08 settembre 2020 13:13

Il covid-19 e le misure di prevenzione messe in atto per contenerlo non hanno impedito a Venezia 77 di rubare a Locarno il primato di selezioni che danno centralità a titoli sulla questione femminile, e molti sono i titoli in tutte le sezioni.

Ma, al di là della questione di genere, questa edizione diretta da Alberto Barbera è riuscita a portare film e autori in Laguna nonostante l’assenza quasi totale di grandi nomi del cinema e di grandi star, con qualche eccezione come Tilda Swinton che ha ricevuto il Leone d’Oro alla carriera e presentato il mediometraggio diretto da Pedro Almodóvar.

Cominciamo dall’ottimo film d’apertura del concorso, Quo vadis, Aida? della regista originaria di Sarajevo Jasmila Žbanić (già vincitrice nel 2006 dell’Orso d’oro berlinese con Il segreto di Esma), che torna al cinema di fiction dopo alcuni documentari dedicati al tema della guerra che ha devastato la ex Jugoslavia. Siamo nell’estate del 1995, quando la città di Srebrenica è assediata dall’esercito serbo. Al centro del racconto una donna bosniaca che fa da interprete nel campo profughi delle Nazioni Unite vicino alla città e che vede arrivare centinaia e centinaia di persone in fuga, senza più averi e terrorizzate. Tra queste ci sono suo marito, preside di una scuola, e i suoi due figli grandi.

Il punto di vista è chiaramente quello bosniaco, ma trova la sua forza nell’essere dalla parte della popolazione civile inerme, dalla parte degli esseri umani. È un viaggio nelle viscere della guerra, ecco forse la giusta definizione per descrivere questa fusione tra sporcizia, sudore, lacrime, disperazione e corpi accatastati fusi con il metallo dell’hangar dove vivevano centinaia di esseri umani, senza contare quelli rimasti fuori dall’accampamento per questioni di spazio.

Jasmila Žbanić non cade nel docudrama perché costruisce personaggi e situazioni reali, ben delineati

Non ci si immagina quello che può essere stato e la regista riesce pienamente nell’intento di farci entrare dentro quella realtà, permettendo di perdonare il fatto che il film tenda un po’ al dimostrativo e al didascalico. Ma la regista costruisce un personaggio di donna forte e genuino e originale nelle sue caratteristiche, una donna che trova la sua forza anche nel proprio corpo, non aggraziato, massiccio, dal volto segnato, capace di fare quasi l’impossibile per cercare di salvare la sua famiglia. Impressiona vedere come i serbi spadroneggiassero, come intimorissero i soldati dell’Onu – oltre agli stessi comandanti –, meno armati, senza carburante, meno numerosi, fisicamente molto meno massicci rispetto ai soldati e comandanti serbi, veri e propri giganti dall’aspetto poco rassicurante. Continueranno a fare pulizia etnica fino all’ultimo, a prelevare i civili dal campo Onu e ad assassinare uomini inermi talvolta anche a duecento metri dal campo con la scusa di cercare dei combattenti.

Resteranno le donne. E un dolore immenso, appena attenuato dai tanti bambini nati in seguito (anche perché molte erano le donne incinte), sui quali si insiste nella parte finale, quasi un simbolo di rinascita, di delicati germogli che fioriscono sui corpi e gli scheletri delle fosse comuni. Nel dedicare il film alle 8.372 vittime accertate, Jasmila Žbanić non cade nel docudrama – anche se il suo film è contiguo – perché costruisce personaggi e situazioni reali, ben delineati, messi al servizio di una buona costruzione drammaturgica, dando così forza reale a quanto narrato e mostrato. Strugge senza cercare lacrime facili, capace di essere cruda senza diventare cinica, resta umana malgrado tutto.


Non tutti i film hanno avuto al loro centro la tematica femminile, come nel caso del film più bello del concorso, e tra i più belli visti finora, il film indiano The disciple di Chaitanya Tamhane, al suo secondo lungometraggio. Questa storia di un allievo di musica classica indiana che diventa a sua volta un artista di valore, attraverso una tecnica di grande classe concentra sotto il prisma originale di una musica tradizionale molti temi sociali che l’India di oggi deve affrontare.

