Il regista algerino Rabah Ameur-Zaïmeche al Locarno Film Festival, agosto 2019. (Massimo Pedrazzini, Locarno Film Festival)

A Locarno spiccano le contraddizioni del mondo presente

Il regista algerino Rabah Ameur-Zaïmeche al Locarno Film Festival, agosto 2019. (Massimo Pedrazzini, Locarno Film Festival)
13 agosto 2019 16:31

Cominciamo dal Concorso internazionale. La follia umana del conflitto permanente e anche insensato, già vista qui a Locarno nello straordinario doc siriano During revolution di Maya Khoury, è rappresentata al meglio proprio in un film tra i più notevoli visti al festival, Terminal sud, che metaforizza, su scala ben più piccola, questi conflitti, purtroppo un po’ endemici in quell’area.

Il suo autore, Rabah Ameur-Zaïmeche, è praticamente cresciuto in Francia, anche se è nato in Algeria e purtroppo mai distribuito nel nostro paese, malgrado l’impronta sempre originale che riesce a dare alle sue opere.

Della durata di poco superiore a un’ora e trenta, ambientato in un luogo e momento imprecisato ma girato nel sud della Francia (il film è stato prodotto con il sostegno delle autorità regionali della Costa Azzurra e della Provenza), montato sottilmente – certi vicoli rimandano alla casbah, certe stradine sono invece chiaramente del sud della Francia – il film, che tiene incollato alla poltrona lo spettatore dall’inizio alla fine, crea un effetto straniante, spaesante prima di tutto in noi europei, e un sentimento collettivo di perdita della libertà, acuitosi sotto le ultime presidenze francesi, ha portato ampi strati dell’elettorato francese a vedere ormai la presidenza di Macron più o meno come un prosieguo di quella di Sarkozy.

Questo stato poliziesco, questa sorta di securitate costante e sempre più globale (anche nell’Italia di Salvini, Di Maio, Minniti o Renzi), porta a un’opera problematica, sfaccettata, provocatoria – come è il compito dell’arte, che non è quello di essere rassicurante – e politicamente scorretta. Detto questo, la mancanza di democrazia, la guerriglia continua, il costante e crescente senso di insicurezza, l’indefinitezza tra criminali, polizia, esercito e ribelli, se accomuna parzialmente le moderne democrazie agli stati autoritari, Stati Uniti e Brasile compresi, è chiaro che il primo sguardo del regista è chiaramente rivolto ai paesi arabi e del Nordafrica e soprattutto all’Algeria originaria.

Mediante il personaggio protagonista di un medico che ha come missione etica quello di curare tutti indistintamente anche quando va a suo danno, Terminal sud è un pamphlet politico sotto forma di film d’azione che mette al centro la dimensione umana. Se perfino un canto funebre senza musica in segreto, nel chiuso di una casa, risulta come una delle sequenze più poetiche viste al cinema da molto tempo e riesce a trasmettere grande umanità – intrisa com’è di un pathos naturale e mai forzato nella sua semplicità –, il finale, nell’orizzonte aperto del Mediterraneo, ne è la definitiva conferma. Lo avrete capito. Questo film prima di ogni altra cosa ci chiede di abbandonare la follia ossessiva della rabbia e della rappresaglia, di guardare tutto e tutti con occhi realmente umani.

Vittime e carnefici
L’ossessività, una forma larvata di follia, a tratti quasi incomprensibile, che sfiora la perversione, è al centro del mosaico composto da un grande regista giapponese, Kôji Fukada, con Yokogao (A girl missing). Questa spietata radiografia della società giapponese, quasi uno sguardo da entomologo, non è certo una novità per Fukada, il quale però realizza anche un fine film psicologico, perfettamente cadenzato e calibrato, dalla narrazione stratificata e dalle molte sorprese repentine. Ma il suo sguardo, se viviseziona, non è realmente freddo. Se qui la perversione sociale è tutta femminile, è anche tanta la sofferenza e il conseguente desiderio di riscatto, tanto il desiderio reale di umanità. Se un po’ tutti sono carnefici e vittime, una volta il film finito, qualcosa commuove nel profondo oltre a interrogare.

Pieno di personaggi vivi, tutti precari nel lavoro, e con personaggi femminili forti, anticonformisti e che determinano il punto di vista morale del racconto anche quando sembrano non averne, sono quelli del film francese Douze mille di Nadège Trebal. Tuttavia uno schematismo eccessivo, un finale un po’ ridicolo e nel fondo un po’ borghese, alcune incongruenze narrative e una certa tendenza, tipica di certo cinema francese, a creare ibridazioni alle quali non si riesce a credere e che suonano un po’ artificiose, non permettono al film di fiorire del tutto, malgrado una mano maestra nel filmare e fotografare, d’inserire i personaggi nei paesaggi e nella natura, nel dare un tono insieme leggero e provocatorio ad un tema grave.

