelle dichiarazioni a voce dalla polizia; io non vedevo tanti blindati così concentrati da Genova 2001.

Soluzioni confuse
Gli attivisti al di dà del cordone erano poche centinaia: inoffensivi – c’erano diverse persone in sedia a rotelle –, stanchissimi dopo la notte in bianco, motivati quasi solo dalla volontà di resistenza. Tra di loro c’erano pochi esponenti politici: tre consiglieri regionali, Marta Bonafoni , Paolo Ciani e Alessandro Capriccioli, e Amedeo Ciaccheri, presidente dell’ottavo municipio; più tardi il parlamentare e consigliere comunale Stefano Fassina. A tutti loro non è stato permesso nemmeno di scavalcare il cordone, così come a nessun giornalista.

L’arrivo di Laura Baldassarre – quasi l’unica civile nell’area militarizzata – è stato salutato da tutti con fiducia e benevolenza. Significava che una trattativa era possibile, lasciava supporre che ci fossero delle soluzioni. Si è sparsa la voce che fosse proprio così; ma quando le famiglie – una alla volta – sono entrate nel camper della sala operativa sociale del comune, è accaduto lo strappo che poi ha determinato lo sgombero.

La prefettura preme per chiudere la questione, anche se non c’è nessuna urgenza

Le soluzioni proposte da Baldassarre sono sembrate insufficienti e molto poco chiare per gli occupanti. La proposta che era stata offerta pochi minuti prima è stata percepita come un bluff. Così dalle 8 circa il clima si è fatto ancora più teso. La maggior parte dei poliziotti si era già preparata per la carica; un dirigente ha impartito l’ordine di tenere i lampeggianti di tutti i blindati accesi – cosa ovviamente inutile con la luce del sole, e per un tempo così prolungato ma che dava al teatro dello sgombero imminente una scenografia certamente d’impatto.

E qui si approda al momento più paradossale e drammatico. Per circa un’altra mezz’ora infatti la trattativa va avanti. Baldassarre rimane in disparte, tra gli occupanti, non c’è ovviamente una chiara rappresentanza, e la tensione della lunga notte d’assedio insieme alla mancanza di chiarezza nell’interlocuzione ha appesantito gli animi. A un certo punto l’assessora ripete freneticamente che “i tempi sono contingentati” e chiede stizzita di convincere in pochi minuti gli occupanti a uscire e accettare le soluzioni proposte: “Sono le migliori possibili, non ce ne sono altre”.

Le occupazioni a Roma

Lo sgombero, fanno capire, è programmato di lì a massimo mezz’ora. Lionetti insiste che si è trattato oltre l’immaginabile – in realtà poco più di un’ora – e che loro hanno ordine di entrare nello stabile. Baldassarre non vuole entrare dentro a spiegare alle madri che glielo chiedono quali siano le soluzioni abitative; e sembra sia impossibile portare una delegazione a visitare i luoghi, ci vorrebbe un’ora che tutti dicono – chissà perché – non c’è; ricordiamoci che perfino i blindati sono lì dalla notte. Baldassarre propone non di mostrare le case vere e proprie, ma le immagini delle case su Google; un paio di coppie accettano. È un’umiliazione, e un estremo tentativo inutile.

Da parte della prefettura si preme per entrare e chiudere la questione, anche senza che ci sia nessun pretesto di urgenza. I poliziotti si mettono in assetto per caricare. Gli elicotteri volano più bassi, i blindati e gli idranti cominciano a scendere per la via d’accesso. Tutti sono allontanati dalla scena. Fassina, che è parlamentare, riesce a restare. Comincia lo sgombero. Un’operazione di polizia di portata così vasta viene decisa così.

Quattro riflessioni
Questi i fatti. Ora qualche considerazione.

  1. La prima riguarda il racconto della giornata, il diritto e la libertà di informazione. Quel poco che abbiamo potuto vedere e sapere è stato possibile grazie ai video e alle foto dei pochissimi giornalisti che si erano preventivamente infilati tra gli occupanti il pomeriggio precedente. Cosa straniante era invece la presenza sempre più consistente di video e fotografie della polizia. Angela Gennaro di Open ha scritto ieri sul suo account Facebook:

Volevo poi costituirmi e ricordare a Carlo Verna e all’Ordine dei giornalisti che, se alcune/i di noi non fossero riuscite/i ad arrivare fin dentro, lo sgombero di Primavalle sarebbe stato raccontato solo dalle immagini e dalle veline di forze dell’ordine, Viminale e Campidoglio. Perché la stampa, secondo le forze dell’ordine, non poteva e non doveva entrare.

  1. Dov’erano i rappresentanti politici? La sindaca, il governatore della regione che è anche il segretario del Partito democratico, i parlamentari (a parte Fassina), dov’erano gli esponenti dei sindacati? È possibile che un quartiere popolare di Roma possa essere militarizzato per quasi 24 ore, inaccessibile a chiunque, per sgomberare un gruppo di nemmeno duecento persone disarmate, tra cui alcune malate e anziane, e di cui quasi la metà minori, alcuni dei quali molto piccoli?

  2. La plateale mancanza della rappresentanza politica fa sì che lo spettacolo dello sgombero occupi tutta la scena. Tweet e post di Matteo Salvini sono arrivati pochi secondi dopo l’avvio dello sgombero, a dimostrazione che era già pronto un racconto preconfezionato con centri sociali, stranieri e violenti a cui addossare la responsabilità dello sgombero.

La sindaca Virginia Raggi è intervenuta solo il pomeriggio del giorno dopo, postando su Facebook l’immagine di una famiglia fotografata contro la propria volontà – ero lì, e gliel’ho chiesto – per raccontare il lieto fine di una storia di emergenza che emergenza non era affatto: l’occupazione di via Cardinal Capranica andava avanti da quasi vent’anni, era ormai integrata nel quartiere. Se le soluzioni c’erano, viene da chiedersi perché ridursi a comunicarle solo con un’ora di anticipo sull’azione delle forze dell’ordine, e così male.

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Il Movimento 5 stelle sembra non rendersi conto – o non dare conto – di essere parte, se non complice, della narrazione salviniana di tolleranza zero, che da mesi è il programma elettorale della Lega su Roma. I percorsi che dovrebbero garantire l’autonomia – come scrive Raggi – è già tanto se durano sei mesi, come si è visto negli sgomberi precedenti (da piazza Indipendenza in poi), e poi la maggior parte delle persone torna in strada o cerca ospitalità in altre occupazioni. Anche Nicola Zingaretti, dopo due giorni, non si è ancora fatto vivo. Non era lì e non ha rilasciato nessuna dichiarazione. Che conclusioni trarne?

  1. Questo vuoto di politica, fatto di mancanza di responsabilità, esibizione muscolare, silenzio – è amaro ammetterlo – non si può certo immaginare di riempirlo con qualche testimonianza di umanità. La foto scattata da Cecilia Fabiano – quella del ragazzino che porta con sé i libri sotto gli occhi dei poliziotti – è diventata davvero l’unica risposta che siamo capaci di dare? Com’era successo a Torre Maura, con il sedicenne Simone che sbottava “Non me sta bene che no”; o con Ivano a Rocca di Papa che urlava “Sta rottura de cojoni dei fascisti”; o con la foto del poliziotto con il bambino a Lampedusa. La politica, la difesa della democrazia, è davvero ridotta solo a una frase o a una foto che speriamo diventi virale?

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