Le indagini sugli attentati di Parigi

Un biglietto con scritto “In nome di che?” e una rosa lasciata a rue de Caronne, a Parigi, nel foro di un proiettile sulla vetrina di un ristorante. (Frank Augstein, Ap/Ansa)

La paura è la nostra nemica

Un biglietto con scritto “In nome di che?” e una rosa lasciata a rue de Caronne, a Parigi, nel foro di un proiettile sulla vetrina di un ristorante. (Frank Augstein, Ap/Ansa)
15 novembre 2015 12:23

Un venerdì sera d’autunno, con un tempo clemente. Fine settimana, tempo di uscite, momenti di svago. La gioia di ritrovarsi tra amici, andare a un concerto, vedere una partita. Si sta insieme, uomini e donne, tanti giovani. Piaceri diversi, secondo i gusti e la voglia, bere, fumare, ballare, stare vicini, mescolarsi, sedursi, amarsi, insomma, andare gli uni incontro agli altri.

Basta mettere in fila queste parole semplici, per dire ciò che sentiamo tutti da ieri: ognuno di noi, i nostri figli, i nostri genitori, i nostri amici, i nostri vicini, noi stessi, eravamo tutti nel mirino degli assassini.

Perché il loro obiettivo non erano dei luoghi simbolici come negli attentati di gennaio, dei luoghi in cui esprimere il loro odio per la libertà (Charlie Hebdo) o per gli ebrei (l’Hyper Cacher). Qualcuno ha detto che i responsabili della carneficina di Parigi non avevano un obiettivo. È falso. Armati di un’ideologia totalitaria, che usa la religione come pretesto per uccidere ogni forma di pluralità, cancellare ogni diversità, negare l’individualità, avevano una missione: spaventare una società che incarna l’ambizione opposta.

È questa società aperta che i terroristi vogliono chiudere

Al di là della Francia, della sua politica estera o di chi la governa, il loro obiettivo era l’ideale democratico di una società libera, perché fondata sul diritto. Il diritto di avere diritti; la parità di diritti, senza distinzione di origine, aspetto, credo; il diritto di farsi strada nella vita senza essere inchiodati alla propria nascita o appartenenza. Una società di individui, in cui il “noi” è fatto di infiniti “io” in relazione tra di loro. Una società di libertà individuali e diritti collettivi.

È questa società aperta che i terroristi vogliono chiudere. Il loro obiettivo è che la società si chiuda, si ripieghi su se stessa, si divida, si rannicchi, si abbassi e si perda. È il nostro vivere insieme che vogliono trasformare in una guerra intestina, una guerra contro noi stessi.

Quali che siano le circostanze, le epoche o le latitudini, il terrorismo scommette sempre sulla paura. Non solo la paura che diffonde nella società, ma la politica della paura con cui lo stato reagisce: una fuga in avanti dove al terrorismo segue la sospensione dei diritti democratici in una guerra senza fine, senza fronti e senza limiti, senza altro obiettivo strategico che il suo perpetuarsi, in cui gli attacchi e le risposte si alimentano a vicenda, le cause e gli effetti s’intrecciano all’infinito senza che mai emerga una soluzione pacifica.

Quali che siano le epoche o le latitudini il terrorismo scommette sempre sulla paura

Per quanto doloroso, dobbiamo cercare di capire le ragioni del terrorismo. Per combatterlo meglio, per non cadere nella sua trappola, per non dargli mai ragione, fosse pure per incoscienza o cecità. Le profezie che si autoavverano sono il meccanismo su cui si basa la sua logica omicida: provocare attraverso il terrore un caos ancora maggiore da cui trarre ulteriore rabbia, risentimento, ingiustizia. Lo sappiamo per esperienza, abbiamo visto come la fuga in avanti statunitense dopo gli attacchi del 2001 sia stata all’origine del disastro in Iraq, che ha generato il gruppo Stato islamico, nato dalle macerie di uno stato distrutto e dalla disgregazione di una società violentata.

Riusciremo a imparare da questi errori catastrofici, o finiremo per ripeterli? Davanti a un pericolo che riguarda tutti noi, non possiamo abbandonare il nostro futuro e la nostra sicurezza a chi ci governa. Se è loro compito proteggerci, non dobbiamo però accettare che lo facciano contro di noi, nonostante noi, senza di noi.

Far fronte al terrorismo significa fare società

È sempre difficile formulare delle domande scomode all’indomani di eventi che colpiscono un popolo intero, unito nella commozione e nello sgomento. Ma, collettivamente, non riusciremo a resistere sul lungo periodo al terrore che ci sfida se non saremo padroni delle risposte che gli verranno date. Se non siamo informati, consultati, mobilitati. Se ci viene negato il diritto di mettere in discussione una politica estera di alleanze con regimi dittatoriali o oscurantisti (Egitto, Arabia Saudita), una serie di avventure militari senza visione strategica (in particolare nel Sahel), le innumerevoli norme di sicurezza che si moltiplicano inutilmente (e al tempo stesso minacciano le nostre libertà), i discorsi politici miopi e di infimo livello (sull’islam in particolare) che dividono invece di unire, che alimentano l’odio invece di rassicurare, che esprimono le paure dall’alto senza mobilitare la società dal basso.

Far fronte al terrorismo significa fare società, fare muro con tutto ciò che vogliono abbattere. Difendere la nostra Francia arcobaleno, forte della sua diversità e della sua pluralità, questa Francia capace di unirsi nel rifiuto del capro espiatorio e delle comode semplificazioni. Questa Francia che nel 2015 ha tra i suoi eroi anche musulmani, così come atei, cristiani, ebrei, massoni, agnostici, di tutte le provenienze, culture o fedi. La Francia di Ahmed Merabet, il poliziotto di origine algerina ucciso di fronte alla sede di Charlie Hebdo. La Francia di Lassana Bathily, l’ex immigrato irregolare originario del Mali che ha salvato molti ostaggi nell’Hyper Cacher. Questa Francia rappresentata, nella lunga notte parigina del 13 novembre, dai tanti soccorritori, operatori sanitari, medici, poliziotti, soldati, vigili del fuoco, dai tanti gesti di buona volontà, dalle mille solidarietà figlie di questa diversità che fa la ricchezza della Francia. E anche la sua forza.

Nel Regno Unito, dopo gli attentati del 2005, la società si unì spontaneamente intorno allo slogan lanciato su internet da un ragazzo: “We’re not afraid”, non abbiamo paura. In Spagna, dopo gli attacchi del 2004, la società si strinse intorno a un simbolo: le mani alzate, con i palmi aperti, disarmate, ma allo stesso tempo determinate.

No, non abbiamo paura. Tranne di noi stessi, se ci arrendiamo alla paura. Tranne dei nostri politici, se ci inducono in errore e ci ignorano. Gli assassini vorrebbero chiudere la nostra società, noi ci batteremo perché resti aperta, più che mai. Il simbolo di questo rifiuto potrebbero essere due mani che si incontrano, si stringono e si fondono, tendendosi l’una verso l’altra.

Due mani incrociate.

(Traduzione di Chiara Nielsen)

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta su Mediapart. Clicca qui per vedere l’originale.

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