Maternal, dell’argentina Maura Delpero (ma la produzione è italiana), è invece un exploit compiuto. Le situazioni che la regista costruisce sono al limite, eppure tutto suona credibile e forte. È una storia di donne e bambini, o meglio di ragazze madri, che vivono insieme ai loro figli in un centro religioso gestito da suore. Due ragazze sono al centro del film, oltre alla figlia di una delle due, la più inquieta e ribelle. Maternal diventa così un potenziale film sull’infanzia rubata, tema fondamentale nella storia del cinema – basti pensare ai Quattrocento colpi di Truffaut – per colpa dell’autorità (religiosa, in questo caso). Ma la presenza di una terza figura giovane, una discreta ma dolce suora novizia, scompiglia ulteriormente tutti i giochi e sovvertendo l’ordine che pareva inevitabile lancia un messaggio al contempo sia politico che cristiano.

La resistenza di Malika
143 rue du désert (Cineasti del presente), dell’algerino Hassen Ferhani, autore oltre che della regia anche della sceneggiatura e della fotografia, è uno dei film più sorprendenti, inattesi e intensi visti finora al festival. Un po’ documentario socioantropologico, un po’ fiction, più il film procede e più si resta catturati dagli episodi, spesso sorprendenti e che sempre veicolano nello spettatore una riflessione anche quando divertono, rovesciando così, con questa densità progressiva, il paradosso dell’oggetto filmato: una locanda, disadorna e sperduta nel vuoto del deserto algerino, gestita da un’anziana donna e i suoi avventori che interrompono per un momento il loro viaggio sulla statale. Tutti affezionati, a volte molto, a Malika, l’anziana in questione.

Questo dispositivo filmico crea delle situazioni, come dei continui siparietti quasi da sketch teatrali, ma dove la dimensione teorica esprime tutta la vitalità di una cultura autentica a dispetto dei limiti ad alcune libertà personali che determina il mantenimento delle tradizioni. Perché è evidente che appena fuori campo, ma nella parte finale diviene ben netto, vi è lo scontro tra immobilità e mobilità, in senso sia figurato sia letterale. I tanti, tra cui molti camionisti alla guida di tir o di semplici camionette, che si fermano a bere un caffè o a mangiare una frittata, sembrano più cercare un pretesto per far visita a Malika, venerata, scherzosamente ma non troppo, come una santa.

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Non fanno altro che sottolineare che la gigantesca stazione di servizio in costruzione a fianco della locanda non li porterà ad abbandonarla, e che, anzi, spesso saltano altri ritrovi per fermarsi da lei. Ma è evidente che quest’oasi è un mondo che sta per scomparire. La stessa Malika ne è consapevole e alla fine pare ambivalente tra il resistere a oltranza o cedere agli acciacchi e alla stanchezza dell’età e tornare da quella famiglia che, almeno in parte, ha ripudiato.

In questa metafora del grande che divora il piccolo, della modernità industriale dei grandi conglomerati industriali che annientano il piccolo commercio e la dimensione culturale di cui sono portatori, le trasformazioni industriali tumultuose a cui è confrontata l’Algeria, qui come messe allo specchio, non sono troppo lontane dalle nostre, a cominciare dal fenomeno della gentrificazione delle città.

Altro ufo del festival, è l’austriaco Space dogs (Cineasti del presente) ambientato però a Mosca e parlato in russo. Ancora una fiction che annulla il confine con il documentario, ma che mescola materiale di repertorio al girato inedito, prendendo spunto dalla celebre cagnolina Laika che fu inviata nello spazio nel momento iniziale della guerra fredda mentre gli Stati Uniti facevano analoghe scelte con le scimmiette. Per questo fine gli scienziati russi usarono invece cani abbandonati, randagi. Tutto giocato con le immagini e i suoni, un po’ una sorta di Quark dedicato invece che agli animali esotici a quelli abbandonati, concentrato di metafore – anche storiche, come appunto quelle relative alla guerra fredda – il parlato è qui riservato solo alla voce off che accompagna i filmati di repertorio, questi ultimi usati in modo raffinatissimo e altamente suggestivo.

Il film riesce nel miracolo insperato di creare un sentimento cosmico nel quale siamo tutti accomunati, uomini e animali, e non solo, come sarebbe qui all’apparenza, con gli animali clochard, bella metafora degli esseri umani clochard. Un notevole film sulla vita colta da un’angolazione mai vista prima.

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