Oltre la buona sorte

05 marzo 2019 17:23

Morire dolcemente, questo sì che è un lodevolissimo ultimo desiderio. Andrebbe considerato con rispetto, senza inneggiare alla sofferenza purificatrice. E soprattutto esaudirlo non si dovrebbe lasciare al caso o a un po’ di soldi. Morire patendo come Cristo sulla croce, se è una scelta, va benissimo. Ma dovrebbe andar bene anche decidere di evitarsi inutili, strazianti agonie. La quieta fine della vita deve smettere di essere un colpo di fortuna.

Se n’è occupato a suo tempo anche lo straordinario Leonardo da Vinci. E di cosa non si è occupato quell’uomo, di cui quest’anno celebreremo i cinquecento anni, appunto, dalla morte. Che, bisogna immaginarsi, gli sarebbe piaciuta serenissima, specialmente se si leggono le sue righe sul vecchio di cent’anni che se ne stava a sedere in un letto nello Spedale di Santa Maria Nova di Firenze senza “alcun mancamento ne la persona” se non la debolezza, e col quale doveva aver chiacchierato finché “sanza altro movimento o segnio d’alcuno accidente, passò di questa vita”.

Ora, dopo quella esperienza, chiunque altro avrebbe lasciato lo Spedale compiacendosi per la buona sorte toccata al vecchio e limitandosi ad augurarsi la stessa cosa. Non Leonardo. La sua grandezza sta nel fatto che passa subito a guardare oltre il colpo fortunato dei dadi. Scrive infatti: “E io ne feci notomia per vedere la causa di sì dolce morte”.

Questo articolo è uscito nel numero 1296 di Internazionale. Compra questo numero|Abbonati

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Claudia Grisanti
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