La sede di HubSpot a Cambridge, nel Massachusetts, il 27 ottobre 2014.

Il latinorum delle startup

La sede di HubSpot a Cambridge, nel Massachusetts, il 27 ottobre 2014.
20 aprile 2016 18:46

Quando Dan Lyons perde il suo lavoro di editor della tecnologia a Newsweek ha 51 anni. È uno dei tanti giornalisti che, in tempi di crisi della carta stampata, si trovano a doversi reinventare. Lyons aveva vissuto, come reporter, la prima bolla di internet e ora si ritrova, senza lavoro, sull’orlo di una nuova bolla, quella delle startup tecnologiche. In modo abbastanza cinico si dice: perché non saltare a bordo di una di queste piccole aziende, magari come blogger o “fornitore di contenuti”, aspettare la quotazione in borsa e andarmene con un po’ di soldi? In fondo, negli anni, lo ha visto fare a tanta altra gente. L’importante è agire in fretta, prima che la seconda bolla scoppi.

Quando finalmente lo assumono in una startup dell’area di Boston, HubSpot, una giovane azienda che produce software per il marketing, si rende conto che la vita lì è meno facile di quanto si aspettasse. In Disrupted, my misadventure in the start-up bubble, il suo memoir, appena pubblicato negli Stati Uniti da Hachette, Lyons descrive un viaggio in un mondo lavorativo allucinante. Con piglio satirico (era già noto per una parodia online di Steve Jobs e per essere uno degli autori della serie tv Silicon Valley), descrive un’azienda che sembra un incrocio tra un campo scuola e una setta.

Gli ambienti sono ampi e tutti arancioni (il colore del logo di HubSpot), ci sono poltrone a sacco ovunque e i dipendenti, tutti tra i venti e i trent’anni, se ne stanno seduti lì con i loro laptop, spesso vestiti con T-shirt di Hubspot e cappellini arancioni. Sembrano tifosi di una squadra sportiva più che impiegati. Nella mensa c’è la candy wall, una parete con ogni tipo di snack, dolcetto e caramellina, lì in bella vista e gratis per tutti. E poi palestre, massaggiatori e amache per i pisolini pomeridiani. Insomma, il paradiso. Se non fosse per il lavoro.

Dan Lyons è praticamente invisibile per i colleghi, che lo vedono come una balena spiaggiata

Lyons capisce in fretta che il prodotto commercializzato da HubSpot – un software per mandare spam ai clienti della propria piccola-media azienda – è piuttosto mediocre e che il vero carburante che spinge l’impresa verso l’agognata quotazione in borsa è l’hype, il rumore mediatico di fondo che la fa conoscere all’esterno come startup ideale, giovane, dinamica e piena di buoni valori. HubSpot è una sgargiante confezione quasi vuota.

Come comanda il vangelo di Steve Jobs, anche HubSpot fonda la sua filosofia aziendale su una non meglio delineata “rivoluzione”: chi lavora lì è un genio, una rockstar. Il lavoro quotidiano è organizzato in modo molto casuale: le giornate consistono in una riunione dietro l’altra (tutte fissate sul momento tramite un Google calendar condiviso) e in raffiche di feedback entusiastici via email o via chat interna. È tutto SUPER!, la squadra è FANTASTICA!!!, i colleghi sono ROCKSTAR!!! Tutto maiuscolo e con tanti punti esclamativi.

I giovani dipendenti sono quasi tutti privi di esperienze precedenti, sono pagati poco e vengono sostituiti molto in fretta e senza una ragione apparente. Nel linguaggio di HubSpot, chi viene licenziato “si diploma”, per mantenere viva quell’idea di eterna gita scolastica. Il “diploma” è il prezzo che si paga per lavorare in questo parco dei divertimenti che, con la sua parete di dolcetti e snack, sembra sempre più la casetta di marzapane della strega di Hansel e Gretel.

Il lavoro sporco di HubSpot, vendere il software alle piccole aziende, viene fatto con mezzi che di rivoluzionario hanno ben poco: un call center interno che, nel modo più tradizionale e low-tech possibile, tempesta di telefonate i potenziali clienti. Perché è lì che HubSpot ingrassa i propri incassi e crea, pur senza profitti reali, l’idea di crescita che piace ai suoi investitori.

Il cinquantunenne Lyons si aggira come un fantasma in questo mondo: è praticamente invisibile per i colleghi che lo vedono come una balena spiaggiata e fa una fatica enorme a inserirsi. Quando, all’ennesima riunione, vede comparire un grande orso di peluche che dovrebbe simulare la presenza del cliente, capisce che c’è davvero qualcosa che non va.

La stanza Van Winkle negli uffici di HubSpot, il 21 gennaio 2014. Lo spazio è stato pensato per permettere ai dipendenti di riposare durante le ore di lavoro.

