16 giugno 2022 16:50

“Mentre gli Stati Uniti e la Russia sono distratti, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan vuole approfittare della guerra in Ucraina per perseguire la sua ossessione: cancellare qualsiasi possibilità che i curdi possano avere una terra da considerare loro”. Comincia così l’editoriale scritto da Amílcar Correia sul quotidiano portoghese Público e tradotto questa settimana su Internazionale. Negli ultimi giorni le attività militari turche nel nord della Siria sono aumentate e il 9 giugno le Forze democratiche siriane, una coalizione guidata dai curdi, hanno pubblicato un video che mostrerebbe un drone e l’artiglieria dell’esercito turco colpire le città strategiche di Qamishli e Manbij. Lo stesso giorno alcuni mezzi d’informazione turchi hanno riferito che un’incursione militare nel nord della Siria è “imminente”.

Erdoğan ha chiarito più volte l’intenzione del suo governo di respingere i combattenti curdi che considera affiliati al Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), un’organizzazione definita terroristica da Turchia, Stati Uniti e Unione europea. Inoltre, ricorda Ahmed Maher su The National, il presidente turco ha annunciato un piano per trasferire un milione dei quattro milioni di profughi siriani fuggiti dalla guerra civile dal 2011 e residenti in territorio turco, in quella che descrive come una zona sicura in Siria vicino al confine con la Turchia.

In un articolo su Middle East Eye, Christopher Phillips aggiunge che Erdoğan vuole espellere le milizie curde che attualmente controllano queste aree e sostituirle con le forze ribelli siriane alleate della Turchia, “trasformando le città lungo il confine turco in regimi clienti” di Ankara.

Questioni interne ed esterne
Si tratterebbe della quarta incursione militare turca nella regione in sei anni. Questa volta il pretesto usato da Erdoğan per prendere nuovamente di mira la Siria è stata la richiesta di adesione alla Nato presentata da Svezia e Finlandia, due paesi accusati di sostenere la causa curda. Ma in realtà, come sottolinea Phillips, Erdoğan è più interessato “alle questioni interne e alle opportunità offerte dall’attuale clima geopolitico”. Dopo vent’anni al potere la sua popolarità è in calo e il suo partito rischia di perdere le elezioni presidenziali e legislative del 2023. Così il presidente spera che un’operazione contro i combattenti curdi delle Unità di protezione del popolo (Ypg) possa alleviare almeno in parte questa pressione interna.

“Ugualmente importante è il cambiamento nella situazione internazionale, che sta facilitando le mosse di Erdoğan”, spiega ancora Phillips. La Turchia è un importante attore esterno nel conflitto siriano, ma il suo ruolo è subordinato alla Russia e agli Stati Uniti. Le passate operazioni turche contro le Ypg sono state possibili solo con l’approvazione di Mosca o Washington e ora entrambe si oppongono, per motivi diversi, a nuove incursioni. “Allo stesso tempo nessuna delle due si presume che solleverà serie obiezioni alla conquista di Tel Rifat e Manbij. Cosa è cambiato? In una parola: Ucraina”, prosegue Phillips. La Russia è impegnata nel nuovo conflitto in Europa e sta ritirando alcune sue forze dalla Siria, mentre gli Stati Uniti, che sono alleati dei curdi nella lotta contro il gruppo Stato islamico, potrebbero chiudere un occhio in cambio della fine dell’opposizione di Erdoğan all’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato.

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“Resta da capire cosa accadrà al conflitto siriano dopo l’operazione militare turca, che non ha alcun fondamento nel diritto internazionale e non è autorizzata dalle Nazioni Unite”, conclude Amílcar Correia nel suo editoriale. Quello che è certo è che “l’incursione turca destabilizzerebbe ulteriormente la regione, ravvivando il conflitto e innescando una nuova ondata di profughi”.

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