I am not your negro.

I am not your negro è una rivelazione

I am not your negro.
14 aprile 2017 15:32

Perché tanto livore bianco? Forse l’ossessione per una sorta di “demone della purezza” rivela l’oscurità che si agita nell’animo dei bianchi? Sono le domande inquietanti che vengono fuori vedendo il documentario capolavoro I am not your negro di Raoul Peck, basato su Remember this house, un manoscritto incompleto dello scrittore afroamericano James Baldwin. Un film che spinge a rovesciare i poli opposti, il bianco e il nero, con tutte le conseguenze del caso. Un documentario che merita di essere visto dal maggior numero possibile di spettatori, di essere proiettato e discusso nelle scuole.

I am not your negro pervade l’animo nel profondo e finora è il film più bello del 2017, insieme all’altro documentario d’autore, Dawson City. Il tempo tra i ghiacci di Bill Morrison. Nessuno dei film del 2017 raggiunge questi picchi d’intensità e originalità. I am not your negro ha l’umanità amara di un blues. Esprime un sentimento d’ineluttabilità della condizione umana, anche quando sono le sovrastrutture sociali a determinarla.

Il regista Raoul Peck, originario dell’isola di Haiti, vive e lavora in Francia, dove dirige La Fémis, una prestigiosa scuola di cinema, e quindi non stupisce che il film abbia tra i coproduttori la tv culturale francese Arte. Ma la Francia, nelle sue vicende coloniali, è uno dei tre paesi, e tra questi figurano proprio gli Stati Uniti, che si sono succeduti nell’influenza geopolitica su quell’isola. Questo accentua la specularità che l’autore sente tra il proprio itinerario e quello dello scrittore afroamericano James Baldwin, il cui racconto in prima persona della propria vita è al centro del documentario, insieme alle sue riflessioni sugli Stati Uniti, i bianchi e i neri.

Peck, autore di diversi lungometraggi e di molti documentari (tra cui due opere su Patrice Lumumba, importante e tragica figura della decolonizzazione), vive in Francia dove ha vissuto anche Baldwin (morto nel 1979 a Saint-Paul-de-Vence). Il regista rivendica esplicitamente il parallelismo tra la vicenda di Baldwin, “schiavo liberato” nella sua nazione, a quella dell’isola di Haiti, che, anche se non sempre conosciuta, ha una lunga e orgogliosa storia di ricerca dell’indipendenza coloniale.


I am not your negro non è una passeggiata. Anche se, miracolosamente, riesce a ipnotizzare lo spettatore. Basandosi sull’opera incompiuta Remember this house, Peck rilegge la faticosissima storia dell’emancipazione nera attraverso tre figure morte tragicamente nel giro di cinque anni: Medgar Evers, assassinato il 12 giugno 1963 (pochi mesi prima di John Kennedy a Dallas), Malcolm X, ucciso il 21 febbraio 1965, e Martin Luther King Jr, assassinato il 4 aprile 1968 (circa due mesi prima di Robert Kennedy a Los Angeles).

Questa scia di morte ha rischiato di annichilire la comunità nera e ha creato i presupposti per tante tragedie, come quella delle Pantere Nere e il conseguente concetto di “Potere Nero”, che dalla rivendicazione forte della comunità e dell’identità afroamericana cadde nel ripiegamento su se stessa ripudiando nonviolenza e integrazione.

Baldwin cerca di dare un piccolo ma fondamentale aiuto nel completare nella memoria tutte queste vite e vicende pubbliche incompiute, così come Peck cerca di dare una compiutezza al testo di Baldwin. È una specie di osmosi fraterna del dolore dei neri. La narrazione fuori campo è affidata alla splendida voce dell’attore Samuel L. Jackson, calda e rauca come quella di un bluesman.

Peck e Baldwin si completano e interrogano l’America sul rapporto tra i bianchi e i neri, visti come un Altro portato di forza dall’Altrove (da quei luoghi spesso resi una terra mitica, forgiando quell’immaginario creato da letteratura, cinema e fumetti). I am not your negro è un’indagine sottile, da un lato, sul potere del cinema e sull’immagine in movimento tout court, dall’altro, sul loro frequente legame con il potere economico.

L’intero film è incentrato sull’incapacità di rompere la bolla rassicurante ma falsa nella quale i bianchi sono stati rinchiusi. “Qualcuno mi ha detto che in genere le persone non riescono a sopportare troppa realtà. Voleva dire che preferiscono la fantasia a un’accurata riproduzione della loro esistenza. Le persone hanno già abbastanza realtà da sopportare, semplicemente vivendo la loro vita, crescendo i figli, sopportando gli eterni fardelli di nascita, tasse e morte”. È Baldwin a parlare, e sembra di sentire una voce insieme viva e proveniente da un luogo al confine tra un altrove o un aldilà della saggezza.

