30 novembre 2021 16:23

Ci sono tanti album che sono usciti, hanno avuto un successo medio, magari un singolo in classifica o una hit radiofonica e poi sono stati dimenticati. Pochi oggi ricordano Foundation, album di debutto del 1989 del trio house di Chicago Ten City, eppure non solo ebbe il suo successo ma, anche una volta dimenticato e rimosso dai cataloghi e dalle playlist radiofoniche, ha continuato silenziosamente a influenzare il suono di almeno due generazioni di musicisti, dj e ascoltatori. Foundation ha, letteralmente, fondato un genere: quella che chiamiamo molto genericamente vocal house o deep house.

I Ten City (che letto velocemente suona come intensity, intensità) sono un trio formato dal cantante Byron Stingily (un gigante alto oltre un metro e novanta dotato di un’estensione vocale impressionante), dal chitarrista Herb Lawson e dal tastierista Byron Burke. Sì, in una band di tre persone ci sono ben due Byron.
Nei Ten City c’è anche un quarto componente nascosto ed è il produttore Marshall Jefferson, uno dei padri fondatori della house di Chicago.

Il 1989 è un anno di grandi cambiamenti per la musica afroamericana: è l’anno in cui l’hip hop esplode nel mainstream. Album come 3 Feet high and rising dei De La Soul, Raw like sushi di Neneh Cherry (che per altro era una produzione europea), All hail the queen di Queen Latifah e Walking with a panther di LL Cool J non solo hanno un enorme successo ma tracimano dalle playlist delle radio afroamericane per arrivare alle orecchie dei teenager bianchi. È nel 1989 che comincia quell’inevitabile processo per cui l’hip hop diventa il tessuto connettivo di tutta la musica pop, bianca o nera, dei tre decenni a venire. Il 1989 è un anno in cui i generi cominciano a mescolarsi, a ibridarsi e a trasformarsi. La giovane Janet Jackson di Rhythm nation 1814 è una popstar che canta su basi di funk industriale e robotico che fino a pochi anni prima si potevano sentire solo sui dischi di gruppi rap “estremi” come Public Enemy e Nwa. Nel giro di poche settimane quel suono metallico, ruvido e aggressivo è su Mtv. Mentre il pop bianco è sempre più anemico e produce insulse boy band o starlet dalla vita brevissima, Janet, la sorella piccola di Michael Jackson, si veste da black panther e fa la rivoluzione con una manciata di videoclip. Beyoncé era ancora piccola ma prendeva appunti.


In quello stesso anno, ai margini del mainstream, i Ten City saldano tra loro hip hop, rnb e house di Chicago e usano una sensibilità gospel come collante per tenere insieme tutto. È la voce di Byron Stingily a fare la magia: il suo falsetto è morbido e potente e ricorda a volte Smokey Robinson e a volte Sylvester; accarezza l’ascoltatore e lo accompagna in un processo di elevazione che ci ricorda quanto la musica dance abbia radici nelle chiese evangeliche del sud degli Stati Uniti.

Le grandi dive della disco music, da Donna Summer a Gloria Gaynor, da Candi Staton a Sylvester (forse la diva più diva di tutte), vengono tutte dal gospel. Sanno come modulare la voce, sanno farla crescere come una marea, sanno agganciarla al groove e farla salire ad altezze rapinose. Soprattutto sanno parlare al corpo e allo spirito allo stesso tempo.

I Ten City hanno ben chiaro di provenire da quella cultura e costruiscono il loro suono deep house intorno alla voce di Byron Stingily. Il loro approccio alle canzoni è quello più classico della Motown, canzoni d’amore perfettamente congegnate che possono parlare a più livelli. Ascoltate That’s the way love is e Devotion, le due hit principali di Foundation. Sembrano canzoni dei Temptations o dei Four Tops aggiornate all’epoca delle drum machine e dei tastieroni. Il mix tra analogico e digitale, tra acustica ed elettronica, riesce a essere caldo, fluido, avvolgente: Foundation funziona tanto in un club affollato quanto a casa mentre fuori piove.

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Dopo un breve successo i Ten City sono stati dimenticati, eppure il suono di Foundation è stato un seme da cui è germogliata tanta altra musica. Poco dopo sono usciti album di vocal house come Blue notes in the basement di Ultra Naté che nel mix aggiungeva coraggiosamente anche un po’ di jazz e Paradise e Praise degli Inner City che calcavano ancora di più la mano sul gospel. Buona parte della dance anni novanta, dalla Crystal Waters di Gipsy woman (she’s homeless) a Lisa Stansfield deve molto a questo album. Ma l’eredità dei Ten City arriva ancora più lontano: è difficile immaginare album come Future nostalgia di Dua Lipa, Róisín machine di Róisín Murphy o buona parte di Honey di Robyn, senza le solide fondamenta scavate tanti anni prima da Marshall Jefferson e dai Ten City.

I Ten City si sono riuniti quest’anno, dopo 25 anni di inattività, con un nuovo album intitolato Judgement.

Ten City
Foundation
Atlantic, 1989