L’Irlanda ha detto sì ai matrimoni gay

L’Irlanda sarà il primo paese al mondo a introdurre il matrimonio tra persone dello stesso sesso nella costituzione, grazie al referendum che si è tenuto il 22 maggio. Dal 2010 le coppie omosessuali potevano già contrarre le unioni civili nel paese. Il matrimonio ugualitario introdurrà le stesse forme di protezione per le coppie omosessuali e per quelle eterosessuali.

La polemica sul matrimonio gay rivela i limiti della rivoluzione di papa Francesco

28 maggio 2015 16:35
Il papa a piazza San Pietro, a Roma, il 22 aprile 2015. (Filippo Monteforte, Afp)

La bomba del referendum irlandese ha mandato in frantumi gran parte della propaganda vaticana degli ultimi anni. L’omosessualità, del resto, sta diventando sempre di più una pietra d’inciampo insuperabile per la chiesa europea e di tutto l’occidente. Se il cattolicesimo parla infatti un linguaggio universale, indubbiamente la questione dell’estensione dei diritti civili come risposta positiva alle rivendicazioni dei movimenti gay, ha prodotto in molti paesi del Nord e Sudamerica e del vecchio continente (ma non in Italia), legislazioni che, con diverse varianti e sfumature, hanno riconosciuto le unioni civili o i matrimoni tra persone dello stesso sesso.

Così tutta la normativa relativa ai coniugi o ai conviventi eterosessuali è stata progressivamente o parzialmente applicata alle coppie omosessuali. È un cambiamento profondo che rileva nella sessualità umana una varietà e una diversità di tendenze non coercibili o correggibili, ritenute invece pienamente parte dell’identità della persona.

Tuttavia il Vaticano in questi anni ha sostenuto una sua particolare teoria, secondo la quale una sorta di indottrinamento culturale proveniente da agenzie internazionali – quelle delle Nazioni Unite sotto la spinta dei paesi nordeuropei, o dell’Unione europea, sempre influenzata dagli eurocrati laicisti di Bruxelles – avrebbe di fatto imposto cambiamenti collettivi nell’idea di famiglia e nei comportamenti sessuali, modificando il dna culturale dei popoli in varie parti del mondo.

Insomma, una minoranza influente e ricca che controlla gli organismi internazionali ed è in grado di dettare le agende sociali e culturali, avrebbe scientemente messo in crisi la famiglia eterosessuale fondata sul matrimonio e “aperta alla vita”, cioè pronta ad accogliere figli, in base a un’idea di uguaglianza pericolosa, tutto sommato consumistica e individualista, che annulla le differenze e sostiene una visione potenzialmente autoritaria della società. Un’accusa suggestiva e tutt’altro che di poco conto.

L’approvazione di leggi sui diritti delle coppie omosessuali da parte di diversi parlamenti nazionali, con orientamenti politici non omogenei, aveva già messo in crisi una simile lettura. Ma il caso irlandese è ancora diverso e in un certo senso fa cadere definitivamente la strategia della chiesa di Roma. Intanto si è trattato di un referendum popolare, vale a dire una consultazione generale che ha approvato le nozze omosessuali. Ma soprattutto l’Irlanda non può certo essere accusata di derive protestanti o anglicane sotto il profilo culturale, dato che anche se è stata oggetto di un processo di secolarizzazione e diffusione della laicità tipicamente moderno, le sue radici restano profondamente cattoliche.

Ma c’è ancora un altro particolare a fare del caso irlandese un unicum nel suo genere: l’istruzione pubblica è stata a lungo controllata da ordini e congregazioni religiose cattoliche.

È anche in base a quest’ultima considerazione che secondo l’arcivescovo di Dublino, monsignor Diarmuid Martin, il voto ha rappresentato una rivoluzione culturale e sociale. Martin – che in verità non aveva lanciato anatemi contro la consultazione – ha rotto un tabù quando ha detto che la “chiesa deve guardare in faccia la realtà, non c’è stato alcun complotto”, e anzi sono stati i vescovi a rifiutarsi di guardare da vicino quello che stava accadendo. L’arcivescovo è certamente un prelato di peso, che pure in passato aveva messo in guardia la chiesa del suo paese dal rischio di sottovalutare l’impatto sociale dello scandalo degli abusi sui minori commessi da religiosi che proprio in Irlanda ha avuto uno dei suoi epicentri più potenti.

