20 settembre 2022 16:08

Di Irene Papas, attrice e cantante greca morta a 96 anni il 14 settembre, si è giustamente scritto molto. Si è ricordato il suo lavoro con registi come Elio Petri, Costa-Gavras e Francesco Rosi; si è parlato della sua Penelope televisiva che l’ha resa, sul finire degli anni sessanta, popolarissima in Italia, e si è parlato delle sue amicizie hollywoodiane con Katharine Hepburn e Marlon Brando. Si è anche scritto della sua bellezza che ha attraversato intatta la seconda metà del novecento e l’inizio del nuovo millennio. Una bellezza antica, dicono in molti. Eppure, rivedendo oggi le foto e i film, e riascoltando la sua voce nelle interviste e nei dischi, scopriamo che la bellezza di Irene Papas era invece molto moderna. È la bellezza di una donna che ha attraversato il novecento vivendone tutte le contraddizioni e le istanze di liberazione e che ha incarnato gli ideali estetici di diverse epoche, dal glamour degli anni cinquanta al neorealismo, e che ha dato un volto all’essenza più profonda del suo paese: la Grecia.

Papas è modernissima quando, nel 1980, parla del suo lavoro di attrice e di come ha cercato, per esempio, di restituire a Cleopatra la sua figura di donna potente e intelligente e di toglierle di dosso quell’immagine ottocentesca “da segretaria un po’ coquette che cerca di conquistare il capufficio”. Ed è moderna quando, sul finire del 1970, incide la canzone ∞ (Infinity) con la band progressive rock greca Aphrodite’s Child fondata nel 1967 da Vangelis e Demis Roussos. Il pezzo fa parte di 666, un ambizioso e farraginoso concept album a tema biblico che esce nel 1972 e che vede Irene Papas improvvisare su un testo che dice: “I was, I am, I am to come” (“Io ero, io sono e io sto per venire”). Papas trasforma questo verso ispirato all’Apocalisse (“Io sono colui che è, che era e che verrà”) in un crescendo orgasmico che, tra ansimi e grida, dovrebbe, secondo Vangelis, evocare “il dolore del parto e il piacere dell’accoppiamento”.

∞ (Infinity) quando esce fa scandalo e sentita oggi impressiona ancora, soprattutto perché sembra galleggiare in una zona grigia tra Je t’aime… moi non plus di Jane Birkin e Serge Gainsbourg e le lancinanti sperimentazioni vocali di un’altra grande interprete greca: Diamanda Galás. Una curiosità: alcuni di quegli ansimi sono stati campionati, nel 1990, da Michael Cretu in Principles of lust, per il suo progetto Enigma, che mescolava in modo vagamente kitsch canti gregoriani e ambient pop.

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Dopo l’uscita di 666 gli Aphrodite’s Child si sciolgono ma Irene Papas rimane in contatto con Vangelis, che in quegli anni intraprende una carriera di sperimentatore elettronico e di compositore di colonne sonore. È il 1979 quando Papas e Vangelis si ritrovano ai Nemo Studios, uno studio di registrazione che il musicista greco si era creato nel cuore di Londra nel 1975 equipaggiato con sintetizzatori, tastiere, sequencer e drum machine di ultima generazione. Vangelis userà i Nemo Studios fino al 1987 e qui comporrà colonne sonore memorabili come quelle di Blade runner di Ridley Scott e Momenti di gloria di Hugh Hudson, con cui vincerà anche un Oscar.

Papas e Vangelis cominciano a selezionare i pezzi di Odes, un album di canzoni popolari greche sostenute da fitti arrangiamenti elettronici. Ampio spazio è dato alla magnifica voce di Irene Papas che spesso canta a cappella e, da attrice qual è, riesce a dare urgenza e respiro ai testi, tutti cantati in greco. Spesso Odes viene definito un album new age, un termine ombrello talmente largo da non significare nulla. Questa collaborazione è affascinante perché è a cavallo tra due epoche e due sensibilità diverse. Da una parte è radicata negli anni settanta, nel rock progressivo e nel folk-prog, dall’altra è un pionieristico album di musica elettronica già proiettato negli anni ottanta con un’estetica che oggi definiremmo ambient-folk o, per i più fantasiosi, folktronica.

