02 luglio 2020 11:07

L’esplosione del conflitto razziale negli Stati Uniti è forse il segnale più evidente della grave crisi complessiva che ha colpito il paese in questo 2020. L’assassinio di George Floyd da parte della polizia di Minneapolis, avvenuto lo scorso 25 maggio, e le proteste che ne sono seguite, si aggiungono infatti alla tragedia sanitaria, sociale ed economica scaturita dalla diffusione tempestosa del coronavirus. Un quadro la cui gravità è amplificata se si guarda al prossimo mese di novembre, quando cioè gli statunitensi saranno chiamati a eleggere il nuovo presidente scegliendo tra il democratico Joe Biden e il repubblicano Donald Trump. Tra i protagonisti decisivi di questa fase confusa e drammatica ci sono le diverse chiese cristiane, organismi ancora in grado di orientare il consenso di una parte rilevante del popolo statunitense. Molto di quanto accadrà nei prossimi mesi dipenderà quindi anche dalla mobilitazione che saranno in grado di suscitare, in un senso o nell’altro, i diversi leader religiosi.

Alcuni fatti vanno tenuti nella giusta considerazione: secondo i numerosi sondaggi realizzati in questi mesi (fra gli altri, significativi quelli del Pew research center) il gruppo di sostenitori di Donald Trump il cui appoggio all’operato del presidente è rimasto costante nel tempo è quello degli evangelici bianchi, maschi, appartenenti alla middle class. Uno zoccolo duro che è stato appena scalfito nella sua sicurezza solo dalla gestione (o meglio dalla non gestione) presidenziale della pandemia; questo stesso blocco nella sua componente femminile è solo un po’ meno compattamente a favore di Trump. La vicenda Floyd, invece, non sembra per ora aver intaccato le loro convinzioni. Tra le chiese protestanti storiche nere e tra gli evangelici afroamericani le proporzioni naturalmente si capovolgono a sfavore – questa volta – della Casa Bianca, così come tra gli statunitensi di origine latina, sia cattolici sia evangelici (il trattamento discriminatorio verso gli immigrati da parte dell’amministrazione Trump ha avuto il suo peso e si è intrecciato con il tema del razzismo).

L’amministrazione Trump sta cercando di accreditarsi a livello mondiale come il vero difensore della cristianità

D’altro canto lo stesso presidente ha deciso, pure nelle recenti circostanze incendiarie, di utilizzare una simbologia religiosa per rivolgersi al suo elettorato: nei giorni in cui infuriava la protesta per la morte di George Floyd, si è messo in posa per fotografi e tv davanti a una chiesa episcopaliana non lontana dalla Casa Bianca sorreggendo una Bibbia fra le mani, poi si è recato in visita al santuario di Giovanni Paolo II a Washington e subito dopo ha firmato un provvedimento con il quale gli Stati Uniti s’impegnano a difendere la libertà religiosa nel mondo e a finanziare le organizzazioni che la promuovono. D’altro canto, l’amministrazione Trump sta cercando di accreditarsi a livello mondiale, anche attraverso l’operato del segretario di stato Mike Pompeo, come il vero difensore della cristianità in base a una strategia – dai connotati estremisti – perseguita con determinazione (sfidando su questo terreno anche la Russia di Putin e del patriarcato ortodosso di Mosca).

Le mosse di Trump, tuttavia, non sono piaciute a tutti. L’arcivescovo afroamericano di Washington, Wilton Gregory, ha criticato duramente l’uso strumentale della figura di Karol Wojtyla da parte del presidente, ricordando l’impegno di Giovanni Paolo II per la promozione dei diritti e della dignità di tutti gli esseri umani. Anche la vescova Mariann Edgar Budde, a capo della diocesi episcopaliana di Washington (in precedenza per molti anni alla guida della diocesi di Minneapolis), ha condannato il modo irriguardoso con il quale Trump si è servito della Bibbia e ha sottolineato come il presidente abbia trovato il tempo di mettersi in posa ma non quello per fermarsi a pregare nella chiesa. “Non appoggiamo in nessuna maniera la risposta incendiaria del presidente a una nazione che è stata ferita ed è in lutto”, ha poi affermato la vescova Budde. “Nel rispetto dei valori del nostro Salvatore, che ha vissuto una vita di non violenza e di amore per il prossimo, ci uniamo a quelli che chiedono giustizia per la morte di George Floyd”.

Cattolici ma divisi
Il problema del conflitto razziale, dunque, divide le chiese come il resto della società americana ma con alcune differenze. È quanto osserva conversando con Internazionale Massimo Faggioli, docente di studi religiosi e teologia alla Villanova university di Philadelphia. Rispetto alle proteste contro il razzismo che hanno percorso il paese “le chiese evangeliche erano già divise tra di loro, schierate da una parte o dall’altra, perché hanno una forte identità razziale, ideologica e culturale. La chiesa cattolica è invece la più spaccata al suo interno perché è interrazziale, percorsa da divisioni etniche e culturali”. Differenze che sono emerse anche sulla vicenda Floyd: “I vescovi e i cardinali più bergogliani si sono espressi: penso agli arcivescovi di Boston, Chicago, Newark, San Diego; invece i vescovi più trumpiani sono stati zitti. Nelle altre chiese c’è stato un atteggiamento più monolitico poiché sono costituite da identità separate. Non c’è per esempio una chiesa protestante interetnica e interrazziale. Le chiese evangeliche bianche sono bianche, le chiese battiste nere sono nere”. Dunque, il confine della battaglia corre anche lungo le diverse comunità religiose e determina scelte di campo precise.