Il libro di Lyons tocca diversi punti dolenti della cultura delle startup che è raro vedere riassunti così nitidamente tutti insieme. E lo fa con l’arma che forse questa cultura ultrapositiva del lavoro teme di più: l’ironia. Anche crudele e anche rivolta verso se stessi. Lyons parte dal fatto che quella della Silicon valley è una mentalità prettamente maschile, bianca ed eterosessuale, una mentalità giovanilistica in cui un certo larvato sessismo e un certo linguaggio da caserma (o da fraternity universitaria, come scrive) sono in qualche modo tollerati. È un ambiente in cui il pensiero individuale viene scoraggiato. Il pensiero, come in una setta, deve essere unico e non disfattista: TUTTO DEVE ESSERE WOW! FANTASTICO!!!

La corsa alla quotazione in borsa fa in modo che queste aziende diventino dipendenti dal marketing, che assorbe qualunque tipo di energia creativa e finanziaria: lo sviluppo del prodotto passa in secondo piano rispetto alla creazione di rumore mediatico, di chiacchiera social, di copertura giornalistica. I giovani che hanno il loro primo impiego in aziende come HubSpot più che rockstar sono stelline da talent show: vengono coccolati ma anche sfruttati, sottopagati e, di fatto, triturati in un meccanismo che non gli porterà nulla di spendibile in una professione futura.

Dan Lyons parte per la tangente e si addentra anche in altri territori. Che tipo di mondo possono creare, alla lunga, i servizi nati da una cultura aziendale di questo tipo? Lo riassume con un adagio della Silicon valley: “La gente che usa i servizi online non è utente ma è prodotto”. Attacca la cosiddetta sharing economy, altro fiore all’occhiello della cultura delle startup tech. Scrive: “Uber e servizi simili stanno creando una nuova forma di schiavitù in cui dei semimpiegati sono pagati pochissimo e ricevono zero garanzie”. E, soprattutto, hanno zero diritti. Tutto, e sempre, spacciando ogni novità come una rivoluzione che cambierà il mondo. “Queste persone il mondo lo migliorano sicuramente”, conclude amaramente, “ma il loro”.

La formazione continua è sacrosanta, ma restare alunno fino a cinquant’anni è un’altra cosa

Chiunque abbia letto qualcosa di Jaron Lanier o di Evgenij Morozov troverà che non c’è molto di nuovo sotto il sole. Il dibattito su certi argomenti è già molto articolato. Il merito del libro di Lyons è quello di farci riflettere su un modo di raccontare e di raccontarsi l’innovazione che sta diventando comune, anche in Italia.

È la lingua franca di molti giornalisti, uffici stampa e aziende. Una lingua affabulatoria, consolatoria e misticheggiante. Un gergo iniziatico in cui si parla di “sogni”, di “intuizioni geniali” di “illuminazioni”; in cui gli investitori sono “angeli” e chi adotta una nuova tecnologia diventa un “evangelist”. Un gergo goffamente anglocentrico, sempre più comicamente vicino al latinorum di don Abbondio, che dilaga come un virus in convention aziendali che sembrano caricature del Ted e in eventi pubblici in cui si confonde il confine tra marketing e contenuti.

A una generazione sfiancata dall’assenza di prospettive si continua a vendere il mito dell’essere imprenditori di se stessi, dell’inventarsi il lavoro, del grande EUREKA!, tutto ben lubrificato da quello che Morozov ha chiamato “soluzionismo” o “internetcentrismo”. Le speranze di farcela, di diventare una ROCKSTAR dell’innovazione sono dunque affidate a un guazzabuglio di self-branding, di infiniti panel di discussione sotto l’ombra di qualche benevolo logo aziendale e da una miriade di corsi, master e stage che producono ricchezza per tutti tranne che per chi li frequenta. E fanno sentire il giovane lavoratore eternamente a scuola. La formazione continua è sacrosanta, ma restare alunno fino a cinquant’anni è un’altra cosa.

Dobbiamo cambiare il linguaggio che usiamo per parlare di tecnologia

Per ora l’unico obiettivo raggiunto è stato quello di aver fatto introiettare a una generazione l’idea che i diritti dei lavoratori siano una cosa vecchia. Ovvio, la colpa non è solo di questo ecosistema di idee, ma senz’altro un certo linguaggio consolatorio e soluzionista ha aiutato molta gente (giovane e meno giovane) a marciare gioiosamente verso la rinuncia a qualunque diritto e a qualunque riscatto.

L’innovazione non è un sogno, non è una magia e non è un miracolo. L’innovazione è un prodotto della società in cui viviamo, in cui ci formiamo e in cui lavoriamo. Per riprendercela, forse, dobbiamo partire proprio dal linguaggio che usiamo per parlarne.

HubSpot, naturalmente, ha fatto di tutto perché il libro di Dan Lyons non uscisse. Ha anche espressamente chiesto all’autore che nel titolo non comparisse la parola “bolla”. Due dirigenti hanno perso il posto dopo aver cercato di entrare nella casella email dell’autore. Su LinkedIn Dharmesh Shah, uno dei fondatori dell’azienda, cerca di rispondere, punto per punto, al libro di Dan Lyons.

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