Questioni come la solitudine, l’alienazione, l’arrivo predominante della modernità asettica, il trionfo del kitsch tra le masse. La tematica della musica classica indiana è stata già al centro, anche se in altro modo, di capolavori della cinematografia indiana come La sala della musica di Satyajit Ray. Una musica che pur avendo ancora i suoi seguaci fatica a mantenere status e visibilità, ma si rivela anche una maniera unica di educare alle sfumature di quest’arte, forse la più astratta di tutte, e soprattutto di creare una comunione spirituale tra gli esseri umani del passato e del presente. Una musica, quella indiana, che ricercando l’ancestrale, l’arcaico, portata all’estremo raggiunge invece la modernità più netta, come nelle sequenze notturne in strada dove le sonorità musicali potrebbero sembrare create al sintetizzatore o anche sperimentali.

Sun children, il film iraniano di Majid Majidi, ambientato in una scuola che recupera ragazzi di strada, malgrado il tema molto importante e la mano sicura della regia, resta, invece, ai livelli di un cinema ufficiale edificante, se non retorico.


Ma presto le donne sono tornate in scena. Susanna Nicchiarelli firma con Miss Marx un ritratto tutt’altro che privo di seduzione e interesse – anche se a tratti un po’ troppo di maniera per assurgere al grande film – della figlia di Karl Marx, rivelando una figura davvero rilevante delle lotte sociali e per la parità di genere. Nella fattura si rivela una sorta di sceneggiato televisivo inteso in senso buono, un po’ vecchio stile Bbc, con una vera eleganza nelle scenografie, nell’inquadrare, nell’uso delle luci, in particolare quelle serali e nel filmare gli ambienti esterni non di rado ripresi in sezione, creando così un effetto di palcoscenico, teatrale.


E negli ultimi giorni è arrivata un’ulteriore storia di donne filmata da una regista con freschezza e in maniera ispirata, quella della norvegese Mona Fastvold che in The world to come, adattando un racconto di Jim Shepard, realizza un western senza indiani anche se siamo nella metà dell’ottocento. È l’ambientazione nel nord dello stato di New York, dove a quell’epoca la questione indiana era per così dire risolta, a spiegare questa stranezza. In realtà la regista sembra lavorare proprio sullo spostamento delle coordinate tradizionali: gli scenari montagnosi dove vivono delle comunità di contadini e allevatori sembrerebbero più quelli tipici di stati nati dopo la corsa al west, come il Montana. E la regista, nello scegliere una forma classica, dimostra una bella sensibilità nel riprendere i paesaggi e nell’individuare degli originali scorci di natura.

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Una donna, per giunta norvegese, che gira un western è in sé una novità, anche se in realtà è più il pretesto per raccontare una storia di passione amorosa tra due donne che si scontra con un’epoca, ambienti e culture non ancora libere: l’America rurale e puritana dell’ottocento. Raccontato sotto forma di diario, notevole è il talento dimostrato sia nella scrittura della voce fuori campo della protagonista che legge il suo diario sia dalle due attrici (Katherine Waterston e Vanessa Kirby), i due elementi fondamentali che reggono la narrazione.

Se gli amori impossibili della tradizione letteraria romantica sono riletti in chiave omosessuale, il film è soprattutto una denuncia socioantropologica della castrazione e delle violenze fisiche e morali subite dalle donne anche in epoche recenti. Tuttavia, il film non è manicheo: il marito della protagonista è sempre delicato, paziente e rispettoso fino alla fine anche dopo che avrà capito tutto, invece colei che ha scatenato tutto, quella più libera e sfrontata, subisce un marito che intende il verbo della Bibbia unicamente a salvaguardia del potere maschile. Due figure di uomini allo specchio, due concetti opposti di intendere la virilità che hanno segnato la storia quanto le donne.