09 aprile 2017 12:30

È passato quasi un anno dalla morte di Prince e il 1 aprile ne sono passati trenta dall’uscita del suo album Sign o’ the times, da molti considerato il suo capolavoro.

Finché il musicista di Minneapolis è rimasto in vita, ha rovesciato sul pubblico un fiume di materiale in maniera capricciosa e disordinata. Spesso era difficile capire cosa avesse in testa, soprattutto dagli anni novanta in poi. Tra liti con le case discografiche, contratti miliardari, cambi di nome e di band, la musica di Prince si è trasformata in un farraginoso labirinto, in cui i capolavori si mescolavano al materiale meno ispirato o decisamente scadente.

Ora che è morto, questo fiume di musica si è fermato. Le acque si sono calmate ed è arrivato il momento di riascoltare con calma tutto. C’è ancora la grande quantità di materiale inedito che a partire da quest’estate comincerà a inondare il mercato (è prevista per giugno una ristampa di Purple rain con due dischi di inediti e due dvd live) ma queste operazioni non riguardano più Prince.

Ora che la sua discografia ha un inizio e una fine (39 album, oltre a una grande quantità di progetti paralleli) è il momento di dare a Sign o’ the times lo spazio che merita. Uscito il 1 aprile del 1987 come un doppio album, è una pietra angolare della storia di Prince, una summa della sua visione e una specie di profezia di quello che sarebbe accaduto dopo. Sign o’ the times è uno spartiacque e segna con decisione un “prima” e un “dopo”. Non solo nella sua carriera, ma nella musica afroamericana in generale.


Una nuova direzione
“In Francia un uomo molto magro è morto di una grande malattia con un piccolo nome”. Quando il 18 febbraio del 1987 arrivò nelle radio Sign o’ the times, il nuovo singolo di Prince, i fan capirono che qualcosa era cambiato. Un arrangiamento asciutto e minimale (tutto costruito con un sintetizzatore Fairlight), una chitarra elettrica blues e un cantato sommesso in cui si parla di aids, violenza metropolitana, povertà e droga. Una canzone quasi disperata, che sul finale si chiude a riccio dal politico al privato: “Sbrighiamoci, sposiamoci, facciamo un figlio: lo chiameremo Nate se è maschio”.

La copertina del singolo mostrava una donna dal corpo androgino, ambrato e muscoloso, con un grande cuore nero che le copriva il viso. In molti hanno pensato che fosse lo stesso Prince travestito, ma in realtà si trattava della ballerina Cat Glover, che avrebbe avuto molto spazio negli show tra il 1987 e il 1988. Sul disco si leggeva la scritta in blu “Prince, sign o’ the times”, con la o sostituita da un simbolo della pace tra virgolette. Per la prima volta dal 1981 compariva solo il nome dell’artista senza quello della sua storica band, i Revolution. Li aveva sciolti, licenziati da un giorno all’altro, ma nessuno lo sapeva e l’unico indizio era il suo nome da solo su quel misterioso disco.

Sul lato b c’era La, la, la, he, he, heee, un pezzo funk dal testo demenziale che contrastava con la drammaticità della facciata a, infarcito di doppi sensi, sorretto da un basso martellante, ossessivo e pieno di miagolii, guaiti e versacci. La cantante scozzese Sheena Easton compariva come coautrice. Il suono era quello ruvido, acido e metallico del Black album, un disco che l’artista fece uscire per una settimana nel 1988 per poi ritirarlo dal mercato, pentito.

Per due mesi, Prince non si fece più né vedere né sentire. Il pubblico s’interrogò sulla sua nuova direzione senza i Revolution, con in mano solo due nuovi pezzi che non potevano essere più diversi, una foto di una persona che poteva essere lui come non esserlo e un videoclip in cui comparivano solo le parole della canzone scritte in carattere Times. Il video di Sign o’ the times, realizzato da Bill Konersman, è stato il primo lyric video della storia della videomusica.

