13 novembre 2014 16:56

Nathalie Borgers non conosce Timira, ma quando gliene parlo è colpita, come me, dalla somiglianza tra le due vicende. Come sua zia Suzanne, anche Isabella Marincola, protagonista del “romanzo meticcio” di Wu Ming 2 e Antar Mohamed, era nata negli anni venti da un padre bianco e da una madre nera: Isabella in Somalia, Suzanne nel Ruanda-Urundi. Entrambe furono strappate alla madre e portate in Europa. Isabella però non partì sola: con lei il padre portò il fratello Giorgio, che sarebbe diventato partigiano e avrebbe trovato la morte il 4 maggio 1945 nell’ultima strage nazista compiuta in Italia. Il padre di Suzanne, invece, lasciò i due figli maschi, Jean e Jacques, e prese con sé solo la figlioletta, che in Africa – così disse alla madre – rischiava di diventare una prostituta come tutte le mulâtresses.

Suzanne aveva quattro anni quando lasciò il Ruanda-Urundi. Durante quel viaggio “diventò orfana e belga”: il padre le raccontò che sua madre era morta. In Belgio Suzanne fu affidata brevemente a una zia del padre, poi a un istituto di orsoline. Il padre ebbe altri due figli da una moglie belga. Furono chiamati Jean e Jacques, e avrebbero ignorato a lungo l’origine di quei nomi. Nel 1991, a una grande riunione di famiglia, fu invitata anche Suzanne. Suo padre era morto da tempo. Nathalie Borgers, figlia del secondo Jacques e quindi nipote di Suzanne, non partecipò a quella riunione, ma ricorda la battuta che le fece il fratello: “La sai l’ultima? Abbiamo una zia nera”.

Era molto raro che i bambini nati nelle colonie da un padre belga e da una madre africana venissero portati in Europa. Come spiega a proposito del Congo la giornalista Colette Braeckman, tra il 1932 e il 1960 l’Association pour la protection des mulâtres, sottolineando le difficoltà d’integrazione dei métis nella società congolese, si batté per una maggiore accoglienza da parte del Belgio. “In Ruanda”, racconta Nathalie, “quando si stava ormai avvicinando l’indipendenza, alcuni missionari organizzarono il trasferimento in Belgio di qualche centinaio di bambini e ragazzi che erano stati educati nei loro istituti. Erano strutture create apposta per loro, perché a quei bambini non del tutto bianchi bisognava dare un’istruzione migliore che ai neri, ma non abbastanza buona da farne dei dirigenti. Una volta arrivati in Belgio quei ragazzi furono affidati a famiglie di qui. Spesso gli veniva detto che la madre era morta. Bisognava tagliare ogni legame con le radici africane”.

Nathalie mi racconta che quando ha deciso di indagare su questo capitolo della sua storia familiare, all’inizio degli anni 2000, “Suzanne ha accettato quasi subito di partecipare al progetto, anche perché il tabù non era stato imposto da lei ma da mio nonno. Sentivo che era una storia molto dolorosa, per Suzanne naturalmente ma anche per mia nonna, per mio padre e per mio zio, e che indagare voleva dire smuovere quel dolore. Per questo ho dovuto aspettare”.

Nel 2007, dopo la morte della nonna e di fatto solo con l’accordo di Suzanne, Nathalie ha cominciato a lavorare al progetto. Ha consultato la documentazione su suo nonno conservata negli archivi dell’ex ministero delle colonie, ha intervistato Lissia Jeurissen, una delle poche esperte in Belgio della “question mulâtre”, ha incontrato le uniche due persone della sua famiglia disposte a parlare della vicenda (una cugina di Suzanne e una cugina del padre). Soprattutto, ha raccolto i ricordi e le riflessioni di Suzanne, “vittima della storia e della morale, e che tuttavia non si è mai vittimizzata. Ha interiorizzato il tabù che le era stato imposto, negando le proprie radici, rifiutando di tornare in Africa quando ha scoperto che sua madre era viva. È stata la sua strategia di sopravvivenza”.

Bons baisers de la colonie ha spaccato la famiglia di Nathalie. La generazione più giovane, in particolare i nipoti di Suzanne (i figli dei suoi due figli) “hanno accolto il documentario con gioia”, dice Nathalie, “perché gli ha permesso di capire da dove venivano. Ma per mio padre e per mio zio è stato molto più difficile”.

Superato almeno in parte in questa famiglia, il tabù continua a pesare sul paese. Nei programmi scolastici la questione coloniale è trattata in modo marginale e acritico. “I belgi che sono stati in Africa rimangono molto nostalgici”, ammette Nathalie. Un sentimento evocato con disinvolta ironia nel nome di un celebre programma televisivo, Tout ça (ne nous rendra pas le Congo), a cui il rapper belga di origine congolese Baloji ha risposto con un brano intitolato “Tout ceci ne vous rendra pas le Congo”.

Il documentario Bons baisers de la colonie sarà proiettato nell’ambito del festival Week-end du doc venerdì 14 novembre alle 19 al Musée BELvue. Fino al 30 novembre il museo propone inoltre la mostra “Notre Congo. La propagande coloniale belge dévoilée”.