27 dicembre 2020 11:03

La serie internazionale dell’anno comincia su una spiaggia a Ostia; ma non ci sono i colori lividi di Suburra, non si parla di criminalità, i personaggi non sono anime dolenti ridotte a burattini di una città feroce che finisce per divorare tutto e tutti. Si apre con una coppia che si sta salutando e forse lasciando: lei si chiama Arabella, è afroinglese, ha meno di trent’anni, è una blogger diventata scrittrice che deve tornare in fretta a Londra per consegnare entro poche ore almeno una bozza del suo nuovo romanzo che gli agenti e gli editori aspettano da troppo tempo.

È incerta e triste; qualche mese prima in una vacanza si è presa una bella cotta per Biagio, un simpatico piccolo spacciatore di Ostia, e ora è tornata a trovarlo, anche se lui crea e si fa molte meno illusioni di Arabella. Sta nascendo o sta finendo una storia d’amore a distanza? Questa è la domanda che ci si pone cominciando a guardare I may destroy you, scritta, diretta e interpretata da Michaela Coel per Bbc e Hbo; per il New York Times è una delle venti serie migliori dell’anno. Probabilmente I may destroy you è proprio la migliore dell’anno o almeno quella più capace di toccare molti temi che hanno attraversato il dibattito pubblico degli ultimi anni offrendo soluzioni narrative innovative.

Alla fine del primo episodio la tensione da serie hipster (l’amore complicato, il lavoro complicato) è travolta da quello che accade a Arabella. A notte fonda, dopo aver provato a spremersi le meningi per riempire i fogli bianchi, esce a bere con degli amici, e viene stuprata.

Ambiguità crescente
Il tono, il senso della narrazione, tutto cambia. Gli altri undici episodi sono prima di tutto una indagine di Arabella per capire chi e come l’abbia violentata. I suoi ricordi non solo solo confusi: la sua memoria è come cancellata grazie a qualche sostanza che le è stata versata nel bicchiere senza che lei se ne accorgesse. Alla violenza dello stupro si è aggiunta la violenza dell’essere stata drogata: una ha sostenuto l’altra. Oltre al corpo è stata violata la sua memoria.

Ma questo cambio radicale di registro non è l’unico. Anzi, in ogni puntata lo sforzo chiesto allo spettatore, la sua suspension of disbelief, deve mutare perché i personaggi compiono atti o svelano cose tali da modificare sensibilmente la loro credibilità morale, la loro reputazione, la loro identità pubblica. Michaela Coel costruisce i suoi personaggi – che sono essenzialmente un anonimo gruppo di amici trentenni che cercano di sbarcare il lunario in una Londra che diventa il sinonimo di città contemporanea – con un tasso di ambiguità crescente senza che questo stravolga la loro ordinarietà e quindi la rappresentatività. All’inizio la loro goffaggine vezzosa, la loro simpatia invadente è bonaria, se non ingenua: una puntata dopo l’altra ci rendiamo conto di come sia molto difficile distinguere nelle caratteristiche di ognuno gli aspetti funzionali da quelli disfunzionali.

In questo senso lo stupro in I may destroy you non è tanto l’oggetto del racconto quanto la lente con cui raccontare le relazioni sentimentali, sessuali, amicali, politiche, professionali. Tutti i personaggi sono perfettamente integrati nella società ma tutti vivono qualche livello di disintegrazione: dipendenti da alcol, sostanze, soldi, fama da Instagram, sesso da app… E tutti fanno e ricevono violenza, tutti creano e vivono traumi, la cui elaborazione ha – e in questo sta il genio di Coel – uno svolgimento narrativo che può durare giorni, mesi o anni. Il bullismo al liceo, lo scherzo molesto, lo stalking, il revenge porn, la gogna social, il ghosting, lo sputtanamento in pubblico, la nostra vita è fatta di questo: traumi superficiali e sotterranei, che riemergono e si inabissano di continuo.


Ma c’è un nodo centrale, che Coel prova a mostrare: chiunque di noi può facilmente immedesimarsi nella vittima, ma difficilmente si dichiarerebbe un tossico o un violento, tanto meno una persona immorale. Questo perché la violenza endemica, organica se non naturale, che fa parte della vita urbana contemporanea come la conosciamo, spesso è invisibile. Chi fa del male non se rende conto perché le nostre vite sono troppo frammentate, e per ragionare sulla morale occorre invece tenere conto dello sviluppo narrativo, ossia della possibilità che abbiamo di cambiare.

Londra, la città per eccellenza, dove i movimenti delle persone sono regolati da app – per il cibo, per muoversi, per scopare – assiste impassibile alle vicende dei personaggi: I may destroy you mette in scena la vita urbana. Senza esercitare la violenza, senza essere disposti a subirla, non è semplicemente possibile avere una vita sociale. L’unico personaggio che non fa parte del mucchio è il coinquilino di Arabella, che non ha di fatto amici e che passa le giornate a curare le sue piante.

I may destroy you offre una panoramica incredibile sui dilemmi morali e giuridici contemporanei

Prendere coscienza di questa violenza endemica – che è soprattutto violenza sessuale, violenza di genere, violenza nei rapporti: fisica, emotiva, simbolica – è un lungo processo di elaborazione, che non sempre avviene e che passa per diverse forme di rimozione, coazione a ripetere, indecisione, confusione, falsa agnizione.

In un contesto in cui i nostri vissuti sono così schiacciati da fasi di alterazione permanente e dalle aspettative che noi e gli altri proiettiamo su noi stessi, la lucidità è un tesoro che difficilmente riusciamo a raggiungere.

I may destroy you offre una panoramica incredibile sui dilemmi morali e giuridici della contemporaneità. Un caso paradigmatico lo troviamo nell’episodio in cui Arabella fa sesso con un ragazzo che durante il rapporto si sfila il preservativo senza avvertirla. Quando se ne rende conto, Arabella non gli dà peso, e insieme i due escono di casa la mattina presto per comprare la pillola del giorno dopo. È in un secondo momento che lei realizza di aver subìto una violenza che ha perfino un nome, stealthing, e in alcuni paesi è considerata un reato.

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Ma anche su questo genere di temi complessi Michaela Coel mostra la sua straordinaria capacità di usare una narrazione plurale, un montaggio intrecciato, uno stile tra documentario e immaginifico, per evitare manicheismi, racconti a tesi, definitive separazioni tra vittime e carnefici: le denunce non bastano, i capri espiatori riprendono la parola, ai carnefici viene data una seconda possibilità. Questo non in nome di una mielosa indistinzione tra bene e male, ma proprio per la fede che possiamo avere nel potere trasformativo della narrazione, nel riconoscerci come identità narrative, come storie.

I may destroy you viene dopo il movimento del #MeToo e il rinculo della cosiddetta cancel culture, ma riesce a tenere insieme queste due dimensioni del dibattito che spesso troviamo irrimediabilmente separate se non ostili: le mobilitazioni femministe e i processi pubblici. Lo fa partendo da una prospettiva intersezionale – è anche una rapida sintesi di come questa sia penetrata nella coscienza di una generazione – e mostrando come stiamo vivendo un’epoca piena di grandi possibilità. Essere insieme femministə e artistə può produrre una vitale alleanza: quella per cui non è il privato a essere pubblico ma il personale a essere politico.