Senza pubblicità, il doppio album Sign o’ the times arrivò nei negozi europei il 1 aprile del 1987. Il mistero sulla nuova direzione era ribadito dalla copertina, che mostrava un palcoscenico disordinato, pieno di strumenti e di oggetti. Sfocata, in primissimo piano, compariva metà faccia di Prince, con un paio di occhiali da vista e una sciarpa di seta color pesca. Ovviamente nessuna traccia dei Revolution.

La musica contenuta nei due dischi era di una varietà impressionante. Prince era famoso per la sua capacità di suonare praticamente tutto e di cambiare stile, forma e colore della sua musica con grande facilità. Ma l’ascolto di Sign o’ the times fu un’esperienza ricchissima. Lo è ancora oggi. La prima canzone, la già nota Sign o’ the times, fa da prologo. Tutti i brani che seguono, fino allo straripante e delirante doo-wop di Adore, sono un frammento della personalità musicale e teatrale del musicista di Minneapolis.

Nonostante la varietà di stili, c’è un’architettura molto solida che lega i pezzi uno all’altro. Ognuna delle quattro facciate sembra avere una sua logica interna, un’alternanza tra temi, generi e stati d’animo che crea una specie di filo conduttore narrativo. Si parte dalla disperazione del prologo, si prosegue con il sesso e la danza, si passa a uno stato d’animo più introspettivo per poi esplodere in una sorta di estasi finale in cui sesso, religione e musica si fondono tra di loro.

Adore, il brano che chiude l’album, con i suoi cori sovrapposti e stratificati, parte come una classica canzone d’amore anni cinquanta per crescere come una cattedrale gotica, spingendosi sempre di più verso l’alto aggiungendo infiorettature, virtuosismi e volute. La canzone finisce proprio quando sembra che stia per crollare sotto il peso degli elementi che Prince continua ad aggiungere.

Anche i pezzi più pop di Sign o’ the times hanno delle botole nascoste che ti portano da tutt’altra parte, come in Alice nel paese delle meraviglie

Tra James Brown e Joni Mitchell
Il critico Michelangelo Matos, nella sua monografia su Sign o’ the times, ha scritto che “è stato l’ultimo grande album r&b prima che l’hip hop diventasse la forma dominante della musica pop dell’America nera”. È senz’altro vero, ma è vero anche che il Prince di Sign o’ the times è cosciente dell’esistenza dell’hip hop: è un genere di cui non coglie ancora la rilevanza ma lo si sente nell’aria. Housequake è un omaggio a James Brown ma tiene conto dell’hip hop. La sua base ritmica è fatta di [break](https://en.wikipedia.org/wiki/Break_(music) e Prince, di fatto, rappa la parte vocale. La sezione fiati ricorda James Brown, ma il funk che c’è sotto, quel quake, quel terremoto che fa tremare, fa già pensare ai party hip hop. Forse l’intento di Prince era parodistico: la voce è accelerata in modo da sembrare più stridula, tanto che nelle note il pezzo è attribuito a Camille, il suo alter ego femminile più sporco e funky, eppure Housequake è in tutto e per tutto un esperimento hip hop.

Di sperimentazioni ce ne sono tante, in Sign o’ the times, e un’intera generazione di artisti afroamericani ha assorbito un po’ di quello spirito. Il padre fondatore della techno di Detroit, Carl Craig, durante una lezione alla Redbull Music Academy di Tokyo nel 2014 ha ricordato di essersi spaccato la testa sulla programmazione della drum machine di The ballad of Dorothy Parker, uno dei pezzi più surreali e originali di Sign o’ the times. La canzone sembra scritta da Joni Mitchell, con la sua linea vocale inafferrabile e frastagliata, ma a colpire Carl Craig è stato il tappeto ritmico di drum machine che la sostiene, con un uso della batteria elettronica e del basso che anticipava in qualche modo la jungle. Craig ha poi capito che Prince si era divertito a usare dei campionamenti per poi montarli al contrario.

Anche i pezzi più pop e tradizionali di Sign o’ the times hanno delle botole nascoste che ti portano da tutt’altra parte, come in Alice nel paese delle meraviglie. Insieme a When U were mine, Manic monday (che Prince regalò alla Bangles) e Raspberry beret, I could never take the place of your man è una perfetta canzone pop, di quelle che il chitarrista di Minneapolis riusciva a scrivere con sorprendente facilità. Eppure anche in un pezzo così palesemente pop Prince confonde le carte. Quando la canzone si lancia nel suo ultimo ritornello e sembra vicina alla fine, la rallenta all’improvviso e la dilata.