La vicenda ha indubbiamente influito sulla trasformazione del paese: dei vescovi si sono dimessi, movimenti religiosi e diocesi sono finiti sotto accusa, una serie di inchieste governative ha illuminato pagine oscure e poco onorevoli della storia della chiesa in Irlanda. Il paese non è più cattolico come un tempo, e in questo allontanamento va letto l’indebolimento della chiesa nel vecchio continente in generale.

Una sconfitta per l’umanità

Se Martin ha detto come stanno le cose, il segretario di stato Pietro Parolin, di solito molto attento a misurare le parole, ha definito l’esito del referendum “una sconfitta per l’umanità”, suscitando com’era ovvio critiche e sarcasmi per la sproporzione dei termini usati. Ma perché lo ha fatto? Naturalmente c’è una spiegazione elementare: la chiesa non intende recedere dalla propria visione della famiglia. Eppure anche messa così l’affermazione del cardinale è sembrata troppo forte. Vari problemi s’intrecciano in questo frangente. Papa Francesco ha provato fino dall’inizio del pontificato a rendere la chiesa meno rigida, più aperta al confronto con gli altri e capace di accettare la complessità umana senza giudicarla e senza però cambiare la dottrina. Un cammino incerto, che sta cominciando forse a rivelare i suoi limiti.

La componente “liberal” dei quadri ecclesiali – che pure si sono riuniti a Roma in questi giorni e hanno parlato anche di omosessualità lontano dai riflettori – a questo punto vuole rompere gli indugi, dare qualche segno di novità reale e non solo accennato nel metodo. I tradizionalisti – gruppo nel quale s’inscrive una parte del cattolicesimo statunitense, particolarmente forte anche sotto il profilo economico e lobbistico – non hanno intenzione di mollare di un centimetro sui propri princìpi. Sotto traccia questi ultimi minacciano uno scisma che non sono in grado di produrre, ma fanno intravedere il rischio di un conflitto interno ad alta intensità.

In questo quadro s’inseriscono i due sinodi sulla famiglia convocati da Francesco, di cui il secondo è in programma il prossimo ottobre. La doppia assise nata con l’idea di riaprire il dialogo tra chiesa e modernità anche sui temi più delicati, ha mostrato di fatto uno stallo e ormai una differenza non più colmabile tra le chiese dell’Europa centrale e settentrionale e alcune componenti delle chiese africane o nordamericane. Ma la frattura è anche più trasversale, e passa all’interno di ciascun episcopato. Forse nel progetto iniziale di Francesco c’era un eccesso di fiducia nella capacità della chiesa di cambiare, o forse un eccesso di tatticismo: apriamo le porte, ma non esageriamo.

L’intervento di Parolin chiude precipitosamente ogni spiraglio sul tema più controverso, quello della coppia omosessuale – e in questo modo evita di spaccare la chiesa, almeno per il momento – ma delude chi sperava in cambiamenti più rapidi e profondi anche nel corpo ecclesiale. Soprattutto, l’intervento del segretario di stato è un’ipoteca sul sinodo, forse l’inizio di un negoziato interno su varie questioni aperte. Tuttavia un dato è ormai assodato: esistono più chiese dentro la chiesa di Roma, e la loro convivenza è sempre più ardua.

Il tabù omosessuale

Infine, sembra che si stia risolvendo positivamente il caso dell’ambasciatore omosessuale (e credente) nominato da Parigi in Vaticano. Laurent Stefanini, prima respinto dalla Santa sede – probabilmente in base a una serie di colpi bassi tra apparati ecclesiali con l’obiettivo di mettere in crisi Bergoglio e la sua cerchia – sembra poter ottenere il suo incarico, ma la vicenda non è ancora conclusa. Al di là degli intrighi di corte, la storia dimostra come proprio l’orientamento sessuale possa rappresentare l’elemento critico che mette in difficoltà il pontificato. Anche perché, come ha detto di recente con battuta riuscita l’ex ministro degli esteri francese Bernard Kouchner, “il Vaticano non sembra il soggetto più indicato a rifiutare un omosessuale”.

Già, perché il capitolo dell’omosessualità nella chiesa – non solo nella cittadella d’Oltretevere – attende ancora di essere affrontato e non più nascosto o negato, così come quello del celibato dei sacerdoti che ormai mostra la corda in tutti i paesi in cui è presente la chiesa. Sono temi che, in una chiave ecumenica, di dialogo con ortodossi, anglicani e protestanti – e dunque con le culture d’oriente e d’occidente – il cattolicesimo dovrà affrontare se non vorrà incamminarsi sulla strada di un inevitabile declino.

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