23 marzo 2021 12:56

Oggi il britpop è quasi solo ricordato per la rivalità tra i Blur e gli Oasis sfruttata fino allo sfinimento dalla stampa inglese. Eppure tra il 1990 e il 1996 quella scena era molto più varia di quanto oggi pigramente ricordiamo. Non c’erano solo Blur, Oasis e Pulp: il carrozzone del britpop era affollato di altri bizzarri, più marginali innovatori. Dall’ensemble madrigalistico delle Miranda Sex Garden, che apriva i concerti dei Blur, fino agli sgangherati e psichedelici World of Twist che giravano vestiti come i signori vittoriani sulle scatole di caramelle Quality Street.

In questa folla chiassosa che si contendeva l’attenzione dei settimanali musicali spiccava un ragazzo nero di nome David McAlmont. Magrissimo e orgogliosamente femmineo nelle movenze, sembrava un incrocio tra un glam rocker e un artista ragamuffin, e quando apriva la bocca cantava come un angelo. La voce di McAlmont era, ed è tutt’ora, incredibile: tre ottave di estensione e un falsetto duttile e naturale capace delle acrobazie vocali più ardite. In una scena pop in cui si cantava così così, David McAlmont era un virtuoso e in una bolla culturale prevalentemente etero e bianca, aveva il coraggio di presentarsi come un afrodiscendente (parte nigeriano, parte della Guyana) apertamente queer. Non è una cosa ovvia oggi e lo era ancora meno all’inizio degli anni novanta.

Quando nel 1994 esce il suo album di debutto, McAlmont, la stampa rimane affascinata, ma non sa come catalogarlo: è nero e canta da dio, quindi fa soul o jazz. Eppure il suo suono è chitarroso, trascinante e decisamente in linea con il britpop. Rispetto agli Suede, che in quegli stessi anni giocavano con l’ambiguità sessuale essenzialmente riproponendo alla stampa le dichiarazioni di David Bowie dei primi anni settanta, David McAlmont si presentava direttamente con boa di struzzo giallo canarino e tailleur pantalone di raso sintetico.

McAlmont è un album sorprendente sia per la qualità delle canzoni, tutte potenziali singoli, sia per la siderale qualità vocale, ed è uno dei pochi album britannici di quel periodo a essere migliorato con il tempo. Nel 1995 David McAlmont, quasi ignorato dal pubblico al suo debutto, si toglie la soddisfazione di piazzare, insieme al chitarrista degli Suede Bernard Butler, un singolo nella classifica britannica. Poco dopo si toglie una soddisfazione ancora più grande: cantare in modo indimenticabile Diamonds are forever di Shirley Bassey coperto di piume bianche e di gioielli sbrilluccicanti. Le mezze pinte di lager, le felpe Adidas dei Blur e i parka degli Oasis non sono mai sembrate cose più lontane; eppure del britpop tendiamo a ricordare e a raccontarci solo quello.

David McAlmont
McAlmont
Hut, 1994

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