Il secolo asiatico è un’invenzione

19 febbraio 2010 12:32

Mi vergogno a dirlo: seminascosti in un angolo della mia libreria ci sono una decina di libri, tra le centinaia scritti sull’argomento negli anni settanta e ottanta, che annunciavano l’inarrestabile ascesa del Giappone come potenza economica globale. E che prevedevano, come inevitabile corollario, il declino degli Stati Uniti.

Il boom tecnologico americano e l’incapacità del mercato azionario giapponese di riprendersi dal crollo del 1987 misero fine a quell’euforia. Non è finita invece la convinzione che l’Europa occidentale e il Nordamerica siano in declino e che il futuro appartenga all’Asia, e in particolare a Cina e India.

Il secolo dell’Asia 1.0 è morto, viva il secolo dell’Asia 2.0. Temo che questi libri scritti oggi dalle cassandre occidentali o da alcuni asiatici trionfalisti saranno illeggibili tra dieci anni come i miei vecchi volumi sul boom del Giappone.

Chi ha qualche dubbio può dare un’occhiata a uno degli esempi più noti di questo genere, e cioè Imagining India: the idea of a renewed nation. L’autore, il produttore di software e miliardario indiano Nandan Nilekani, racconta l’ascesa inesorabile del suo paese, fornendo un perfetto esempio di una vecchia battuta che risuonava un tempo nelle aule di Oxford e Cambridge: “Ciò che è vero è evidente, e ciò che non è evidente non è vero”. Il libro è diventato ovviamente un best seller internazionale.

Dati significativi

L’India è un paese dove il tasso di malnutrizione infantile è del 47 per cento: quasi 20 punti in più dell’Africa subsahariana, dove è dell 29 per cento. Eppure le élite indiane continuano a dire che è l’ora dell’India. “Inarrestabile India”, dice lo slogan di una delle tante tv economico-finanziarie che proliferano nel paese.

In realtà gli ultimi vent’anni hanno dimostrato che il fenomeno più inarrestabile del subcontinente è la fame. All’ultimo summit economico mondiale di Davos, quelle stesse tv hanno celebrato l’affermazione globale del “brand India”. E questo, bisogna ammetterlo, non è un fenomeno unicamente indiano: è solo che le tv indiane sono appena nate e quindi sono un po’ più rozze nel loro modo di fare pubblicità. Ma chiunque guardi regolarmente la Cnbc sa bene quanto viene esaltata la cosiddetta “classe degli investitori” nelle tv commerciali americane.

Io la chiamerai semplicemente “classe dominante”, se il significato delle parole contasse ancora qualcosa. Ma questo è un mondo in cui il linguaggio non conta più, altrimenti sarebbe più facile distinguere la propaganda dall’informazione. Oggi la pubblicità commerciale e quella politica (spesso indistinguibili) hanno tolto valore alle parole. E la colpa è sia della destra sia della sinistra: per capire perché basta leggere i libri di un liberal come George Lakoff, che esalta il framing – le scelte linguistiche che finiscono per influenzare l’0pinione pubblica – sopra ogni altra cosa.

Stiamo pagando a caro prezzo la nostra mancanza di rispetto per la verità. In India la borghesia sembra avere più a cuore il destino delle tigri selvatiche che l’aumento incessante dei bambini malnutriti, dei contadini senza terra e dei miserabili che abitano le bidonville intorno alle grandi città. Negli Stati Uniti il Partito democratico – per quanto la pretesa possa apparire assurda – sembra davvero intenzionato a presentarsi come il paladino degli interessi dei poveri e dei lavoratori.

Una casta globale

La realtà non è che l’India e la Cina prenderanno il posto degli Stati Uniti o dei paesi dell’Unione europea. È ovvio che vivremo in un mondo dove i centri di potere si moltiplicheranno, ma la storia ci insegna che questa non è una novità. E certamente l’Asia sarà uno di quei centri. Ridurre tutto a una successione storica di imperi – dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti e dagli Stati Uniti alla Cina – significa non capire la radicalità della globalizzazione.

Stiamo assistendo alla nascita di una casta globale che condivide un insieme di comportamenti culturali: diritti per i gay, ma non per i lavoratori; più sgravi fiscali per le grandi imprese e i ricchi, ma meno sussidi per i poveri. Questa casta è stato-centrica solo in modo residuale: su quasi tutte le questioni importanti è indipendente da qualsiasi nazione. E come potrebbe essere altrimenti?

Un programmatore di software della città indiana di Chennai ha molte più cose in comune con un creatore di moda di Berlino che con l’ex contadina diventata operaia nel cantiere a pochi metri dal suo ufficio. È questa la vera universalizzazione del nostro tempo: la politica dell’identità che pesa davvero ed è in grado di durare.

Come diceva lo scrittore francese Nicolas Chamfort in uno dei suoi noti aforismi: “Bisognerebbe ingoiare un rospo vivo a colazione per star certi di non incontrare niente di più disgustoso nel corso della giornata”. Ecco, dovremmo tutti accumulare una buona riserva di quei rospi: ne avremo bisogno.

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