19 ottobre 2020 13:34

La Joni Mitchell degli anni ottanta non è mai stata amata. Giornalisti musicali e fan erano rimasti affezionati a capolavori come Blue o Hejira e in quegli anni turbolenti se li stringevano addosso come la coperta di Linus. Per questo la generazione che aveva trenta o quarant’anni nel 1985 ha accolto con imbarazzo un album di pop elettronico e sperimentale come Dog eat dog. Perché tutti quei sintetizzatori? Perché quei testi spigolosi e arrabbiati? Soprattutto che fine ha fatto la chitarra acustica? Per la maggior parte di loro Joni Mitchell doveva essere ancora, e per sempre, la musa hippy di Woodstock e nessuno era disposto a vederla trasformarsi in un incrocio tra la Laurie Anderson di Big science e il Neil Young sintetico di Trans.

Per coprodurre Dog eat dog, Mitchell si è rivolta al pioniere dei sintetizzatori e dei campionamenti Thomas Dolby che, pur non andando d’accordo con lei in studio, cercava di seguirla nel suo approccio impressionista alla composizione. Nella sua divertentissima autobiografia The speed of sound Dolby scrive: “Joni faceva musica come se stesse spargendo colore su una tela. In studio mi chiedeva cose come una lama di luce qui, una profonda palude di violoncelli o una griglia appuntita di synth sotto un fluorescente tramonto corale”.

Forse è proprio a causa della dinamica non sempre facile tra Joni Mitchell, il suo marito bassista Larry Klein e Thomas Dolby che Dog eat dog è un album così spiazzante. Eppure riascoltato oggi è un lavoro di straordinaria complessità, sia dal punto di vista sonoro sia da quello poetico. E, per inciso, è uno degli album in cui la voce di Joni Mitchell è più bella e cristallina che mai. Le dieci canzoni che compongono Dog eat dog oggi, nel 2020, suonano come delle affilate, beffarde profezie. Il singolo Shiny toys (che fu per altro remixato da uno dei padri fondatori della house music, François Kevorkian) elenca una serie di tic degli anni ottanta che oggi sono ormai delle metastasi: l’ottimizzazione del tempo, la mania per la celebrità, gli status symbol, tutti quei giocattoloni costosi che ci danno l’impressione di appartenere a qualcosa. L’America reaganiana descritta in Tax free è stretta parente dell’America di Trump, tra evangelisti televisivi isterici e governanti bugiardi. Perfino un distributore automatico di sigarette che non funziona (Smokin’ - Empty, try another), con il suono del suo meccanismo ossessivamente campionato da Thomas Dolby, diventa una metafora degli anni della gratificazione istantanea.

È vero, Joni Mitchell non era allineata con gli anni ottanta: si sentiva tagliata fuori da una realtà fasulla e spietata, da un’America sempre più bigotta e ignorante, eppure con Dog eat dog ha dimostrato di avere tutti i mezzi critici ed espressivi per osservare e raccontare quel periodo dall’interno. “Erano anni di materialismo e di brutale avidità”, ha scritto in occasione della ristampa dei suoi bistrattati album di quel periodo. “E tutti giravano vestiti di nero. Per cosa erano in lutto?”.

Joni Mitchell
Dog eat dog
Geffen, 1985