Dentro la bolla
Raoul Peck è perfetto nell’assemblare, contrapporre, accostare materiale di repertorio ed estratti di film che hanno segnato la storia del cinema americano a immagini girate per il film, come la vegetazione di una palude. Dice ancora Baldwin: “Nessun altro paese al mondo è stato così grasso e untuoso, così sicuro e felice, così irresponsabile e così morto.
L’industria americana è obbligata, per come è strutturata, a presentare una fantasia del cinema americano che si autoalimenta. Il loro concetto di intrattenimento è difficile da distinguere dall’uso dei narcotici. La tv ci insegna cose spaventose sul senso di realtà americano”. E quindi, prosegue Baldwin, “non potremo verosimilmente diventare quel che vogliamo finché non saremo disposti a chiedere a noi stessi perché la vita che conduciamo su questo continente sia così vuota, scialba e brutta”.

Quello che Baldwin chiede, e in qualche modo sembra chiederlo anche Peck, è che il cinema sia davvero l’arte principe del reale. Basta pensare agli scritti di Kracauer e Bazin, soprattutto quest’ultimo che celebrò il cinema neorealista italiano come espressione perfetta dell’essenza del cinema, per capire come quanto afferma Baldwin strida profondamente con questa bolla dell’immaginario pop edulcorante l’odio atavico, quasi ancestrale, affrontato durante tutta la sua esistenza.

È stato spesso detto che i Kennedy hanno sognato e fatto sognare un’America che nella realtà non esiste o esiste in minima parte

In Francia Baldwin non sembra aver avuto quel costante terrore che lo accompagnava dalla mattina alla sera, quella paura di poter essere ucciso da una parte della popolazione che sognava “la soluzione finale”. Spiegando questo in televisione a un professore liberal, Baldwin cercava di fargli capire il dolore profondo, e come questo dolore stia anche nello sforzo, nella fatica continua di far capire davvero la condizione umana di chi da quattrocento anni aspetta di essere riconosciuto come “carne della sua stessa carne, ossa delle sue ossa” del bianco americano.

È la richiesta di entrare in osmosi reale al dolore dei neri quella fatta dallo scrittore nero al professore bianco che, con spirito molto kennediano, gli chiede di vedere piuttosto le cose da un punto di vista comune. Così come irride, e all’epoca molti la irrisero, la celebre dichiarazione di Robert Kennedy sulla reale possibilità che nel giro di quarant’anni gli Stati Uniti avrebbero avuto un presidente nero. Una frase che si è rivelata profetica, senza dubbio, ma al tempo stesso per Baldwin rivelatrice di come i neri possano e debbano aspettare più dei bianchi nell’ottenere i loro diritti. L’odio atavico quanto inspiegabile è ben rappresentato in un film appena uscito, Loving, che abbiamo recensito e che racconta la storia d’amore e il conseguente matrimonio di un bianco di ceto umile con una donna nera nell’America a cavallo degli anni cinquanta e sessanta.

È stato spesso detto che i Kennedy hanno sognato e fatto sognare un’America che nella realtà non esiste o esiste in minima parte. Quando Robert Kennedy declamava i suoi discorsi epici e combattivi sulla scia di quelli del fratello maggiore, in effetti sembravano sempre inseriti all’interno di una bolla immaginaria sulla rappresentazione dell’America ideale che si confondeva con l’ideale dell’America, rappresentazione a cui gli americani probabilmente tengono molto benché nella quotidianità prosaica sia tendenzialmente l’opposto. Questo il pensiero recondito che Baldwin cerca di stanare perché sia superato, e soprattutto è contro l’alimentazione di questa schizofrenia che Baldwin si scaglia, e di rimando Peck con il suo film.

Il racconto non restituisce con piena giustizia la generosità dei Kennedy e, in particolare di Robert, che si lanciava con empatia verso i neri (o i latinos o i nativi), e di come fu capace di rimettersi in questione e reinventarsi dopo l’assassinio del fratello. Oppure di come fece molte cose folli e geniali insieme, come nella notte dell’uccisione di Martin Luther King, quando andò nel ghetto di Indianapolis a parlare ai neri, abbandonato dalla scorta della polizia. Rischiava l’incolumità personale e se i neri si fossero abbandonati alla rabbia, la destra e i mezzi d’informazione avrebbero distrutto la sua campagna elettorale. Fu anche una mossa geniale, perché vinse la scommessa e Indianapolis fu una delle poche città degli Stati Uniti a non essere incendiata.