“Ci sono poi alcune eccezioni”, spiega Faggioli. “Per esempio un caso interessante è quello della Liberty university in Virginia, l’università di Jerry Falwell jr., figlio di quel Jerry Falwell che negli anni settanta ha fondato il movimento della destra cristiana”. Si tratta di un ateneo privato ispirato a una visone evangelica fondamentalista. In una sorta di dichiarazione-manifesto religioso della Liberty university, si possono leggere, fra le altre cose, affermazioni come queste: “L’universo è stato creato in sei giorni storici ed è continuamente sostenuto da Dio”, e ancora: “Gli esseri umani sono stati creati direttamente, non si sono evoluti, a immagine di Dio”.

L’università, racconta Faggioli, “ha vissuto, nelle ultime settimane, un’emorragia di docenti e di giocatori di football di colore. Anche in quel contesto insomma dicono ‘quest’università, la chiesa di quest’università, sono apertamente razziste’. Ma in ogni caso tutto questo non inciderà sul supporto degli evangelici bianchi a Trump”.

In questo contesto, l’ex nunzio apostolico negli Stati Uniti, monsignor Carlo Maria Viganò, avversario irriducibile di papa Francesco, esponente di punta del fondamentalismo cattolico, ha scritto una lettera aperta di sostegno al presidente Trump. In realtà molti vescovi hanno preferito tacere di fronte al dilagare delle proteste che infiammavano l’America; il papa, da parte sua, ha appoggiato le grandi manifestazioni contro il razzismo indicando però la strada della non violenza come l’unica perseguibile per cambiare le cose. In tal senso si è pronunciato anche il presidente della conferenza episcopale statunitense, l’arcivescovo di Los Angeles, il moderato e sensibile sui grandi temi sociali Josè Gomez, di origini messicane: “Dovremmo tutti capire che le proteste cui stiamo assistendo nelle nostre città riflettono le giustificate frustrazione e rabbia di milioni di nostri fratelli e sorelle che ancora oggi soffrono a causa di umiliazioni, oltraggi e forme di diseguaglianze a causa della loro razza o del colore della loro pelle. Non dovrebbe essere così in America. Il razzismo è stato tollerato per troppo tempo nel nostro stile di vita”.

Fra le alte personalità della chiesa cattolica che con più forza sono intervenute sulla crisi aperta dalla morte violenta di George Floyd per mano della polizia c’è quella dell’arcivescovo di Chicago, il cardinale Blase Cupich, il quale ha scritto in proposito: “La morte di George Floyd non è stata l’unica causa dei disordini civili cui la nostra nazione sta assistendo oggi, quel fatto ha solo innescato la frustrazione di un popolo cui viene ripetutamente detto nella nostra società ‘tu non conti’, ‘non c’è posto per te al tavolo della vita’, e questa dolorosa frustrazione si sta accumulando da quando le prime navi piene di schiavi attraccarono in questo continente”. Quindi proseguiva: “Dobbiamo chiedere a noi stessi e ai nostri rappresentanti eletti: perché la gente di colore finisce più facilmente in carcere rispetto ai bianchi per gli stessi reati? Perché le persone di colore soffrono in modo sproporzionato per gli effetti del nuovo coronavirus? Perché il nostro sistema educativo non riesce a preparare i bambini di colore a una vita in cui possano prosperare?”.

La voce del cardinal Cupich però non è la regola in un episcopato fortemente diviso. Non va dimenticato che la chiesa cattolica statunitense è stata abituata per lunghi anni (lungo i pontificati di Wojtyla e Ratzinger) a mobilitarsi principalmente per sostenere la causa dell’intransigente movimento pro life (caratterizzato in primo luogo dall’opposizione irriducibile a ogni legislazione che regolamenta l’aborto e dal netto rifiuto del riconoscimento dei diritti degli omosessuali), decisamente schierato a fianco dei settori più confessionali e tradizionalisti del partito repubblicano.

pubblicità

Storicamente, rileva Massimo Faggioli, “la chiesa cattolica ha provato a tenere insieme identità e culture differenti: poi è arrivata la crisi del conservatorismo religioso il cui messaggio una volta era: ‘sì, noi siamo conservatori, ma teniamo insieme le varie identità’. Con Trump è cominciata la perversione del conservatorismo, favorita anche da ideologi cattolici ed ebrei che sono vicini alla Casa Bianca. Ne è nata una narrazione politica nazionalista che si basa sul rigetto dell’identità religiosa come identità mista o meticcia”. L’idea di fondo è quella di un nazionalismo che non si esprime “solo in termini economici o culturali, ma anche religiosi. Il messaggio ora è: io parlo a nome dei cristiani bianchi, e non voglio sentir nulla sui diritti civili o la giustizia sociale, perché questa non è l’America che io ho in mente”.

La morte di Floyd, in tale prospettiva, diventa il detonatore di una crisi di civiltà - che in effetti si materializza concretamente nella distruzione di monumenti e simboli della storia americana – capace di convergere verso il momento culminante del prossimo 3 novembre, data in cui verrà eletto il prossimo inquilino della Casa Bianca.