30 ottobre 2014 14:53

La sera del 29 ottobre a Gerusalemme un attivista israeliano di estrema destra, Yehuda Glick, ha subìto un agguato mentre usciva da una conferenza sull’importanza per i fedeli ebrei della Spianata delle moschee.

Glick è rimasto gravemente ferito. È morto, invece, l’uomo sospettato del tentato omicidio, Muataz Hijazi, un palestinese di 32 anni ucciso dalla polizia il mattino dopo, durante l’arresto.

Le autorità israeliane hanno ordinato la completa chiusura della Spianata delle moschee, cosa che non succedeva dal settembre del 2000, quando la visita al luogo sacro dell’allora primo ministro israeliano Ariel Sharon fu la scintilla che fece scoppiare la seconda intifada.

È il culmine di una settimana di violenze a Gerusalemme. Solo sette giorni fa il palestinese Abdel Rahman al Shaludi aveva investito con la sua auto un gruppo di persone che scendeva dal tram, causando la morte di una neonata e di una donna.

Nei giorni successivi ci sono stati scontri tra manifestanti e forze dell’ordine nei quartieri arabi della città; il sindaco Nir Barkat ha ordinato un giro di vite contro le proteste; un palestinese di 14 anni, Orwa Hammad, è stato ucciso dai soldati israeliani a Silwad, in Cisgiordania; il governo di Benjamin Netanyahu ha annunciato la costruzione di 1.060 nuovi alloggi a Gerusalemme Est.

Questa escalation di violenze è a sua volta il frutto di mesi di tensioni che si possono far risalire alla campagna di arresti e repressione in Cisgiordania precedente al lancio dell’operazione militare Margine protettivo nella Striscia di Gaza.

Campagne di questo tipo hanno come obiettivo ufficiale gli esponenti di gruppi armati come Hamas o la Jihad islamica, ma spesso finiscono per prendere di mira una parte molto più ampia della popolazione palestinese, tra cui parlamentari e attivisti della società civile che non hanno legami con i gruppi estremisti.

La tregua di fine agosto tra Israele e Hamas non è stata sufficiente a gettare acqua sul fuoco nel conflitto quotidiano tra israeliani e palestinesi, in particolar modo in quei luoghi, come Gerusalemme, dove le comunità vivono costantemente in contrasto fra loro.

La stampa internazionale parla da diversi anni di una possibile “terza intifada”, prevedendo il suo scoppio in Cisgiordania, tra le comunità palestinesi danneggiate dall’espansione degli insediamenti illegali israeliani. Oggi sembra più probabile che il suo epicentro sarà nuovamente Gerusalemme, la città simbolo dove convergono tutti gli interessi in gioco.

Francesca Sibani è l’editor di Africa e Medio Oriente di Internazionale.