Quando ci si aspetta la dissolvenza, si apre una lunga sezione strumentale che ha vagamente il sapore del Miles Davis psichedelico di Bitches brew. Prince usa questo nuovo spazio, questa stanza che ha creato nella struttura della sua canzone più pop, per lanciarsi in un assolo di chitarra di grande virtuosismo, finito il quale la canzone torna al suo ritmo e al suo ritornello originale per poi finire com’era cominciata.

Momenti di grazia
Prince sperimentava con la musica ma anche con le parole e con la voce. If I was your girlfriend è una canzone d’amore gender fluid che solo lui avrebbe potuto scrivere. Su una linea vocale purissima, che avrebbe fatto la gioia di un Michael Jackson prepuberale, Prince vive la una sua fantasia di cambio di sesso. Non gli basta più essere un buon amante, non gli basta più essere solo un maschio. Vorrebbe amare la sua donna in più modi, come un’amica, come una confidente, vorrebbe lavarle i capelli, aiutarla a scegliere i vestiti, piangere con lei al cinema, fare tutte quelle cose che le donne fanno solo tra di loro. Nessun altro artista aveva esplorato questi temi con altrettanta onestà, lucidità e profondità.

Sign o’ the times, nel suo complesso, è il lavoro più simmetrico ed equilibrato mai realizzato dal musicista di Minneapolis. È stato concepito in un momento di grazia, al crocevia di tanti altri progetti che aveva cominciato e poi lasciato a metà. Doveva esserci un album chiamato Dream factory, più orchestrale e con elementi di vaudeville; un progetto chiamato Roadhouse garden; un album di Camille, il suo alter ego femminile; un triplo album chiamato Crystal ball. Ma poi alla fine Prince ha azzerato il rumore di fondo, ha sciolto la sua vecchia band ed è uscito con questa raccolta di canzoni che lo fotografa al massimo della sua abilità di autore, arrangiatore e cantante.


Una bolla nel tempo
La chitarrista Wendy Melvoin e la tastierista Lisa Coleman, storiche componenti dei Revolution, intervistate da Matt Thorne per la sua imponente biografia hanno dichiarato che lui aveva già in testa tutto. “Ci faceva lavorare su singoli pezzi che lui metteva su delle musicassette che si riascoltava in macchina”, ha raccontato Wendy. “A queste cassette dava i titoli più strani”. Il suo manager di allora, Alan Leeds, è ancora più specifico: “Ammassava una gran quantità di materiale, era un processo di evoluzione attraverso l’accumulo. Solo dopo decideva come sistemare quelle canzoni: Crystal ball e Roadhouse garden erano semplicemente dei nomi che dava a una sequenza di nuovi pezzi per vedere come funzionavano insieme”.

Pur avendo sciolto la sua band e licenziato Wendy e Lisa, che pure avevano avuto un ruolo fondamentale in molti pezzi di Sign o’ the times (Strange relationship era nata da un pezzo scritto da loro con sitar e percussioni), Prince inserì nell’album l’ultima testimonianza dei Revolution in concerto. It’s gonna be a beautiful night era nata da una jam session, da un’improvvisazione durante un soundcheck allo Zenith di Parigi nel 1986 e suona come uno strano ringraziamento alla band che lo aveva accompagnato nella fase propulsiva della sua carriera, da 1999 a Parade, attraverso il successo planetario di Purple rain.

A trent’anni di distanza, possiamo dirlo con certezza: Sign o’ the times non era un segno dei suoi tempi. Era una bolla nel tempo: un grande teatro in cui Prince ha messo in scena anzitutto se stesso. L’album riflette il suo immenso talento e la sua onnivora fame di musica, le sue evoluzioni e le sue trasformazioni. Il miracolo del disco si trova nell’equilibrio delle sue infinite, minuscole parti e nella libertà con cui Prince ha vissuto la musica. È questa l’eredità più grande che ha lasciato alle generazioni di artisti venuti dopo di lui.