Un personaggio contraddittorio
Questo forse riscatta in parte Bob Kennedy, rispetto all’episodio non proprio edificante raccontato nel film a proposito della scrittrice nera Lorraine Hansberry. Partecipò ai funerali di Medgar Evers e divenne amico del fratello Charles, ex contrabbandiere che dopo il martirio di Medgar proseguì la sua azione nei diritti civili (anche se con una qualche furberia politica, secondo alcuni) ricambiando l’affetto e l’aiuto ricevuti da Bobby al momento dell’assassinio di Jfk. Sarà un’amicizia forte anche quella tra Rfk e Harry Belafonte, altra figura afroamericana di una certa importanza nel documentario di Peck. Essenzialmente Kennedy fu capace, come scrisse Pasolini in una lunga poesia a lui dedicata, di andare sempre più “verso lo naturale”, perché ormai intriso del senso della tragedia di “quella” condizione umana, così specifica nella storia moderna. L’azione concreta e la potenza dei suoi discorsi, dove citava anche Camus, lo dimostravano agli occhi di tanti e tra questi tantissimi neri.

E muterà progressivamente Malcolm X, che, come vediamo nel film, passerà dal dare a Martin Luther King dello zio Tom, anche in dibattiti televisivi, a un rapporto di stima e complicità con il reverendo. Martin Luther King guardava ai diritti civili e al profondo sud, Malcolm X vedeva il nord dove i diritti civili erano formalmente rispettati ma la sostanza della discriminazione rimaneva, rendendo così necessario ai suoi occhi una maggiore rivendicazione identitaria.

Le sequenze del film, quasi oniriche, sembrano metafora di un Altrove

Malcolm X, la cui autobiografia Barack Obama rivendica come una delle opere fondamentali per la sua formazione e consapevolezza identitaria, è ancora un personaggio molto discusso, ma Baldwin sembra indicare che una delle ragioni sta nella non piena consapevolezza della questione nera da parte di molti bianchi. Una puntata recente di una trasmissione come Il tempo e la storia permette di farsi un’idea della complessità, della verità del pensiero e dell’azione di Malcolm X, soprattutto quando si parla dell’uso dell’islam, religione per nulla fondamentalista e che il leader di Harlem usava ai fini di una rivendicazione identitaria in chiave universalista, dei diritti dell’uomo, per uscire dalla pura rivendicazione dei diritti civili. Il tutto in un contesto internazionale dove non c’era ancora il fondamentalismo di oggi e la laicità era rivendicata da leader come l’egiziano Nasser.

L’immagine costruita del nero che cozza con la realtà sembra quasi una predestinazione che ha costantemente inseguito Baldwin. È più o meno in questa chiave che vengono rovesciati e sovvertiti, o quando va bene accentuati nel loro senso alcuni elementi inseriti tra le righe, i tanti film hollywoodiani citati nel documentario.

Le sequenze del film, quasi oniriche, sembrano metafora di un Altrove e raccontano che ogni volta che Baldwin ricevette la notizia degli assassinii di Medgar, Malcolm e Martin si trovava altrove. Nel primo caso era a Porto Rico a lavorare a uno spettacolo. Nel secondo era a Palm Springs per lavorare a un adattamento per Hollywood dell’autobiografia di Malcolm X. Nel terzo era a Londra. Come se il destino volesse sottolineare, rafforzare l’idea che se il nero penetra nella bolla fasulla del bianco, la realtà lo riacchiapperà, lo riprenderà ineluttabilmente, quasi perseguitandolo. Nel peggiore dei modi. Con l’assassinio dei fratelli e il dissolversi dei sogni più alti.

Se, come dice Baldwin, l’America è di una “sconfinata povertà emotiva” e i suoi cittadini bianchi hanno “il terrore della vita e del tocco umano” e che questo impedisce “di avere un legame sostenibile e naturale tra posizione pubblica e vita privata” allora la risposta è più politiche umane ma anche più sguardo umano. Ma per farlo bisogna finalmente guardare in faccia la realtà.

Per larga parte dell’America e del mondo occidentale (Baldwin e Peck si rivolgono anche a quest’ultimo), sembrano restare validi i due moniti di Baldwin, accorati e insieme vibranti: Il primo: “Se voi avete inventato il negro, e voi bianchi l’avete inventato, allora dovete scoprire perché”. E il secondo: “Non tutto ciò che viene affrontato può essere cambiato, ma niente può essere cambiato se non viene affrontato”.

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