L’album si apre con una marcia, I quaranta coraggiosi, una canzone che ricorda la guerra d’indipendenza greca contro l’impero ottomano. Quaranta valorosi si mettono in cammino verso Tripoli, nel Peloponneso, e la loro avanzata è accompagnata dalla voce tonante di Irene Papas che si alterna a un coro maschile a cinque voci. Il pezzo è accompagnato da un video in cui vediamo Papas che percorre a larghe falcate la strade affollate della Atene di oggi. L’arrangiamento di Vangelis è solenne, con percussioni da parata militare e rintocchi di campane. Il piccolo albero di arancio è invece un canto intimista, una riflessione in pochi versi sulla bellezza che sfiorisce e sull’inarrestabile ciclo delle stagioni. Con la Danza del fuoco, un brano strumentale, si entra più propriamente in ambito prog: una composizione ambiziosa divisa in vari movimenti, punteggiata da rapinosi assoli di tastiera.

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Il brano più bello arriva nella seconda facciata: anche se ascoltiamo in streaming cerchiamo di mantenere un’idea di album, visto che la sequenza dei pezzi di lavori come questo è accuratamente scelta anche in base al gesto che si fa quando si gira un lp e lo si rimette sul piatto del giradischi. Lamento è una canzone tradizionale greca, la rielaborazione di un antichissimo genere di poesia cantata, il lamento funebre, che risale ai tempi preomerici. Ascoltando Lamento tornano in mente le pagine del viaggiatore ed ellenista britannico Patrick Leigh Fermor, che nel suo libro Mani, viaggi nel Peloponneso, descrive nei dettagli il mirologion, l’ode funebre improvvisata dalle donne in lutto nel sud della Grecia. Parla del klama, il pianto di tutte le donne che poi si distilla nell’ode di una donna sola, la lamentatrice, che comincia a declamare versi improvvisati divisi in proemio, esposizione ed epilogo. La poeta si tira i capelli, si graffia il viso mentre, in stato semiestatico, descrive le imprese del defunto e lo chiama con epiteti che sembrano uscire dall’Iliade o dalle Troiane. È una tradizione che, ai tempi di Fermor, era sopravvissuta solo nel Mani, nell’estremo sud del Peloponneso, e forse, dato l’isolamento di quella regione rimasta greca anche durante l’occupazione ottomana, è il lascito folcloristico più evidente dell’antica Grecia.

Il lamento che Papas e Vangelis decidono di includere in questo disco non è l’ode per un eroe o per un uomo valoroso. È un dolore privato, il canto di addio di una madre a un bambino morto. In questo canto non ci sono eroi dal piede veloce paragonati ad aquile o a leoni, o valorosi combattenti, magari caduti in qualche faida familiare. C’è una barchetta tutta decorata che viene spinta in mare ed è lei stessa che parla, abitata dall’anima dell’infante che lascia la terra: “Non coprirmi cielo, non schiacciarmi terra perché non mi sono ancora goduto la mia gioventù… quale madre perde un figlio e non si scioglie nel dolore?”. Papas usa la voce secondo la tradizione dei canti sacri della chiesa bizantina: la sua tecnica vocale qui è molto vicina a quella di suor Marie Keyrouz, religiosa libanese maronita tra le più grandi interpreti moderne di musica liturgica orientale. Vangelis accompagna la litania con una lunga introduzione strumentale e un arrangiamento elettronico molto riverberato che ricorda certi strumenti a corda pizzicata della tradizione ellenica.

Questo album che mescola antico e moderno, folclore e tecnologia, anni settanta e anni ottanta, è forse il modo più efficace di ricordare il carisma della Irene Papas cantante. Con Vangelis la collaborazione è continuata nel 1986 con Rapsodies, un album più apertamente ispirato ai canti bizantini, ma Odes rimane il loro lavoro più interessante e sorprendente. Gli antichi greci credevano che gli dèi ogni tanto scendessero dall’Olimpo e si mescolassero, non visti, ai mortali. Rivedendo il video dei Quaranta coraggiosi non possiamo fare a meno di pensare che Irene Papas cammini ancora in mezzo a noi, col suo svolazzante vestito giallo, nelle strade convulse e trafficate di Atene in cui basta alzare lo sguardo per sentirsi sovrastati dall’ombra dell’Acropoli.

Irene Papas
Odes
Polydor, 1979

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