09 marzo 2021 12:23

L’electroclash è stata la più rimossa e vituperata tra le mode musicali d’inizio millennio. Nato come reazione alla sclerotizzazione della musica techno, l’electroclash voleva ridare glamour, colore e divertimento alla scena dance. E per farlo si rivolgeva con fiducia indietro, a quel decennio di eccessi che erano stati gli anni ottanta. Synth pop, electro e house delle origini venivano sezionati e trasformati in una miniera inesauribile di loop, di beat e di look da riassemblare all’infinito. L’electroclash è stato puro manierismo: sia nel suono che saccheggiava gli anni ottanta sia nell’estetica che richiamava la grande stagione del clubbing di quel decennio: capelli enormi, fiumi di glitter, spacchi vertiginosi e borchie, elastici, accessori di plastica trasparente e zip dappertutto. Era davvero “transatlantico” perché riusciva a essere in parti uguali decadenza newyorchese di metà anni ottanta e decadenza berlinese di fine anni novanta. I club kids dell’electroclash erano sexy, sfacciati e già un po’ ammaccati a inizio serata, avevano strani accenti tedeschi o est europei ed erano tendenzialmente gender fluid senza troppe preoccupazioni di tipo politico o identitario. Erano i pifferai magici di una breve stagione di party sfrenati, sesso, droga e synthpop. Tutto questo mentre venivano giù le torri gemelle.

L’autentico suono dell’electroclash sopravvive in un paio di compilation e nella colonna sonora dello sfortunato film Party monster con Macaulay Culkin (e Marilyn Manson). Il critico musicale Simon Reynolds notava, sul finire degli anni zero, che l’electroclash aveva avuto vita brevissima ma aveva inoculato una sorta di veleno nella musica pop del decennio: una fissazione, malsana e spesso caricaturale, per gli anni ottanta. La Lady Gaga delle origini è figlia di quell’estetica e di quelle serate in cui valeva tutto basta che fosse annegato nel glitter.


L’electroclash non ha lasciato ai posteri grandi album, forse una manciata di singoli per i nostalgici. C’è una sola eccezione: Kittenz and Thee Glitz del dj e produttore statunitense Felix da Housecat che sopravvive perché è electroclash nella confezione e nell’estetica, ma profondamente house e funk nell’anima. Felix gioca con i synth degli anni ottanta ma il suo faro è il Prince di Controversy e non solo i più ovvi (e bianchi) Giorgio Moroder e Human League. Kittenz è, nonostante le sue arie europee, un album molto nero e molto funk. Nel 2001 usciva anche Discovery, il celebratissimo album dei Daft Punk. Kitten and Thee Glitz, riascoltato oggi, è la sua b-side più nera, più trasgressiva e con il mascara che cola.

Silver screen shower scene è stato il primo singolo tratto dall’album ed è ancora un classico. Chiunque fosse uscito la sera tra il 2001 e il 2002, al Plastic di Milano come al Metaverso di Roma, non può non ricordare quel basso che faceva tremare le pareti e quella voce robotica, da hostess della Air France sotto metadone, che declamava:

Sweet seduction in a magazine
Endless pleasure in a limousine
(Dolce seduzione su una rivista
Piacere senza fine in una limousine)

In Madame Hollywood la voce di Miss Kittin, che sembra leggere con scarsa convinzione da un gobbo, mette in scena l’ossessione di quegli anni per la celebrità: “Immagina la mia faccia sulle riviste, la gente che analizza come mi vesto, la mia chirurgia…”. Tutta la grafica di Kittenz and Thee Glitz ricorda la fascinazione di quegli anni per le foto paparazzate e per le riviste di gossip: la copertina è impaginata come Hello!, un noto settimanale scandalistico britannico. E tutto il disco è un concept album su quel glamour da quattro soldi che ha come rovescio della medaglia decadenza e dissoluzione. Madonna esce con una canzone molto simile a Madame Hollywood nel 2003, intitolata solo Hollywood senza Madame. L’electroclash era già uno zombie ma la signora Ciccone aveva una gran voglia di farsi mordere da quel mostro che aveva contribuito a creare.

Felix da Housecat
Kittenz and Thee Glitz
City Rockers, 2001