30 agosto 2022 15:41

I campionamenti di un pezzo dance da tempo hanno smesso di essere qualcosa di neutro, elementi puramente tecnici che un abile produttore assembla per costruire qualcosa di nuovo. Quando il 20 giugno è uscito Break my soul, il nuovo singolo di Beyoncé, è stata la scelta dei campionamenti a rendere il pezzo non solo memorabile ma anche culturalmente rilevante. Break my soul, un inno dance alla liberazione dei corpi e delle menti, si basa su due campionamenti: Explode, un pezzo bounce del 2014 del rapper genderqueer Big Freedia e Show me love di Robin S., un classico della house vocale del 1990. La scelta è tutt’altro che casuale e non è certo puramente tecnica: Beyoncé e i suoi produttori hanno voluto sottolineare una saldatura tra la house degli anni novanta, la musica della resistenza delle persone lgbt durante il picco dell’emergenza sanitaria e sociale dell’aids, e la fluidità musicale e di genere della scena lgbt più recente. Come la prima house, alla fine anni ottanta, ha fatto da ponte tra la vecchia, vituperata disco music, così identitaria per le comunità gay afroamericane e latine, ora la dance di Beyoncé vuole ricollegare la scena queer di oggi alle sue radici house.

Nel descrivere l’underground gay a cavallo tra anni ottanta e novanta la critica musicale Sasha Geffen, nel suo saggio Glitter up the dark, scrive che in un momento in cui la comunità lgbt veniva marginalizzata e sterminata da un virus apparentemente invincibile “nulla era più importante dell’eternità del momento presente… la house music offriva la visione di un’utopia gay che prometteva salvezza e accettazione in un momento storico in cui molti etero demonizzavano gli uomini omosessuali come vettori di una malattia mortale”. Break my soul è una bomba per il pubblico di oggi proprio perché si ricollega a quel momento storico, scatena ricordi in chi c’era ed energie nuove in chi non c’era ancora.

Il critico musicale Craig Seymour, nella sua recensione dell’album di Beyoncé sulla rivista gay britannica Attitude, nota che “si radica nell’insolenza orgogliosa, nella sessualità sfrenata e nella libertà dai limiti della forma canzone che erano così tipiche della musica e della cultura house” e che “Break my soul musicalmente evoca il successo dance di Robin S. ma tematicamente è molto più vicino a quell’inno alla trasformazione e alla rigenerazione che è It’s over now di Ultra Naté”. Tra tutti i recensori solo Seymour, un esperto di culture queer afroamericane, ha riconosciuto, parlando del disco di Beyoncé, l’importante ruolo che la cantante, produttrice e dj Ultra Naté ha avuto nel crossover tra house music, r’n’b e pop all’inizio degli anni novanta. A personalità come Ultra Naté e al suo meteorico successo transatlantico si deve la “vulgata” della house underground che ha contaminato tutta la musica pop dance degli anni novanta e duemila.

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Ultra Naté (è il suo vero nome) è nata nel 1968 a Havre de Grace, nel Maryland, ed è cresciuta a Baltimora, patria di spiriti antagonisti come il regista John Waters e cantata da Nina Simone come città grigia e agonizzante. Baltimora non è New York e non è neanche Chicago o Detroit, le capitali della house e della techno. Eppure ha una personalità spiccata e una vivace scena underground: Ultra Naté è ancora una bambina quando comincia a frequentare i club della città negli anni cruciali in cui house, hip hop ed electro si coagulano in una sorta di macrogenere afroamericano. E ha solo 16 anni quando comincia a comporre canzoni con un gruppo di amici che di lì a poco sarebbero diventati noti come il team di produttori Basement Boys.

A fine anni ottanta a Ultra Naté e ai Basement Boys succede qualcosa di molto bizzarro: la loro musica viene notata dalla Warner Bros britannica, che li mette sotto contratto e li fa volare a Londra per incidere un album. Perché proprio Londra, se gli Stati Uniti avevano una scena house così vivace? Perché, se negli Stati Uniti la dance era ancora un fenomeno underground, in Europa la house music aveva già fatto irruzione nelle classifiche pop: pezzi come Pump up the volume dei MARRS, Pump up the jam dei Technotronic e Theme from S-Express degli S-Express erano successi trasversali suonati non solo nei club ma anche in tutte le radio, dalla Scandinavia alla Grecia. Ultra Naté e i Basement Boys si sono così trovati catapultati dai club più marginali della periferia dell’impero nordamericano alla Londra in cui la house vocale finiva a Top of the Pops e in cui i primi rave cominciavano a scuotere l’opinione pubblica.

Blue notes in the basement, il primo album di Ultra Naté con i Basement Boys, è una pietra miliare della house vocale. Si ricollega alla dance venata di gospel dei precursori Ten City ma arricchisce ulteriormente la tavolozza con elementi di soul, disco e jazz. Blue notes in the basement è un disco da ballare nei club ma anche da ascoltare in cuffia: fin dalla intro strumentale con un assolo di sax e dal crescendo ritmico che caratterizza la sequenza dei pezzi si capisce che non è solo una raccolta di singoloni da discoteca, ma che ha ambizioni da album soul. Ed è, a tutti gli effetti, un album di soul elettronico che suona ancora modernissimo. Sand of time è un pezzo midtempo il cui un basso vellutato e pulsante fa da cuscino per la voce sicura e piena di understatement di Ultra Naté.

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Il ritmo accelera con Is it love e anche la voce di Ultra comincia a estendersi su un breakbeat sempre più sincopato che esplode con il riff di piano che apre Deeper love (Missing you) con cui si entra propriamente in territorio house. It’s over now è il pezzo più noto dell’album e, risentito oggi, con il suo beat incalzante che non soffoca un arrangiamento sofisticato in cui sentiamo tastiere, marimba e fiati, ha il sapore dei classici. Con Scandal Ultra Naté mostra finalmente i muscoli e, a metà album, scolpisce l’archetipo della house diva. Le ambizioni soul e jazz dell’album sono evidenti anche dalla grafica della copertina, che ricorda i collage astratti e le trovate grafiche del grande pioniere delle copertine dei primi long playing Alex Steinweiss.

L’idillio tra Ultra Naté e la Warner Bros britannica dura poco e l’artista deciderà di tornare negli Stati Uniti, dove continuerà a evolversi come cantante ma anche come produttrice, dj e imprenditrice. Nel 1997 metterà a segno la sua più grande hit, Free, indelebilmente legata ai Pride di fine anni novanta e primi duemila. I Basement Boys continueranno a sfornare successi crossover tra house e pop come Gipsy woman (She’s homeless) e 100% pure love di Crystal Waters. Blue notes in the basement rimane però un debutto ineguagliato per ambizione, coraggio e modernità.

Ultra Naté
Blue notes in the basement
Warner Bros., 1991

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